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mercoledì 14 ottobre 2015

Rivoluzionari 3.0



Sono più di due anni che non scrivo più su questo blog. In questi due anni sono successe tante cose, la più bella di tutti si chiama Sofia ed è la mia bimba. Sono stata assorbita da lei e da tutto ciò che avere una bambina piccola comporta. Due anni meravigliosi, in cui ogni istante è stato migliore del precedente.
Le cose da dire sarebbero tante, non è che non abbia scritto nulla qui perché non ne avevo il tempo. Ho scritto molto, in realtà. E non è nemmeno che abbia cambiato idea sul fatto di scrivere e condividere i miei pensieri sulla rete.
Lo faccio adesso perché è il momento di farlo e basta.
Ogni cosa nella mia vita è successa nel momento giusto. Sono sempre stata diligente e ho rispettato tutte le aspettative che gli altri si facevano su di me. No, non certo per conformismo. Ma perché a volte rispettare le regole è semplicemente la cosa che ti rende più felice, paradossalmente più libero.
Credo che ciascuno di noi abbia un progetto, una vocazione, un disegno su di sé. Ad esso è chiamato pur restando libero nei passi da compiere per raggiungerlo e realizzarlo o meno.
Non sopporto quelli che fanno i ribelli solo per il principio di essere “contro”. La trovo una cosa del tutto fuori moda.
Oggi per le persone della mia generazione la vera rivoluzione è realizzare il proprio disegno di vita nonostante le tante difficoltà. Cosa c’è di più rivoluzionario oggi di sposarsi? Di avere una famiglia? Di avere un lavoro?
Beh, io credo che la vera rivoluzione oggi sia fare tutte queste cose insieme, senza dover rinunciare a nulla. Ed è esattamente questo quello che ho intenzione di fare. La mia piccola rivoluzione personale.

Io ho studiato, ho lavorato, mi sono sposata, ho messo al mondo una figlia. Non ho mai trascurato le mie passioni ma le ho sempre sottomesse al mio senso del dovere. Ogni cosa al suo posto. Prima il dovere poi il piacere. E quando ho sbagliato, perché tutti sbagliano, ne ho pagato le conseguenze.
Ora che ho fatto tutti i compiti mi rendo conto che le mie scelte non mi hanno privato di nulla. Anzi. Oggi più che mai mi sento libera di realizzare pienamente tutti gli aspetti della mia personalità.

La mia sfida con il mondo è proprio questa: non permetterò che mi trasformino in una casalinga se scelgo di mettere la famiglia al primo posto, così come non sarò una madre degenere se vorrò contribuire con il mio cervello a rendere il mondo un posto migliore. E al contempo ho tutte le intenzioni di esprimere quello che sono attraverso le forme d’arte che mi appartengono di più, oggi ancor più di prima.

Dicono che le donne dopo aver partorito si sentono onnipotenti. E’ proprio così.




venerdì 18 gennaio 2013

La cosa giusta

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a fare la cosa giusta. E mi hanno insegnato a capire quando un cosa é giusta. Mi hanno insegnato con il loro esempio che fare la cosa giusta raramente é conveniente, che é scomodo, che é faticoso, difficile. Ma mi hanno anche insegnato che é bello.

Non ho mai visto mia mamma e mio papà prendere una decisione secondo il loro comodo, secondo la moda o perché lo fanno tutti. "Perché lo fanno tutti": Questa frase non é mai esistita a casa mia.
Quello che fanno tutti non è mai stato un riferimento.
Li ho sempre visti pesare a manciate i valori di onestá e correttezza, sbilanciandosi in caso di dubbio a loro svantaggio.
Sarà per questo che non siamo mai diventati ricchi o popolari ma siamo stati sempre piuttosto anomali.

Io non posso che comportarmi allo stesso modo. Metto i valori e i principi prima di tutto. Prima del denaro, prima della convenienza.
Le persone che mi circondano raramente mi capiscono e io mi sento sempre un po' un alieno nel comportarmi secondo quelle regole che mi hanno insegnato in famiglia.

Mi capitano ogni tanto delle situazioni particolari nelle quali vengo fortemente tentata dal comportarmi in modo non corretto per una qualche evidente convenienza.
Mi prendono per pazza, cercano di convincermi in tutti i modi. Io resto ferma sui miei passi. Mi lascio scorrere davanti opportunità e tentazioni non senza tentennare o cedere.

Non lo dico perché mi ritengo brava. Quando si fa ciò che è giusto non si é bravi, si é solo giusti. E non si ha diritto ad applausi e ricompense. La coscienza pulita é la massima ricompensa.
Lo dico perché la vita mi ha insegnato che anche se inizialmente fare la cosa giusta sembra controproducente alla fine succede sempre che in qualche modo poi si riveli la scelta vincente.

Non sarà conveniente in termini economici, non sarà conveniente in termini di successo, sarà conveniente in termini umani o, per chi ci crede, in termini divini.

E cosa c'è che valga di più dell'umanità?

Cosa più del divino?


martedì 31 luglio 2012

HoneyUSA: Calico Ghost Town

4 agosto 2011: Los Angeles-Kingman

Calico Ghost Town. Una strada isolata nel deserto si allonta appena da Barstow rendendo man mano più visibile quella grande scritta bianca sulla montagna, a mò di Hollywood: Calico, la scritta deve essere fatta di sassi bianchi. Tanto triste come cosa. Un carretto dipinto a colori pastello dà il benvenuto all'ingresso di un ampio parcheggio assolato. Ingresso 6 dollari a testa. Vabbè. 
Calico non è in verità una reale ghost town ma una realistica ricostruzione di quella che doveva essere la minuscola cittadina mineraria arrampicata sulla brulla montagna desertica fondata nel 1881 e che nel giro di qualche decennio, dopo aver raggiunto i 3500 abitanti, si è velocemente spopolata arrivando a contare 5 residenti. 
Negli anni '50 un certo Walter Knott scoprì questa cittadina ormai quasi fantasma e decise di trasformarla in un museo vivente di quella che era stata la vita di numerose cittadine gemelle nel Vecchio West di fine '800.

Calico era una città mineraria. Quassù vi arrivarono alcuni minatori e definirono questa località "calico-coloured", cioè variopinta, variegata, per la bellezza delle sfumature delle rocce arancio. Vi trovarono una vena d'argento e presto la città crebbe con un suo ufficio postale, un giornalino settimanale, hotel, negozietti, una scuola, la chiesa, uno sceriffo e persino due dottori. L'apice si ebbe nel 1890 quando si scoprì anche una vena di Borace e arrivarono minatori da tutto il paese con l'apertura di centinaia di miniere nei dintorni. Ma è nello stesso anno che il prezzo dell'argento subì un pesante crollo e l'attività di Calico fu drasticamente ridimensionata, portando un conseguente importante spopolamento. Così velocemente come era cresciuta Calico improvvisamente divenne una città fantasma.


Entrando per la via principale (l'unica!) si ha l'impressione di essere nel villaggio West di Gardaland, ne' più ne' meno. Mancano solo la musichetta di sottofondo e i gadget di Prezzemolo.Però, pur sapendo che si tratta di una ricostruzione, la cosa ha un certo fascino. C'è il saloon, dove è stato allestito un ristorante, con un bel portico in legno e delle sedie a dondolo su cui ci sediamo all'ombra. Tra i vari negozietti di souverin c'è anche una abitazione-museo che racconta la storia di quella che è stato il personaggio simbolo di questa cittadina: Lucy Lane, una donna che visse a Calico per 70 anni. Lucy Lane arrivò a Calico con la famiglia quando aveva circa 10 anni e a 18 sposò John Robert Lane il quale aprì il general store della città. Nel periodo del declino di Calico la coppia se ne andò per qualche anno per poi ritornare definitivamente. John Robert morì nel 1934 ma Lucy Lane visse fino al 1967, all'età di 93 anni, sempre a Calico. 


Con il sovrapprezzo di 1 euro è possibile anche visitare una miniera. Poche centinaia di metri dentro la roccia in uno stretto cunicolo da percorrere a piedi dove ogni tanto ci sono dei pupazzi che simulano la vita dei minatori. Vitaccia. Poi c'è il trenino, la scuola e uno spazio dove fanno giochi per bambini.
Il paesetto finisce con la fine della strada. Fa un caldo secco e ventilato. Altri turisti stanno passeggiando divertiti, tra cui anche un gruppo di italiani che fanno un casino pazzesco. Come al solito. 
6 dollari forse sono un po' eccessivi, col senno di poi, però la visita meritava. Il panorama è spettacolare, le rocce qui intorno sono splendide e la cittadina ben ricostruita. Ma l'ebbrezza della vita nel villaggio del West non mi coglie neanche un po'. Anzi. E non invidio neanche un po' la signora Lucy Lane che ha passato tutta la vita arrampicata su queste montagne brulle a vendere scatolette ai minatori...

giovedì 12 luglio 2012

HoneyUSA: Il Sentiero dell'Oregon


(HONEY USA, 4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman)

Continuo a leggere il libro di Zucconi (Gli Spiriti non dimenticano).
"Marco continuo?" Un cenno muto con la testa. Forse vuol dire che non gli dispiace.

"p. 31 (...) Perchè mai l'esercito degli Stati Uniti e quelle tribù, la cui esistenza era a mala pena nota ai bianchi appena qualche anno prima, fossero arrivati alla vigilia di una guerra nel 1955, era qualcosa che ne' il Colonnello (William Harney, nda), ne' gli indiani avevano capito bene".

Ecco, questo sì che è sempre interessante: perchè mai si arriva a una guerra? Ho sempre adorato studiare le cause delle guerre, chissà, forse nella speranza di capire come si sarebbero potute prevenire... E capire come sia potuto succedere lo sterminio di una popolazione di milioni di indigeni in poco meno di cento anni è decisamente fondamentale per capire la storia americana e in generale la storia contemporanea occidentale. Sono sempre stata convinta che all'origine di tante scelte e strategie di politica internazionale ci sia sempre un ancentrale motivo legato alle basi della propria storia. Così come per noi lo sono più direttamente la storia romana, la civiltà greca e il cristianesimo, così per gli americani i fatti del 1800 in questi territori devono essersi sedimentati in profondità costruendo inconsapevoli ideologie e attitudini di pensiero.


Zucconi racconta che da quel 1804 della prima spedizione governativa di Lewis e Clark mandata dalla Casa Bianca fino al Pacifico agli anni 50 dell'800, indigeni e immigrati nelle pianure si erano guardati a distanza con una certa reciproca indifferenza e disprezzo. Ma senza alcun importante episodio conflittuale. I conflitti con gli indiani ovviamente vi furono fin dall'inizio dell'invasione del Nuovo Mondo sulla costa Est del Nord America, lì dove gli europei si radicarono maggiormente e proseguirono sanguinolenti anche fino a fine '700. (Per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_indiane)

Ad Ovest, nelle praterie, fino a metà '800 i nativi invece sopravvissero quasi del tutto indisturbati per precipitare velocemente in guerra nel giro di pochi decenni.

Tutto cominciò quando venne aperto il sentiero dell'Oregon, la via che dal Mississippi conduceva al Pacifico attraversando le sconfinate praterie territorio degli indiani nativi che lì avevano vissuto per millenni basando la loro civiltà e sopravvivenza sul caratteristico bisonte.
Una semplice rotta disegnata su una mappa che ritraeva agli occhi dei miserabili contadini europei un continente sconfinatamente libero. Quanto basta per scatenare una guerra. Ma chi cavolo aveva detto che quella terra era libera?

Chiudo il libro e guardo fuori. Sempre lo stesso paesaggio lunare. Dovremmo essere quasi arrivati a Barstow, la nostra prima vera e propria fermata nel deserto. Continuo a pensare a come noi europei siamo andati sempre in giro per il mondo come fosse casa nostra, a sottomettere e ad ammazzare popolazioni intere. Con che diritto? Con che convinzione di superiorità? E se gli europei avevano all'epoca il diritto di cercar fortuna altrove, lontano dalle carestie e dalle guerre, perchè allora non dovrebbero averlo ad esempio oggi gli africani?
Domande, domande. Amo e odio follemente la storia.


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mercoledì 11 luglio 2012

HoneyUSA: Mojave Desert


4 agosto 2011 Mojave Desert

Profili di montagne antiche dai colori sbiaditi, rocce rossastre dalle forme insolite, lisci pendii che si allungano a valle, ciuffi radi di piante grasse impolverate. Ma soprattutto la strada: una infinita lingua d'asfalto adagiata tra le rocce, lì come per sbaglio, che si perde all'orizzonte. Distanze alle quali non siamo abituati. Deserto a perdita d'occhio.

Il Mojave Desert si estende per circa 38.000 kmq nell'entroterra a un centinaio di km da Los Angeles. E' un altopiano con numerosi bacini salati e precipitazioni scarsissime ma nonostante l'aridità ci sono circa 2000 specie vegetali che si sono ambientate e sopravvivono in queste condizioni climatiche. In quest'area ci sono anche molti giacimenti minerari (tungsteno, oro, argento, ferro, borace, potassio e salgemma) e pure delle basi militari, come ad esempio la base aerea militare Edwards AFB, luogo di atterraggio alternativo a Cape Canaveral per gli Shuttle in rientro dalle missioni spaziali. All'interno del Mojave Desert si trova il punto più basso e caldo del Nord America: la Death Valley (-89 metri sotto il livello del mare). Purtroppo non ci potremo andare perchè in agosto la Valle della Morte è chiusa per ovvi motivi di eccesso di calore...

Viaggiamo con l'aria condizionata, come consigliato da tutte le guide e i siti internet. Ogni tanto incrociamo dei grandi tir che sfrecciano (ma neanche troppo) lunga la strada semideserta. Ai lati della strada solo deserto, sassi, polvere. Lontano dei piccoli vortici sembrano danzare per la valle. Uno ci attraversa in pieno lasciandoci fortunatamente indenni e solo appena scossi nella corsia assolata. Pezzi di copertoni di tir a bordo strada.

Incrociamo nella corsia opposta un tir con il motore in fiamme accostato sulla destra, uno spaventoso fumo nero che si innalza fino al cielo, l'autista che parla al cellulare (speriamo) con i soccorsi.

Ci guardiamo. Segno della croce. E speremo ben.

Se dovesse bloccarsi per qualche motivo la nostra auto in mezzo al deserto saremmo spacciati. Dai piccola japo, ce la puoi fare - la incoraggiamo.

Proviamo ad accostare pochi minuti per lasciar raffreddare il motore e per raccogliere un po' di sabbia - ricordo per la collezione di mio padre. La temperatura esterna è indescrivibile. Resistiamo solo pochi minuti e poi ci rimettiamo in marcia diretti alla prossima tappa Barstow.

L'Interstate 15 come l'interstate 40 è una doppia lingua di asfalto che serpeggia nel deserto, una doppia corsia in andata e una doppia corsia in ritorno separate da un'ampia striscia di terra centrale. Entrambe costruite verso la fine degli anni '40 andando a sostituire la vecchia Mother Road, la Route '60, usata negli anni '20 per raggiungere la nascente Los Angeles e diventata negli anni un'icona del viaggio americano. Non c'è illuminazione, non ci sono guard rail ma solo appena qualche cartello con l'indicazione delle miglia che distano dalla prossima città. Sempre troppe. Tutto intorno nulla e nessuno. Una sensazione insolita di solitudine, piacevole a dir la verità, dopo il caos delle metropoli e i grattacieli. Finalmente il viaggio assume dimensioni umane, dimensioni naturali.


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giovedì 29 settembre 2011

HoneyUSA. New York. Against american coffee

Caffè americano. Parliamone.
Non ci siamo, decisamente non ci siamo. Lo chiamano caffè ma é un liquame dal gusto indefinito che viene servito ustionante in dei grandi bicchieroni di plastica con il tappo e un buco a mo' di beccuccio.
In giro per Manhattan è pieno di gente con sto biberon in mano mentre guida, mentre cammina, mentre telefona al cellulare rigorosamente IPhone).
"Se è tanto gettonato deve essere anche buono sto caffè americano" ci siam detti noi il primo giorno.
Fiondati da Starbucks ordiniamo due caffè americani. E a fatica perché sti americani si mangiano le parole che é un piacere.
2 american coffees and 2 muffins.
Ci consegnano due bicchieroni incandescenti che nemmeno l'apposito cartoncino aiuta a tenere in mano da quanto scottano. Dentro ci si può mettere zucchero, latte, cannella a volontà. Ma io, stoica, no. Il caffè va bevuto amaro.
Aspettiamo che si raffreddi un po' e nel frattempo sempre con sto biberon in mano andiamo in giro per New York proprio come fanno i newyorkesi, facendo tutto con una mano sola. Praticamente due handicappati.
Passano i minuti. Dopo una quindicina di minuti di attesa il contenitore sembra essersi un po' raffreddato.
Tentiamo un piccolo approccio, appoggiamo le labbra al beccuccio ma non arriviamo alla prima sorsata. Se il contenitore era appena più tiepido il caffè dentro era sempre incandescente.
Piovono maledizioni rivolte a tutte le generazioni di immigrati americani e in particolare a quelli che hanno avuto la fantastica idea di inventare il caffè americano, che -tra l'altro- dopo mezz'ora non siamo neanche riusciti ad assaggiare.
Continuiamo a girare col biberon in mano. Sento che il mio dipendente bisogno di caffè deve essere soddisfatto a breve, ma il coso brucia e sembra non accennare a raffreddarsi.
Penso alle tazzine dal bordo rotondo e spesso dei bar italiani, a quel mezzo dito di nettare marrone scuro, denso e profumato, alla cremina in superficie, soffice e intensa, al caffè espresso amaro da far i brividi che lascia in bocca un aroma persistente e dolciastro... Ah il caffè italiano...
Passa un'altra mezz'ora prima che riusciamo a sorseggiare il liquame. Il gusto, amaro, non ha nulla a che vedere con il caffè. É acido, sa da acqua sporca. Ha un odore lontanissimo ma quello che emerge è la plastica.
Che schifo.
Mi son portata dietro l'intrigo per un'ora e adesso non riesco neanche a berlo. Proviamo a metterci dello zucchero. Prima una, poi due, tre bustine. Ma continua a fare schifo.
Ne bevo mezzo solo perché mi secca aver speso i soldi.
Poi finisce nella spazzatura.
Ho bisogno del caffè, proviamo a berlo anche i giorni successivi in altri posti, ma la situazione non cambia.
Mi chiedo se anche i newyorkesi non tengano in mano il biberon solo per moda e poi non lo buttino via. O se non lo usino principalmente in inverno solo per scaldarsi le mani.
Ci credo che poi alla fine devi rifarti la bocca con i muffin... Soffici, unti di burro fino a far schifo...lasciano addosso la sensazione di aver mangiato una mastella di grasso e un principio di dipendenza dopo il primo morso. Un mattone. Almeno 2000 calorie per panetto.
Non ci siamo proprio.
Francesca vs American food: è guerra aperta.


Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
http://caffe-amaro.blogspot.com/p/usa-moleskine_05.html



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giovedì 15 settembre 2011

HoneyUSA. Le premesse

Premessa: per me hanno sempre avuto ragione gli indiani.
E già partiamo male. Perché andare in America tifando per gli indiani ti indispone di default nei confronti di tutto ciò che c'è di costruito sul continente.

Al posto di sbarcare in un festoso clima disneyano con la bandierina e l'hot dog in mano, finisce che osservi ogni cosa con disincanto e un pelo di cinismo.
"Fantastico, sono la persona giusta nel posto giusto. Non mi fregate con la menata del sogno americano" mi dico mentre come uno zombie dopo 9 ore di volo attendo in coda al JFK di essere schedata con tanto di impronte digitali di tutte e 10 le dita.

"Sono in vacanza. Sono qui per divertirmi e il mio divertimento massimo é il reportage". Ma siccome sono anche in viaggio di nozze se il mio fresco maritino mi sgamma a lavorare anche stavolta potrebbe essere un problema...

Già l'anno scorso abbiamo trascorso le ferie in Bielorussia per il progetto Help for Children, stavolta non posso, dai.

Niente interviste e niente block notes, solo impatti, impressioni e chilometri. Tanti chilometri.



Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
http://caffe-amaro.blogspot.com/p/usa-moleskine_05.html



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mercoledì 14 settembre 2011

La mia prima vendemmia

Si può dire di aver vissuto senza aver mai provato l'ebbrezza di una vera vendemmia?
Cittadina da sempre, non ho mai visto da vicino questo rituale contadino antico. Me ne vergogno, perché si tratta di una carenza culturale imperdonabile.
Curiosa per deformazione professionale, ho trascinato marito ed amici alla vendemmia del Valdobbiadene DOCG, tra le spettacolari colline trevigiane di Guia.
Giornata stranamente calda per la vendemmia, quest'anno anticipata a fine agosto. Pantaloni lunghi e scarponi da montagna. L'appuntamento è direttamente in vigna, dove ci accompagna personalmente Desiderio, il titolare della Cantina Bortolin Angelo Spumanti, produttore di un Valdobbiadene DOCG da Gran Medaglia d'oro. Se dobbiamo vendemmiare allora andiamo a farlo dove si produce il miglior spumante del mondo no?
Il posto è spettacolare. Il vigneto si distende sulla riva di una collina, del tutto nascosta dalla strada, a cui si accede solo tramite uno stretto sentiero asfaltato. Franco, il proprietario del vigneto e cognato di Desiderio, ci aspettava li insieme a moglie e tre figli e alle sue due sorelle anch'esse con marito e figli. É domenica e questa non é gente che vendemmia di professione. Ci siamo infiltrati nel bel mezzo di un rituale familiare.

Il vigneto apparteneva al padre di Franco insieme a un altro pezzo della collina e a quella casa laggiù, oggi venduta e restaurata, ma ancora disabitata.
Mentre iniziamo a recidere i grappoli succosi con delle apposite forbici le sorelle di Franco e la moglie Giovanna ci raccontano episodi della loro infanzia in vigna, il tempo in cui abitavano in quella casa senza elettricità e acqua corrente, quando la nonna allevava bachi da seta sull'enorme gelso che sorge ancora nel cortile. Giovanna ricorda i consigli di suo padre Angelo, il fondatore della Cantina che porta il suo nome, su come procedere in modo ordinato la vendemmia lungo i filari, e descrive i giochi dei bambini che avevano il compito di raccogliere tutti gli acini caduti a terra...
Il tempo si ferma. Rimane solo il profumo dell'uva matura. I cani corrono liberamente per il vigneto insieme ai bambini.
Man mano che si procede si osserva come cambiano i grappoli a seconda della posizione del tralcio: più vicino al bosco e al lato ombroso della collina sono meno maturi, gli acini verdi e meno polposi. Mentre lassù dove il sole illumina i filari fino a sera sono più belli, ricchi e succosi. Si capisce così la profonda differenza che c'è tra il Prosecco doc (coltivato in pianura) e il docg (in collina). La fatica del lavoro in questi vigneti eroici é tutta descritta nei profumi inconfondibili del Valdobbiadene docg. Un succo di storia e di sacrifici. Quelli di una famiglia come questa di Angelo, ad esempio, oggi premiata dal riconoscimento internazionale per l'alta qualità dei suoi spumanti.
Grazie al nostro inesperto contributo la vendemmia finisce presto. Quattro persone in più, per quanto digiune di esperienza e tecnica, possono fare la differenza. E cosi c'è tutto il tempo di allestire una tavolata sotto un vecchio noce. Quel noce da cui spunta, quasi spettrale, una falce, dimenticata lassù appesa chissà quanto tempo fa dal padre di Franco. Il noce ora l'ha inglobata al suo tronco, come a voler conservare anch'esso un ricordo della famiglia che per tanti anni ha coltivato con amore quella terra.
Già, perché sembra proprio che la terra riesca a cogliere le emozioni delle mani che la lavorano. Ed è proprio quella stessa passione per la vite e i suoi frutti che contraddistingue ogni membro della famiglia Bortolin. Una passione estremamente contagiosa e travolgente, che abbraccia con generosità e sincero affetto ogni persona che ne entri in contatto.
Come noi, per un giorno adottati nella vigna dalla famiglia Bortolin. Bere un bicchiere di vino d'ora in poi non sarà più la stessa cosa.

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martedì 23 agosto 2011

Una pace assolutamente reale

Un mese fa era il giorno del mio matrimonio. Una giornata splendida iniziata con un tempaccio e un freddo inaspettato per la stagione. Ma io ero serena come non mai. Non mi interessava assolutamente nulla del tempo. Un mese fa, il fotografo è arrivato in ritardo perché non trovava casa mia. Gli è caduta la macchina fotografica sul piede e si è pure fatto male. Ma nelle foto ero sempre sorridente. Non mi interessava assolutamente nulla del suo ritardo. La Alfa rossa di mio papà ci ha accompagnato fino alla chiesa, lì dietro l’angolo, tutti e quattro: mia sorella, mia mamma, mio papà ed io. Come andassimo ad una gita. Tranquilli.
E poi davanti alla chiesa amici inattesi e sorrisi. L’affetto della nostra parrocchia di sempre, degli amici di sempre, dei parenti, del coro. Non mi interessava nulla al di fuori di quella chiesa. Tutto ciò che avevo di più caro era lì presente e partecipe.
Una pace surreale. Anzi no, una pace assolutamente reale.
Abbiamo ricevuto un dono grande dal cielo e da tutte le persone che hanno condiviso con noi la gioia di quella giornata.
Grazie...

martedì 26 aprile 2011

Chernobyl, 25 anni di male invisibile

Si celebra oggi, 26 aprile 2011, il 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl. Un anniversario celebrato con una nuova catastrofe nucleare, la controversia sul numero delle vittime, l’emergenza strutturale del sarcofago, l’impegno del mondo a fianco delle popolazioni colpite. Per non dimenticare.

Il mio articolo pubblicato oggi su www.ilcambiamento.it

26 Aprile 1986 - 26 aprile 2011: forse qualcuno sperava quest’anno di celebrare in sordina il 25° anniversario del disastro nucleare di Chernobyl. Invece la tragica coincidenza con una nuova altrettanto grave catastrofe avvenuta agli antipodi ha costretto il mondo a una riflessione profonda, a riabilitare alla memoria quel male invisibile che ha pervaso l’Europa e in particolare le città e i villaggi a cavallo tra l’Ucraina e la Bielorussia, i più contaminati dal fallout radioattivo proveniente dal reattore numero 4 di quella che doveva essere la più grande centrale nucleare del mondo, la centrale “Lenin”.

Un male invisibile, quello delle radiazioni, impercettibili, inodori, insapori, che in questi 25 anni è scomparso anche dalle statistiche. Ancora controverso è infatti il numero delle vittime: 2 tecnici della centrale morirono immediatamente in seguito all’esplosione, altre 29 persone, per lo più vigili del fuoco accorsi nei primi istanti sul luogo dell’incidente, spirarono all’ospedale. 65 morti accertati nei primi giorni, 134 tra l’87 e il 2005. Ma sono molti di più. Il gruppo dei Verdi del Parlamento Europeo ha stimato circa 30.000-60.000 morti nel giro di 70 anni dal disastro, Greenpeace ha previsto una cifra ancora più catastrofica: 6 milioni di vittime.
Non si giungerà mai a una conta definitiva, le radiazioni colpiscono gli organi interni causando malattie e tumori difficilmente riconducibili alla contaminazione nucleare. Un’emergenza sanitaria che riguarda circa 10 milioni di persone, attualmente residenti in una zona dove le radiazioni sono superiori alla noma e che continuano ad alimentarsi di prodotti contaminati. Le conseguenze di tale contaminazione sono difficilmente monitorabili e si ripercuoteranno per generazioni.

Tra le azioni più urgenti resta la ricostruzione del sarcofago che imprigiona il reattore numero 4. Progettato per durare 30 anni, da tempo la pesante copertura presenta crepe e fessure dalle quali fuoriescono vapori radioattivi che si disperdono in continuazione nell’atmosfera. Fin dai primi anni ’90 l’Unione Europea si è attivata per reperire i fondi da destinare alla costruzione di una struttura di contenimento in grado di mettere in sicurezza il reattore che contiene ancora il 95% del materiale radioattivo presente al momento dell’incidente.
Il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon si è recato a Chernobyl pochi giorni fa e ha partecipato ad un incontro a Kiev durante il quale si sono decisi gli stanziamenti per la costruzione del sarcofago. Per i lavori sono necessari circa 750 milioni, l’UE contribuirà con 110 milioni di euro. La cifra rimanente dovrebbe essere messa a disposizione dal governo di Kiev, almeno stando a quanto annunciato dal Commissario europeo per lo sviluppo Andris Piebalgs lo scorso 19 aprile alla conferenza di Kiev.

Mentre l’attenzione del mondo si è spostata in estremo oriente, sono numerose le associazioni, in questi 25 anni a fianco delle popolazioni colpite dalle radiazioni di Chernobyl, che vogliono mantenere vivo il ricordo e soprattutto l’impegno di solidarietà. Soprattutto a fianco dei bambini. Continua l’intensa attività di ospitalità in Italia dei ragazzi bielorussi a scopo di smaltimento delle radiazioni accumulate nel fisico (Help for Children, Aiutiamoli a Vivere, Un sorriso per Chernobyl, Bambini di Chernobyl sono solo alcune delle numerosissime realtà distribuite sul territorio che agiscono da oltre 20 anni per i bambini colpiti).
Greenpeace ha lanciato il sito Generazione Cernobyl http://www.generazionecernobyl.org/public/, sul quale le persone potranno scrivere e condividere il proprio ricordo di Chernobyl accompagnandolo con una foto o registrandolo in un video messaggio.
L’obiettivo è ricordare gli effetti che un disastro nucleare può avere sulla vita di tutti. Perché il male invisibile prenda corpo e si manifesti con tutte le sue tragiche conseguenze agli occhi del mondo. Una lezione che è necessario ripetere, maggiormente dopo quanto accaduto a Fukushima perché, evidentemente, il mondo non l’ha ancora imparata.

Francesca Bellemo