sabato 18 agosto 2012
HoneyUSA: Needles
Needles
4 agosto 2011, Los Angeles-Kingman
Barstow è alle nostre spalle da poco e sulla destra incrociamo il cartello che segnala l'ingresso nello stato dell'Arizona, con quella stella al centro e raggi rossi e gialli su un piano blu. Un'emozione. Siamo davvero in Arizona! Wow!!!
Cantiamo a squarciagola "Arizona wait meeee I'm coming' hoooome" come se non fossero passati 15 anni dall'ultima volta. Mitici Fragile...
Ah che bei ricordi, le nostre prime suonate insieme... L'avremmo mai immaginato 15 anni fa di arrivare a questo punto? Mah, forse io si, o almeno era quello che sognavo e talvolta i sogni si avverano!
Cambiato stato: dalla California all'Arizona ma diciamoci la verità, non è che cambi granchè: per ancora un centinaio di chilometri la lunga strada nel deserto continua a serpeggiare come ha fatto finora. Ma è comunque un sogno: la meta più desiderata del nostro viaggio è proprio qui, a pochi giorni di distanza!
Sulla nostra destra compaiono delle rotaie e dei lunghissimi treni merci dalle locomotive arancioni accompagnano il nostro tragitto susseguendosi frequentemente. Avranno un centinaio di carrozze! E chissà che cosa contengono! Qui su queste rotaie scorre il benessere americano: merci imbarcate in Cina attraversano l'intero continente e magari poi vengono nuovamente imbarcate verso l'Europa. Qui su queste rotaie in qualche modo scorre anche la globalizzazione di cui ci cibiamo quotidianamente anche a casa nostra... E pensare che queste rotaie, simbolo di benessere economico e commerciale sono state, dal punto di vista dei nativi americani, anche il simbolo della sopraffazione dei bianchi, strumento acceleratore del progresso come della sconfitta dei popoli autoctoni. E noi che corriamo su questo asfalto non siamo da meno. Sono consapevole che abbiamo scelto di fare un viaggio molto poco ecosostenibile e forse anche poco coerente con alcuni miei principi, ma dovevo farlo per chiudere il cerchio di questa storia e sono sicura che alla fine ogni tappa assumerà il giusto significato.
Deserto, e ancora deserto, finchè arriviamo alla cittadina di Needles, adagiata nella Mohave Valley che se la si vede nella mappa sembra un'oasi verde nella desolazione più arida dell'Arizona. E noi, forse un po' ingannati da quella macchia di colore ci aspettiamo di trovare una meta di ristoro. Fermiamo la Nissan Versa, che è ancora incredibilmente ineccepibile e parcheggiamo davanti a un market, al sole perchè non c'è neanche uno straccio di ombra. Facciamo per scendere dalla macchina ma un'ondata di calore ci sbatte in faccia come uno schiaffo. Un caldo impressionante, ma davvero impressionante. Una sensazione che non avevo mai provato, come di schiacciamento a terra. Un peso. Ci guardiamo stralunati e corriamo (letteralmente) dentro il market. Lo solita aria condizionata a palla non ci fa passare la sensazione inedita.
Ma che è? 80 gradi?
Dimenticavamo forse di essere ancora nel cuore del deserto.
Peccato che la Nissan Versa su cui viaggiamo non disponga del dispositivo di rilevamento della temperatura esterna. Non sapremo mai quale sia la temperatura.
(E invece si: qualche giorno dopo avremmo scoperto leggendo un giornale del posto che in quei giorni di inizio agosto la cittadina di Needles registrava le temperature più elevate dell'intero Paese con una media di 50 gradi centigradi. E noi abbiamo provato l'ebbrezza...).
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mercoledì 8 agosto 2012
HoneyUSA: Indiani o Cowboy?
4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman
| Cartolina di Barstow nel 1920 |
Tra coloro che sopravvissero e non furono catturati c'era anche un ragazzo di circa 12- 13 anni che si era allontanato dagli amici per cacciare un cerbiatto e che rientrando per cena al villaggio scoprì di aver perso gli amici e i parenti nella carneficina. Quel ragazzo era soprannominato Riccetto a causa della capigliatura insolitamente riccia per un Lakota, ma sarebbe stato conosciuto più tardi con il nome di Crazy Horse, Cavallo Pazzo.
La sua leggendaria storia di eroica resistenza allo sterminio da parte dell'Uomo Bianco iniziò proprio con queste vicende.
I capi superstiti del massacro discussero a lungo sul da farsi: p. 54 "I guerrieri volevano battersi, gridando che se l'anno prima avessero potuto spazzare via il forte sguarnito questa strage non sarebbe successa, che i Uas'ichu (i bianchi) avevano aggredito un villaggio in pace e parlavano come sempre con lingua doppia, accusando di un'aggressione loro che invece l'avevano subita" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).
Man mano che negli anni ho letto libri sulla storia dei nativi americani mi ha sempre maggiormente tormentato una domanda: avrebbero forse potuto reagire in altro modo gli indiani all'invasione della propria terra? Hanno forse sbagliato strategia difensiva? Potevano forse evitare i massacri, magari rifiutando loro per primi la violenza? O forse avrebbero dovuto al contrario combattere di più, molto prima e senza troppi scrupoli contro l'invasore e fermare i bianchi quando erano ancora poche centinaia nelle colonie della costa Est? O forse era un destino inevitabile quello di soccombere alla superiorità tecnologica degli europei? In fondo nella storia è sempre stato così, e così è nella natura: sopravvive il più forte, il più furbo, quello con strumenti e tecnologie più potenti... Ecco perchè ho sempre tifato per le vittime della storia e non ho mai potuto sopportare i potenti.
Da pacifista qual sono sempre stata mi viene difficile appoggiare qualsiasi lotta armata. Ma gli indiani mi hanno sempre messo in discussione.
E infatti sono curiosa di continuare a leggere la storia di Crazy Horse, nella speranza di avere finalmente un'idea chiara sulla questione indiana. Leggerla mentre attraversiamo questi territori deve avere un significato più profondo. Non è qui in Arizona che sono ambientati i fatti dei Sioux, ma anche qui ci sono stati episodi di conflitto e massacri, anche queste montagne hanno potuto assistere al drastico cambiamento di civiltà dominante, ne hanno indubbiamente pagato il prezzo.
E io, vissuta nell'800 americano, come mi sarei schierata? Al fianco di chi avrei difeso i miei ideali? Avrei creduto più nel progresso o nella difesa delle tradizioni dei nativi?
Mi faccio queste domande da quando avevo 14-15 anni, nella mia cameretta avevo appeso un acchiappasogni e guardando le puntate della Signora del West, mi identificavo nella idealista Dr Mike, la mia unica vera eroina di sempre. Oggi che di anni ne ho 30 continuo ad identificarmi nella stessa eroina ma con quel po' di disincanto in più che mi è stato regalato dalla vita e dalle esperienze. Ci credo ancora all'idilliaco paesetto del west che nel telefilm si chiama Colorado Springs? No proprio.
La visita a Calico mi ha fatto vedere le cose ulteriormente da un'altra angolatura. La vita della frontiera non era così paradisiaca come sembra nei telefilm (che essendo fatti da americani non possono essere certo troppo critici con quella che è la loro storia). In questi villaggi polverosi ed isolati si lavorava come muli, nelle peggiori condizioni igieniche e in un clima di generale anarchia, che significa la legge della jungla. Posti come Calico erano abitati da gente senza radici, migranti in cerca di fortuna, miserabili, ladri e criminali di vario genere, persone che cercavano di fare affari per costruirsi una vita migliore un po' come potevano. Ne veniva fuori una comunità variegata talvolta integrata e solidale ma molto spesso chiusa e in conflitto, dove ciò che mancava di più era una storia nella quale identificarsi. In fondo la "storia", per molti americani, è proprio questa. Se la sono costruita alla meno peggio come quella cittadina arrampicata sulla montagna brulla di Barstow, quattro baracche di legno trasformate in museo esattamente come hanno trasformato in gloriosa una storia tragica e di sopraffazione, in progresso ciò che è stato genocidio.
Marco continua a guidare, io continuo a leggere a voce alta. Il paesaggio si fa terribilmente bello e monotono. E io mi sento sempre più parte di questa natura, di questa terra e della sua storia: in qualche modo protagonista, in qualche modo complice, in qualche modo colpevole.
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martedì 31 luglio 2012
HoneyUSA: Calico Ghost Town
Calico Ghost Town. Una strada isolata nel deserto si allonta appena da Barstow rendendo man mano più visibile quella grande scritta bianca sulla montagna, a mò di Hollywood: Calico, la scritta deve essere fatta di sassi bianchi. Tanto triste come cosa. Un carretto dipinto a colori pastello dà il benvenuto all'ingresso di un ampio parcheggio assolato. Ingresso 6 dollari a testa. Vabbè.
Calico non è in verità una reale ghost town ma una realistica ricostruzione di quella che doveva essere la minuscola cittadina mineraria arrampicata sulla brulla montagna desertica fondata nel 1881 e che nel giro di qualche decennio, dopo aver raggiunto i 3500 abitanti, si è velocemente spopolata arrivando a contare 5 residenti.
Negli anni '50 un certo Walter Knott scoprì questa cittadina ormai quasi fantasma e decise di trasformarla in un museo vivente di quella che era stata la vita di numerose cittadine gemelle nel Vecchio West di fine '800.
Calico era una città mineraria. Quassù vi arrivarono alcuni minatori e definirono questa località "calico-coloured", cioè variopinta, variegata, per la bellezza delle sfumature delle rocce arancio. Vi trovarono una vena d'argento e presto la città crebbe con un suo ufficio postale, un giornalino settimanale, hotel, negozietti, una scuola, la chiesa, uno sceriffo e persino due dottori. L'apice si ebbe nel 1890 quando si scoprì anche una vena di Borace e arrivarono minatori da tutto il paese con l'apertura di centinaia di miniere nei dintorni. Ma è nello stesso anno che il prezzo dell'argento subì un pesante crollo e l'attività di Calico fu drasticamente ridimensionata, portando un conseguente importante spopolamento. Così velocemente come era cresciuta Calico improvvisamente divenne una città fantasma.
Entrando per la via principale (l'unica!) si ha l'impressione di essere nel villaggio West di Gardaland, ne' più ne' meno. Mancano solo la musichetta di sottofondo e i gadget di Prezzemolo.Però, pur sapendo che si tratta di una ricostruzione, la cosa ha un certo fascino. C'è il saloon, dove è stato allestito un ristorante, con un bel portico in legno e delle sedie a dondolo su cui ci sediamo all'ombra. Tra i vari negozietti di souverin c'è anche una abitazione-museo che racconta la storia di quella che è stato il personaggio simbolo di questa cittadina: Lucy Lane, una donna che visse a Calico per 70 anni. Lucy Lane arrivò a Calico con la famiglia quando aveva circa 10 anni e a 18 sposò John Robert Lane il quale aprì il general store della città. Nel periodo del declino di Calico la coppia se ne andò per qualche anno per poi ritornare definitivamente. John Robert morì nel 1934 ma Lucy Lane visse fino al 1967, all'età di 93 anni, sempre a Calico.
Con il sovrapprezzo di 1 euro è possibile anche visitare una miniera. Poche centinaia di metri dentro la roccia in uno stretto cunicolo da percorrere a piedi dove ogni tanto ci sono dei pupazzi che simulano la vita dei minatori. Vitaccia. Poi c'è il trenino, la scuola e uno spazio dove fanno giochi per bambini.
Il paesetto finisce con la fine della strada. Fa un caldo secco e ventilato. Altri turisti stanno passeggiando divertiti, tra cui anche un gruppo di italiani che fanno un casino pazzesco. Come al solito.
6 dollari forse sono un po' eccessivi, col senno di poi, però la visita meritava. Il panorama è spettacolare, le rocce qui intorno sono splendide e la cittadina ben ricostruita. Ma l'ebbrezza della vita nel villaggio del West non mi coglie neanche un po'. Anzi. E non invidio neanche un po' la signora Lucy Lane che ha passato tutta la vita arrampicata su queste montagne brulle a vendere scatolette ai minatori...
giovedì 26 luglio 2012
HoneyUSA: Il Casus Belli della Soluzione Finale indiana
4 agosto 2011, Los Angeles-Barstow
![]() |
I capi Cheyenne e Sioux che firmarono il trattato di Fort Laramie 1851
(Spotted
Tail,
Roman Nose,
Old Man Afraid of His Horse,
Lone Horn,
Whistling Elk, Pipe, and Slow Bull)
|
Lontano da questo deserto, più a nord-est, nel 1842, un
primo convoglio di 100 carovane partì dalla cittadina di Indipendence
sul Missouri, un affluente del Mississippi, diretto ad ovest, tracciando per la prima
volta quello che poi divenne il Sentiero dell'Oregon.
Fu allora che ebbero inizio nel West i primi scontri tra
disperati immigrati europei, irlandesi, tedeschi, polacchi o scandinavi,
in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo, e i fieri padroni di casa che
vedevano inspiegabilmente invadere la loro sacra terra nativa e
attaccavano le carovane razziando e talvolta uccidendo i coloni. Nessuno
aveva chiesto loro il permesso di passare, anzi. Era del tutto evidente
che l'Uomo Bianco si credeva padrone di quella terra e vi transitava
ignaro e pure con una vena di arroganza e di superiorità.
Di fronte ai ripetuti attacchi indiani i migranti
chiesero la protezione dell'esercito, le Giacche Blu, i soldati
federali. La Casa Bianca, per tenere a tacere le lamentele dei coloni,
che erano elettori marginali, avevano risolto la questione concedendo
qualche reparto di Cavalleria e costruendo qualche forte di legno.
E soprattutto convincendo gli Indiani del territorio a
firmare un trattato nel 1951 a Fort Laramie nel quale alcuni capi Lakota
Sioux si impegnarono a consentire un passaggio indisturbato alle
carovane dirette altrove e per nulla interessate a stabilirsi in quelle
praterie deserte in cambio di un'inviolabile garanzia di sovranità sul
territorio e di viveri, coperte e denaro. Sembrava un affare da tutti i
punti di vista.
E probabilmente il Governo degli Stati Uniti avrebbe
continuato ad ignorare la questione se non fosse accaduto un episodio,
uno di quegli episodi che ogni tanto si studiano sui libri di storia
come la "miccia" che scatena un inferno ben più grande, il casus belli
che ha portato alla definitiva condanna dei nativi Nord-Americani, la
Soluzione Finale di quello che è considerato essere dagli storici
contemporanei il più grande genocidio della storia dell'umanità.
Casus belli è quello che accadde per la Prima Guerra Mondiale
con l'attentato di Sarajevo dove morì l'arciduca Francesco Ferdinando
d'Austria, erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico insieme alla
moglie Sofia, uccisi nel 1914 per mano del rivoluzionario Gavrilo
Princip. Diciamo un pretesto che viene usato dai belligeranti per
giustificare un attacco che in realtà ha ben più profondi motivi...
E il casus belli delle ultime guerre indiane fu infinitamente più stupido. Dannatamente stupido.
Continuo? ci provo. Si si continua! Mi risponde Marco, ormai preso dalla storia più che dalla noiosa guida nel deserto. Leggo a voce alta: "p. 35 Era accaduto che la vacca di un pioniere della setta religiosa protestante dei Mormoni, in viaggio anche lui lungo il sentireo dell'Oregon, arrivata alle porte di Fort Laramie si fosse improvvisamente spaventata ed imbizzarrita, all'udire le grida di un gruppetto di ragazzi Lakota che giocavano alla guerra correndo sui loro piccoli ponies. Nella sua corsa cieca la vacca aveva travolto un tipi, infilzato con le corna panni stesi ad asciugare, terrorizzato vecchie intente a cucire, travolto culle di bambini che dormivano e divertito moltissimo i ragazzi del villaggio che la inseguivano correndo e strepitando, dunque eccitando ancora di più la povera bestia. Finalmente un Mineconju, un indiano di un'altra delle sette tribù Lakota ospite per caso di quel villaggio Brulè, un tale chiamato Fronte Alta, si era stancato di tutto quel casino, aveva imbracciato il suo schioppo e aveva abbattuto l'animale. Visto che la mucca era comunque morta e gli indiani non sprecavano mai niente di commestibile, le donne l'avevano immediatamente scuoiata e cucinata, scoprendo con grande disappunto che la povera bestia, dopo giorni e giorni di cammino, era magari e dura come un vecchio mocassino bollito" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).
E il casus belli delle ultime guerre indiane fu infinitamente più stupido. Dannatamente stupido.
Continuo? ci provo. Si si continua! Mi risponde Marco, ormai preso dalla storia più che dalla noiosa guida nel deserto. Leggo a voce alta: "p. 35 Era accaduto che la vacca di un pioniere della setta religiosa protestante dei Mormoni, in viaggio anche lui lungo il sentireo dell'Oregon, arrivata alle porte di Fort Laramie si fosse improvvisamente spaventata ed imbizzarrita, all'udire le grida di un gruppetto di ragazzi Lakota che giocavano alla guerra correndo sui loro piccoli ponies. Nella sua corsa cieca la vacca aveva travolto un tipi, infilzato con le corna panni stesi ad asciugare, terrorizzato vecchie intente a cucire, travolto culle di bambini che dormivano e divertito moltissimo i ragazzi del villaggio che la inseguivano correndo e strepitando, dunque eccitando ancora di più la povera bestia. Finalmente un Mineconju, un indiano di un'altra delle sette tribù Lakota ospite per caso di quel villaggio Brulè, un tale chiamato Fronte Alta, si era stancato di tutto quel casino, aveva imbracciato il suo schioppo e aveva abbattuto l'animale. Visto che la mucca era comunque morta e gli indiani non sprecavano mai niente di commestibile, le donne l'avevano immediatamente scuoiata e cucinata, scoprendo con grande disappunto che la povera bestia, dopo giorni e giorni di cammino, era magari e dura come un vecchio mocassino bollito" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).
Situazione apparentemente
comica. Ma non lo fu. Il mormone proprietario della vacca si infuriò a
tal punto da costringere il maggiore Fleming di Fort Laramie a inviare,
per trattare con il capo villaggio per a consegna del colpevole Fronte
Alta, un distaccamento dei suoi soldati peggiori guidato da un certo
tenente Grattan, uno sbarbatello al primo incarico e, come si diceva nel
gergo, pieno di "Piss and winegar", ovvero "piscio e aceto", furia e
acida ambizione.
Inutili furono le trattative con Orso che conquista, il capo del
villaggio dove la vacca aveva concluso la sua fuga, che si era offerto
di ripagare l'animale per evitare conflitti e soprattutto scongiurare la
mancata consegna dei viveri promessi con il trattato di Fort Laramie.
La richiesta di consegna di Fronte Alta non poteva essere esaudita
poichè Fronte Alta era un ospite del villaggio e su di lui Orso che
conquista non aveva alcuna autorità. Grattan stava perdendo la pazienza.
L'interprete, un mezzosangue già ubriaco fradicio pur essendo mattina,
iniziò a urlare al drappello di guerrieri che avevano accompagnato il
loro capo "Sioux merdosi e vigliacchi, mia madre lo diceva sempre che siete una banda di porci, vi ammazzerò tutti e vi mangerò il cuore".
I guerrieri risposero con urla di guerra. Orso che conquista tentò di
trattenerli e di far ragionare il tenente ricordando che non aveva senso
combattere data la superiorità numerica dei suoi guerrieri rispetto ai
soldati. Ma le sue parole stuzzicarono il "piss and winegar" di Grattan
il quale diede l'ordine di aprire il fuoco. Fu una carneficina: sul
campo caddero il drappello militare, 28 giacche blu, compreso il
comandante, e una dozzina di indiani, compreso Orso che conquista.
Sopravvisse solo una giovane recluta tedesca che si trascinò fino al
forte e fece appena in tempo a raccontare l'accaduto al maggiore Fleming
prima di morire per le ferite.
Il resto della storia è facilmente immaginabile. Il maggiore Fleming parte con una spedizione di uomini diretto al villaggio per vendicare la morte dei suoi uomini e il tutto si conclude, nonostante i tentativi pacificatori dei capi villaggio, con il primo freddo massacro dell'intera tribù, con donne e bambini fatti a pezzi, e che verrà ricordato come il Massacro dell'Acqua Azzurra, dal nome del torrente vicino a cui era accampato il villaggio. E' questo il primo espisodio, ahimè non l'ultimo, della Soluzione Finale Indiana. E tutto per colpa di una stupida mucca.
Chiudo il libro. "Assurdo, assurdo" commento, mentre entriamo nella cittadina polverosa di Barstow per fermarci a fare benzina e far riposare la nostra japo che fino ad ora si è comportata benissimo. Entriamo nel market della pompa di benzina, dentro ci sono tre-quattro persone obese e malconce e aria condizionata a palla. Cerco qualche bibita fresca, magari un tè.. Nel frigo ci sono solo bottiglioni da due litri dal colore fluorescente con nomi sconosciuti e per niente invitanti. Idem con il reparto patatine. Cerco inutilmente qualcosa di sano. Ma niente da fare. Vendono carne secca in barrette, arachidi, caramelle gommose. 5 minuti qua dentro e sono già del tutto congelata.
Là fuori la cittadina è adagiata in una valle brulla che si trova esattamente a metà strada tra Los Angeles e Las Vegas. Ma il nostro itinerario non prevede alcuna visita a Las Vegas. Riprendiamo la macchina diretti a Calico, a una manciata di chilometri dal centro. Nella guida la descrivevano come una delle ultime "Ghost Town", una città fantasma, un vecchio centro minerario conservato alla perfezione come un museo a cielo aperto di quella che doveva essere la vita nel "Far West" nell'800. Proprio in quegli anni in cui si svolgevano i fatti del nostro libro, ma dall'altra parte del "fuoco", dalla parte dei coloni in cerca di fortuna.
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giovedì 12 luglio 2012
HoneyUSA: Il Sentiero dell'Oregon
(HONEY USA, 4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman)
"Marco continuo?" Un cenno muto con la testa. Forse vuol dire che non gli dispiace.
"p. 31 (...) Perchè mai l'esercito degli Stati Uniti e quelle tribù, la cui esistenza era a mala pena nota ai bianchi appena qualche anno prima, fossero arrivati alla vigilia di una guerra nel 1955, era qualcosa che ne' il Colonnello (William Harney, nda), ne' gli indiani avevano capito bene".
Ecco, questo sì che è sempre interessante: perchè mai si arriva a una guerra? Ho sempre adorato studiare le cause delle guerre, chissà, forse nella speranza di capire come si sarebbero potute prevenire... E capire come sia potuto succedere lo sterminio di una popolazione di milioni di indigeni in poco meno di cento anni è decisamente fondamentale per capire la storia americana e in generale la storia contemporanea occidentale. Sono sempre stata convinta che all'origine di tante scelte e strategie di politica internazionale ci sia sempre un ancentrale motivo legato alle basi della propria storia. Così come per noi lo sono più direttamente la storia romana, la civiltà greca e il cristianesimo, così per gli americani i fatti del 1800 in questi territori devono essersi sedimentati in profondità costruendo inconsapevoli ideologie e attitudini di pensiero.
Zucconi racconta che da quel 1804 della prima
spedizione governativa di Lewis e Clark mandata dalla Casa Bianca fino
al Pacifico agli anni 50 dell'800, indigeni e immigrati nelle pianure si
erano
guardati a distanza con una certa reciproca indifferenza e disprezzo. Ma
senza alcun importante episodio conflittuale. I conflitti con gli
indiani ovviamente vi furono fin dall'inizio dell'invasione del Nuovo
Mondo sulla costa Est del Nord America, lì dove gli europei si
radicarono maggiormente e proseguirono sanguinolenti anche fino a fine
'700. (Per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_indiane)
Ad Ovest, nelle praterie, fino a metà '800 i nativi invece sopravvissero quasi del tutto indisturbati per precipitare velocemente in guerra nel giro di pochi decenni.
Tutto cominciò quando venne aperto
il sentiero dell'Oregon, la via che dal Mississippi conduceva al
Pacifico attraversando le sconfinate praterie territorio degli indiani
nativi che lì avevano vissuto per millenni basando la loro
civiltà e sopravvivenza sul caratteristico bisonte. Ad Ovest, nelle praterie, fino a metà '800 i nativi invece sopravvissero quasi del tutto indisturbati per precipitare velocemente in guerra nel giro di pochi decenni.
Una semplice rotta disegnata su una mappa che ritraeva agli occhi dei miserabili contadini europei un continente sconfinatamente libero. Quanto basta per scatenare una guerra. Ma chi cavolo aveva detto che quella terra era libera?
Chiudo il libro e guardo fuori. Sempre lo stesso paesaggio lunare. Dovremmo essere quasi arrivati a Barstow, la nostra prima vera e propria fermata nel deserto. Continuo a pensare a come noi europei siamo andati sempre in giro per il mondo come fosse casa nostra, a sottomettere e ad ammazzare popolazioni intere. Con che diritto? Con che convinzione di superiorità? E se gli europei avevano all'epoca il diritto di cercar fortuna altrove, lontano dalle carestie e dalle guerre, perchè allora non dovrebbero averlo ad esempio oggi gli africani?
Domande, domande. Amo e odio follemente la storia.
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mercoledì 11 luglio 2012
HoneyUSA: Mojave Desert
4 agosto 2011 Mojave Desert
Il Mojave Desert si estende per circa 38.000 kmq nell'entroterra a un centinaio di km da Los Angeles. E' un altopiano con numerosi bacini salati e precipitazioni scarsissime ma nonostante l'aridità ci sono circa 2000 specie vegetali che si sono ambientate e sopravvivono in queste condizioni climatiche. In quest'area ci sono anche molti giacimenti minerari (tungsteno, oro, argento, ferro, borace, potassio e salgemma) e pure delle basi militari, come ad esempio la base aerea militare Edwards AFB, luogo di atterraggio alternativo a Cape Canaveral per gli Shuttle in rientro dalle missioni spaziali. All'interno del Mojave Desert si trova il punto più basso e caldo del Nord America: la Death Valley (-89 metri sotto il livello del mare). Purtroppo non ci potremo andare perchè in agosto la Valle della Morte è chiusa per ovvi motivi di eccesso di calore...
Viaggiamo con l'aria condizionata, come consigliato da tutte le guide e i siti internet. Ogni tanto incrociamo dei grandi tir che sfrecciano (ma neanche troppo) lunga la strada semideserta. Ai lati della strada solo deserto, sassi, polvere. Lontano dei piccoli vortici sembrano danzare per la valle. Uno ci attraversa in pieno lasciandoci fortunatamente indenni e solo appena scossi nella corsia assolata. Pezzi di copertoni di tir a bordo strada.
Incrociamo nella corsia opposta un tir con il motore in fiamme accostato sulla destra, uno spaventoso fumo nero che si innalza fino al cielo, l'autista che parla al cellulare (speriamo) con i soccorsi.
Ci guardiamo. Segno della croce. E speremo ben.
Se dovesse bloccarsi per qualche motivo la nostra auto in mezzo al deserto saremmo spacciati. Dai piccola japo, ce la puoi fare - la incoraggiamo.
Proviamo ad accostare pochi minuti per lasciar raffreddare il motore e per raccogliere un po' di sabbia - ricordo per la collezione di mio padre. La temperatura esterna è indescrivibile. Resistiamo solo pochi minuti e poi ci rimettiamo in marcia diretti alla prossima tappa Barstow.
L'Interstate 15 come l'interstate 40 è una doppia lingua di asfalto che serpeggia nel deserto, una doppia corsia in andata e una doppia corsia in ritorno separate da un'ampia striscia di terra centrale. Entrambe costruite verso la fine degli anni '40 andando a sostituire la vecchia Mother Road, la Route '60, usata negli anni '20 per raggiungere la nascente Los Angeles e diventata negli anni un'icona del viaggio americano. Non c'è illuminazione, non ci sono guard rail ma solo appena qualche cartello con l'indicazione delle miglia che distano dalla prossima città. Sempre troppe. Tutto intorno nulla e nessuno. Una sensazione insolita di solitudine, piacevole a dir la verità, dopo il caos delle metropoli e i grattacieli. Finalmente il viaggio assume dimensioni umane, dimensioni naturali.
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Vittorio Zucconi
venerdì 6 luglio 2012
HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow
USA CAR TOUR California-Arizona
HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow
Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.
Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?
Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".
"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)
Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.
Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow
Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.
Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.
Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?
Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".
"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)
Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.
Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.
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giovedì 5 luglio 2012
HoneyUSA, Back to the Future Tour a Los Angeles
3 agosto, Los Angeles: Back to the Future Tour
Presente
quando guardi un film e c'hai uno vicino che anticipa tutte le battute
nonchè i rumori di fondo? Ecco questo è Marco quando guardiamo la saga
di Ritorno al Futuro (Back to the Future), il film prodotto nel 1985 da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis con attori protagonisti Michael J. Fox e Christopher Lloyd.
Siamo
sempre stati appassionati di quel film, geniale nella trama e negli
effetti speciali (per l'epoca...) e quel film, anzi, quei tre film, sono
stati girati proprio qui a Los Angeles. Potremmo mica perderci
l'occasione di andare a vedere alcune location dove Doc e Martin con la
macchina del tempo hanno girato alcune scene?
In
internet Marco aveva trovato un sito che elencava tutte le location
principali con tanto di indirizzo: la casa dove abitava George Mc Fly
nel 1955 e la casa di Beef, la scuola dove si ambientano numerose scene
del 1° e del 2° film, il parcheggio del Twin Pine's Mall dove parte la
De Lorian per il suo primo viaggio nel tempo, la casa del preside, il
quartiere di Hilldale dove abita la famiglia Mc Fly, la vecchia e
bellissima casa di legno dove abitatava Doc nel 1955.... e poi infine
anche la Monument Valley, dove è ambientato il terzo film... eh si, nei
prossimi giorni raggiungeremo anche quella!
Questo si che è un bel giro turistico alternativo! Dopo Disneyland ora tocca a uno dei nostri film preferiti!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Tabella
degli indirizzi alla mano cerchiamo intanto di capire sulla cartina
dove sono situate le varie tappe e ne selezioniamo alcune. Certo che i
produttori di Back to the Future hanno scorrazzato parecchio per la
città alla ricerca del set ideale: sono tutte sparse qua e là
nell'intera valle!
Decidiamo di partire dal Twin Pine's Mall,
il piazzale del market da cui parte la macchina del tempo nel primo
film. Si trova in un quartiere di Los Angeles dal nome Industry nella
zona est della metropoli.
Km
e km di autostrada semideserta in mezzo a periferie omologate e comuni
quanto quelle appena viste lungo l'attraversata verticale della città in
direzione e ritorno da Palos Verde.Il navigatore ci conduce in una zona
commerciale e ci fa raggiungere un ampio parcheggio, sempre
semideserto. Rallentiamo. Nessuna scritta richiama la location del film,
c'è un centro commerciale del tutto differente dal Twin Pine's Mall del
film. Marco scende e perplesso si guarda intorno. Scendo anch'io, ma
niente, forse abbiamo sbagliato indirizzo o forse non è rimasto più
nulla di quello che c'era negli anni '80. Ma all'improvviso Marco ha
un'illuminazione: "Quella è la discesa dei libici!!!!!" e indica una
vietta in discesa che fa ingresso nel piazzale.
"Ma
certo! - concordo io - lì è da dove arrivano i libici per fucilare
Doc!!!". Come due cretini (per fortuna non c'era nessuno) ci mettiamo a
recitare le parti del film "Mi hanno trovato! Non so come ma mi hanno
trovato! Scappa Martin, i libici!!!!!!" E corriamo su e giù per il
piazzale scattando foto e filmando il panorama. Il tutto - ricordo- in
un banalissimo parcheggio di un supermercato di periferia. Troppo bello!
Eravamo davvero nel piazzale dove è stata girata quella scena. (c'è chi
si accontenta di poco per essere felice).
Supereccitati ci rimettiamo in macchina decisi a raggiungere la prossima meta: la scuola di George e Martin McFly.
Km e km e ci arriviamo proprio davanti: completamente riammodernata
dall'epoca, ma è proprio quella e nella viuzza li vicino dovrebbe
esserci (almeno lo dice il sito internet) la casa del preside, quella
presa d'assalto dai teppisti nel film 2 ambientato nel futuro
alternativo. Troviamo anche la casa azzurrina del preside, oggi abitata
da qualche ignaro vecchietto. Per la strada non c'è un'anima viva. Ma
dove sono tutti? ci chiediamo.
Ripartiamo alla volta della casa di George Mc Fly.
Sulla stessa strada dovrebbe esserci anche quella di Beef, con il
garage da cui esce con l'auto su cui è nascosto Martin nel 2 film. Ci
addentriamo in un bel quartiere residenziale attraversato da vie
ombrose. A destra e sinistra villette tipicamente americane, il prato
inglese davanti senza alcuna recinzione. Tipo due spie rallentiamo fino a
fermarci davanti alla villetta al civico 58, indicata dal sito come
quella dove erano ambientate le scene di George Mc Fly nel 55. Bassi
bassi, silenzio. Non c'è nessuno, ma nella villetta di fianco una
famiglia cinese con dei bambini sta schiamazzando nel giardino. Siamo un
attimino sospetti ad aggirarci così per la via. Una foto veloce. Sss, è
proprio quella casa lì! Nell'altro lato della strada, poco più avanti, la casa di Beef dove viveva con la nonna nel 55. Ed eccolo: il garage!!! Nuuoooo il garage!!! Praticamente due idoti.
Vittoriosi ci dirigiamo verso l'ultima tappa, passando prima per il quartiere di Hilldale,
che nella realtà è ancora più bello che nel film, addirittura protetto
all'ingresso da una sbarra che autorizza l'accesso solo ai residenti.
Finalmente raggiungiamo l'imponente residenza in legno di Doc "the Blacker House",
in Hillcrest Avenue, nel quartiere di Oak Knoll a Pasadena, considerata
un gioiello dell'architettura di fine '800 firmata Greene and Greene e
inserita nel registro nazionale dei luoghi storici (pensa ti!).
Realizzata in legno e nel tempo restaurata è rimasta un esempio
dell'architettura americana di quell'epoca. Bellissima.
Ma soprattutto bellissima la "rimessa" di legno in cui Doc all'inizio del secondo film scopre la De Lorian a Martin.
Se ieri a Disneyland eravamo felici come due bambini, oggi siamo felici come due adolescenti.
Percorrere
questo tour ci ha permesso di visitare degli angoli inusuali di Los
Angeles, che nessun turista avrebbe mai visto se non per sbaglio. E di
farci una nostra personale idea dell'America.
Rientriamo in hotel
esausti ma con un sacco di riflessioni che ci rotolano nella testa sullo
stile di vita americano, sulla mancanza dei centri urbani, sulla noiosa
omologazione delle strade di Los Angeles, sulla bellezza delle ville
dei miliardari... Visitare Los Angeles a modo nostro ci ha permesso di
completare quell'idea degli Stati Uniti che ci eravamo già fatti a New
York. Un paese gigantesco di cui si parla sempre ma che in realtà ha
molto meno da dire di quanto sembra. Un paese giovane, senza storia,
senza radici e che, anzi, le proprie radici le ha cancellate il più
possibile. Che sembra sempre cercarne di nuove, a seconda della moda del momento. Modernista, dispersivo, consumista all'eccesso, dove il
massimo dell'emozione è visitare quei posti già visti in qualche film. Un'immersione in questo universo ci voleva, soprattutto per poter capire più a fondo quello che vedremo dopo.
New
York e Los Angeles sono due città estreme in ogni senso, affascinanti
per certi aspetti, ma molto povere di bellezza, molto poco
emozionanti.Almeno secondo me.Tutti dicono "che figata vivere a New York", come tutti dicono "che figata vivere in California". Io e Marco dopo esserci stati, diciamo che non ci vivremmo mai.
Sono soddisfatta di aver
confermato le mie idee di sempre. Sono soddisfatta di aver visto con i
miei occhi questi luoghi. E sono in fibrillazione all'idea che il bello
debba ancora venire.
L'America che ho sempre sognato di incontrare
mi aspetta al di là del deserto, lontano dai grattacieli e dalle ville,
nel cuore dell'America, nel cuore della sua storia che è in parte anche
la nostra storia.
E la mia storia...
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venerdì 22 giugno 2012
HoneyUSA, Palos Verde, ai confini di Los Angeles
3 agosto 2011 Los Angeles, Palos Verde Estates
Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare.
Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village.
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina.
Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora.
Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori.
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr.
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona.
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra.
Del villaggio di pescatori neanche l'ombra.
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro.
E non sanno cosa si perdono.
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Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare.
Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village.
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina.
Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora.
Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori.
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr.
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona.
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra.
Del villaggio di pescatori neanche l'ombra.
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro.
E non sanno cosa si perdono.
Ritorniamo
verso nord, riattraversando per lungo la metropoli di Los Angeles.
Niente Queen Mary (ma che cce frega di vedere una vecchia nave-albergo?)
ma soprattutto niente Ports
O'Call Village. Scopriremo solo mesi più tardi che il vecchio villaggio
di pescatori si trova da tutt'altra parte rispetto a dove eravamo noi a
Palos Verde Estates... pazienza...
Lungo
l'autostrada a 6-7 corsie che ci riporta verso downtown notiamo del
fumo nero provenire da un punto laggiù in mezzo alla città. Forse un
incendio in qualche fabbrica di periferia.
Ce ne allontaniamo veloci.Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
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martedì 19 giugno 2012
HoneyUSA: tornare bambini a Disneyland
2 agosto 2011 - Los Angeles, Disneyland
Partiamo presto. Perchè siamo troppo emozionati all'idea di passare la
giornata a Disneyland, il primo, l'originale e imitatissimo parco dei
divertimenti aperto nel 1955 per volontà di Walt Disney. Ma anche perchè
Disneyland Los Angeles dista 40
km dal centro, dove alloggiamo.
La signorina del navigatore ci conduce in un'autostrada (gratuita) a 6-7 corsie. Non so se le ho contate bene. Quando arriviamo ad Anaheim, il quartiere dove è situato il parco, sono già arrivati centinaia di pullman.
Parcheggio comodissimo, bus navetta, mandrie sconfinate di gente che si avvicina all'entrata ma è tutto molto organizzato e non c'è neanche un minuto di coda. Il biglietto costa le bellezza di 90 dollari a testa.
Certo, siamo stati a Gardaland e Mirabilandia, gira e rigira il concetto è quello. Ma qui volevamo venirci. Perchè il mondo Disney fa parte della nostra storia, della storia della nostra infanzia così come quella attuale, appassionati come siamo di cartoons e film di animazione.
Ci siamo fatti un regalo, ecco, l'abbiamo fatto al nostro essere bambini perchè man mano che passa il tempo ci rendiamo conto che dobbiamo crescere si, ma mai troppo. Dobbiamo continuare a giocare, non perdere mai la voglia di divertirci come quando eravamo bambini.
E' quello che abbiamo fatto, a parte il fatto che siamo rimasti bloccati dentro la giostra dei pirati e pure in quella di Toy Story, e a parte il fatto che l'unica pistola di Toy story che non funzionava era la nostra.
Disneyland Los Angeles non è poi così grande, forse è più grande Gardaland. E non ha tutte quelle giostre da brividi come le montagne russe e tutte le altre sulle quali ne' io ne' Marco ci divertiamo. A renderlo speciale sono i soggetti delle ambientazioni, tutte ispirate al mondo Disney e con un bel settore a tema Star Wars e Indiana Jones. Dopo la piazzetta in stile anni '30 e l'immancabile castello della Bella Addormentata con tutte le giostre della favole, si apre un laghetto con tanto di battello del Mississippi. C'è un bar interamente ispirato a New Orleans e una band di pirati sta cantando una canzone corsara con la chitarra nel piazzale. Laggù troneggia una splendida riproduzione del monte della Paramount Picture.
Gironzoliamo tra la folla come due bambini ai quali nessun adulto dice "aspetta".
E' pieno di gente obesa. Ma pieno. E di anziani invalidi che si trascinano con un girello o in carrozzina (?). E di neonati che strillano sotto il sole storditi dal caldo e dal casino.
Tutti in mano tengono qualcosa da mangiare di grasso, unto o dolce.
La giostrina della pace nel mondo con le barchette bianche che girano dentro una caverna decorata di pupazzi che rappresentano tutti i popoli del mondo, suona una musichetta diabolicamente ripetitiva.
Ma lo spettacolo più straordinario è all'imbrunire, quando inizia il musical con tutti i più famosi personaggi Disney che cantano e recitano dal castello al laghetto per finire con effetti speciali di luci e di fuoco, Topolino che sconfigge il drago della Bella Addormentata (???) e che dice qualcosa tipo "Never stop dreaming".
Fuochi d'artificio. E mi ritrovo a bocca aperta esattamente come il bambino seduto sulle spalle del papà in fianco a me.
"If you keep on believing the dream that you wish will come true", canticchio.
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La signorina del navigatore ci conduce in un'autostrada (gratuita) a 6-7 corsie. Non so se le ho contate bene. Quando arriviamo ad Anaheim, il quartiere dove è situato il parco, sono già arrivati centinaia di pullman.
Parcheggio comodissimo, bus navetta, mandrie sconfinate di gente che si avvicina all'entrata ma è tutto molto organizzato e non c'è neanche un minuto di coda. Il biglietto costa le bellezza di 90 dollari a testa.
Certo, siamo stati a Gardaland e Mirabilandia, gira e rigira il concetto è quello. Ma qui volevamo venirci. Perchè il mondo Disney fa parte della nostra storia, della storia della nostra infanzia così come quella attuale, appassionati come siamo di cartoons e film di animazione.
Ci siamo fatti un regalo, ecco, l'abbiamo fatto al nostro essere bambini perchè man mano che passa il tempo ci rendiamo conto che dobbiamo crescere si, ma mai troppo. Dobbiamo continuare a giocare, non perdere mai la voglia di divertirci come quando eravamo bambini.
E' quello che abbiamo fatto, a parte il fatto che siamo rimasti bloccati dentro la giostra dei pirati e pure in quella di Toy Story, e a parte il fatto che l'unica pistola di Toy story che non funzionava era la nostra.
Disneyland Los Angeles non è poi così grande, forse è più grande Gardaland. E non ha tutte quelle giostre da brividi come le montagne russe e tutte le altre sulle quali ne' io ne' Marco ci divertiamo. A renderlo speciale sono i soggetti delle ambientazioni, tutte ispirate al mondo Disney e con un bel settore a tema Star Wars e Indiana Jones. Dopo la piazzetta in stile anni '30 e l'immancabile castello della Bella Addormentata con tutte le giostre della favole, si apre un laghetto con tanto di battello del Mississippi. C'è un bar interamente ispirato a New Orleans e una band di pirati sta cantando una canzone corsara con la chitarra nel piazzale. Laggù troneggia una splendida riproduzione del monte della Paramount Picture.
Gironzoliamo tra la folla come due bambini ai quali nessun adulto dice "aspetta".
E' pieno di gente obesa. Ma pieno. E di anziani invalidi che si trascinano con un girello o in carrozzina (?). E di neonati che strillano sotto il sole storditi dal caldo e dal casino.
Tutti in mano tengono qualcosa da mangiare di grasso, unto o dolce.
La giostrina della pace nel mondo con le barchette bianche che girano dentro una caverna decorata di pupazzi che rappresentano tutti i popoli del mondo, suona una musichetta diabolicamente ripetitiva.
Ma lo spettacolo più straordinario è all'imbrunire, quando inizia il musical con tutti i più famosi personaggi Disney che cantano e recitano dal castello al laghetto per finire con effetti speciali di luci e di fuoco, Topolino che sconfigge il drago della Bella Addormentata (???) e che dice qualcosa tipo "Never stop dreaming".
Fuochi d'artificio. E mi ritrovo a bocca aperta esattamente come il bambino seduto sulle spalle del papà in fianco a me.
"If you keep on believing the dream that you wish will come true", canticchio.
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sabato 2 giugno 2012
HoneyUSA, Los Angeles: Walk of Fame, luccicare sul marciapiede
1 agosto 2011, Los Angeles - Walk of Fame, luccicare sul marciapiede
Non poteva esserci la mia Ella nella "Rock Walk of Fame" perchè la sua stella si trova sul marciapiede lindo della Walk of Fame, quella "storica" via, nel quartiere di Hollywood, famosa per i marciapiedi lucidi ricoperti per tutta la lunghezza del viale affollato di stelle con il nome sopra. Dicono che li puliscano 6 volte al giorno.
E' questa la strada dove si trova il Kodak Theatre, dove scorrazzano le stelle di Hollywood per la consegna degli Oscar ed è pieno di turisti e di negozietti da turisti.
Ci arriviamo dopo aver parcheggiato comodamente in una viuzza laterale. La sensazione è quella di essere in via Bafile a Jesolo, solo che a Jesolo in via Bafile è molto più difficile trovare parcheggio.
Leggere tutti i nomi sulle stelle è impossibile: sono tantissimi. E poi c'è un sacco di gente che non conosciamo. Su alcune, specie quelle più lontane dal centro della via, c'è solo la stella con il nome e il simbolo di una cinepresa o un grammofono, una tv, un microfono o due maschere teatrali a seconda dell'arte in cui si è distinto il personaggio.
L'idea di dedicare una strada alle celebrità fu della Camera di Commercio di Hollywood e risale al 1950 ma la costruzione non iniziò fino al 1958 e la prosa delle prime 8 stelle ( Joanne Woodward, Olive Borden, Ronald Colman, Louise Fazenda, Preston Foster, Burt Lancaster, Edward Sedgwick, e Ernest Torrence) fu solo nel 1960. Lucidate, valorizzate e aumentate negli anni, sono oggi in tutto circa 2500 e ne vengono aggiunte in continuazione.
La folla si concentra davanti a un edificio a forma di tempio cinese: si tratta del Grauman's Chinese Theatre, inaugurato nel 1927 per la prima de "Il re dei re" e sede di numerose altre anteprime nonchè di tre edizioni degli Academy Awards. Ad attirare la folla però non è il teatro in sè ma le numerose impronte nel cemento lasciate dalle star del cinema nel piazzale antistante l'entrata. Tutti cercano di fotografarsi con le mani nel calco delle star ma è impossibile scattare una foto isolata, tanta è la folla che calpesta le impronte.
Che scena buffa: invece che fotografare un'opera d'arte o un paesaggio tutta questa gente è qui per fotografare un calco di cemento con un nome scritto sopra.
Il marciapiede è zeppo di gente e di cianfrusaglie. Mimi immobili e gente travestita da supereroe che fa delle gag con i passanti e si fa scattare le foto in posa. Una ragazzina scialba con la chitarra a tracolla sta cantando qualcosa nella speranza di venir notata.
Qui circuita il sogno americano del diventare famosi. E mi chiedo chissà quanti, magari provenienti dalle cittadine di provincia di tutta l'America, ancora oggi vengono qui a sperare di essere notati e di far fortuna. Esattamente come i loro antenati che attraversarono il continente, sterminando bisonti e indiani, alla ricerca dell'oro californiano. Forse alla fine il vero "oro californiano" è proprio questo: il sogno della fama, vuoto e immorale come quello della ricerca dell'oro.
Anche noi, dal nostro puntino laggiù dall'altra parte dell'oceano, immersi come siamo di bellezze artistiche e naturali, non siamo esenti da questo richiamo che non riesco a non percepire come effimero.
Ora di cena. Decidiamo di cenare in un ristorantino scelto tra quelli consigliati dalla guida Lonely Planet. Non dovrebbe costare troppo, speriamo solo sia buono... Si trova ad Hollywood: Ristorante Cha cha cha (656 N Virgil Ave, 90004) specialità caraibiche e piatti multietnici. Localino losco da fuori, a ridosso del quartiere coreano, luce soffusa, veranda in legno e pareti dai colori accesi. Nel piatto uno splendido mix gustoso e agrodolce con riso, verdure e frutta. Intorno a noi pochi tavoli con coppiette del posto. Ottima scelta.
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lunedì 28 maggio 2012
HoneyUSA, Los Angeles: Rock Walk of Fame e il "santuario"
1 agosto 2011, Los Angeles - Rock Walk of Fame
Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Negli anni '20 questa strada sinuosa era sterrata e univa gli studios in via di sviluppo alle ville delle stelle sulla collina. Verso la metà degli anni '30 venne asfaltato e in mancanza del controllo delle autorità locali si trasformò in una zona dedita al mercato nero e al gioco d'azzardo. Qui ci sono i nightclub più esclusivi e storici alberghi frequentati dalle star del rock.
A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.
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A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.
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domenica 27 maggio 2012
HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills
1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills
Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.
Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.
Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.
Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.
Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.
Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.
Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...
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venerdì 25 maggio 2012
HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica
1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica
Santa Monica, la
famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale
Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i
bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le
palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava
Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della
California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano.
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano.
Siamo
partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo
nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi
partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in
programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road,
numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi
piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con
l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo.
A dir la
verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le
scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la
Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei.
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542
Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle
meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come
quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco
spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna
decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni
francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora
significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato
El Camino Real. Si procedeva
lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma
anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui,
come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della
diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione
indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.
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Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.
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giovedì 24 maggio 2012
Immunità al lusso, il regalo dei poveri
I poveri che ho incontrato lungo la mia strada durante i miei viaggi in Africa o nell'Est Europa mi hanno fatto un regalo. Uno, che non ho potuto rifiutare e del quale ora non posso più fare a meno. Me ne rendo conto davvero solo ora.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
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domenica 20 maggio 2012
HoneyUSA:Venice to Venice
1 agosto 2011 - Los Angeles: Venice to Venice
Cominciamo
da Venice. E da dove sennò? Ore di macchina in coda nel
traffico. Venice ovviamente non ha nulla a che vedere con Venezia, ma
il clima che si
respira in questo quartiere, i suoi colori e la calma serena che si
prova attraversando i canali e i piccoli ponti di legno bianco ricordano
vagamente la lentezza della mia laguna.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.
I miei capelli qui stanno che è una meraviglia. Niente a che fare con l'umidità di Venezia, quella vera.
Passeggiando
per le "calli" di Venice troviamo qualche scoiattolo che si arrampica
sulle palme, pochissima gente, la spiaggia deserta. Nessuna opera d'arte, niente
arte, niente storia.Negli Stati Uniti definiscono "antico" qualcosa
che risale al 1800, per intenderci. E questa parte dell'America, tra
l'altro, si sviluppò solo alla fine del 1800 con il completamento della
ferrovia e l'arrivo dei pionieri cercatori d'oro.
Andiamo a toccare con le punte dei piedi l'oceano Pacifico, gelato.
Numerosi cartelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami.
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.
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mercoledì 16 maggio 2012
HoneyUSA: La jeep dei nostri sogni...e la Nissan della nostra realtà
1 agosto 2011
Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.
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Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.
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venerdì 11 maggio 2012
HoneyUSA: California dream&nightmare
1 agosto 2011 - California dream&nightmare
La California rappresenta per me un conflitto tra la mia natura
anticonformista e alcuni miti della mia adolescenza. Qui, in questa
stessa città in cui ci troviamo, nel quartiere di Beverly Hills, hanno
ambientato il telefilm cult della mia generazione, ma questa è anche la
città del cinema Hollywoodiano e del modello americano della plastica
che ho sempre combattuto. Questa è la città dove sono nati i cartoni
animati della Disney che tanto amo, qui si trovano gli studi della Pixar
e poco distante i geni di Mountain View stanno costruendo il futuro. Ma
questa è anche la città degli eccessi dello star system, un mondo che
non solo non mi intessa ma che odio follemente.
Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.
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Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.
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mercoledì 9 maggio 2012
HoneyUSA: Los Angeles
31 luglio 2011: a Los Angeles
Siamo atterrati a Los Angeles che era già buio.
Con +5 ore di stanchezza sulle spalle abbiamo preso il primo taxi e attraversato una serie infinita di quartieri periferici, tangenziali, autostrade.
Che strano. Sulla cartina della città l'aeroporto sembrava molto vicino alla zona dove si trova il nostro albergo e invece sono 40 minuti che il taxi corre. Mah.
Prevediamo una salassata gigantesca.
Il nostro hotel si trova in un quartiere di coreani, infatti anche l'hotel è coreano e all'accoglienza ragazze dai tratti somatici orientali ci accolgono cordialmente. Troveremo in questa città una popolazione molto variegata dal punto di vista etnico, con molti più ispanici e orientali rispetto a New York.
La cosa mi incuriosisce. Ma siamo troppo stanchi per qualsiasi riflessione antropologica.
Crolliamo sul letto senza nemmeno guardare fuori dalla finestra della camera.
Al mattino seguente la sorpresa. È il 1 agosto 2011 e siamo molto distanti da casa. Qui è mattina, in Italia è sera.
Spalanco le pesanti tende che coprono la vetrata: là fuori una distesa di case, palazzi, alberghi e altissime palme a perdita d'occhio. Una collina poco distante interrompe la monotonia del panorama.
Guardo meglio, eh si ho visto bene: quella laggiù è la collina di Hollywood con la celeberrima scritta bianca che campeggia sul dorso!!!!! Siamo ad Hollywood! Siamo in California!!!!
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