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lunedì 3 settembre 2012

HoneyUSA: Inside Cars





5 agosto 2011
Kingman-Hackberry - Peach Springs - Williams -Tusayan (Grand Canyon)

Ci troviamo nel bel mezzo di Cars, il film di animazione della Disney ambientato in una cittadina (Radiator Springs) che vive la sua gloria, il suo declino e la sua rinascita lungo la Route 66. Cioè, non ci troviamo nel film, ma in quel tratto di strada di cui il film parla.
Per arrivare fino a Williams dove prenderemo il bivio che ci condurrà verso nord al Grand Canyon ci sono due strade: una è l'Interstate 40, l'autostrada che prosegue l'itinerario fatto finora in linea retta lungo il deserto, l'altra è uno dei tratti ancora intatti della route 66 che serpeggia armoniosamente lungo i pendii della vallata vicina. Allungheremo la strada solo di una mezz'oretta e optiamo per immergerci nella storia di questa gloriosa strada americana.
Sulla guida parlano di graziose cittadine frequentate da nostalgici, caratteristici store e bazar pieni di cianfrusaglie ispirate alla Route 66. Ho seguito la traccia di questo tratto su google maps, ho segnato le varie stazioni...Siamo troppo curiosi.
La strada continua ad essere sempre semideserta ma quando imbocchiamo la deviazione per Hackberry iniziamo a preoccuparci: siamo sicuri che questo tratto di strada sia ancora percorribile e che non finiremo impantanati nella sabbia dispersi nel deserto?
Non c'è nessuno, ma proprio nessuno. Eppure l'asfalto non è preso malissimo, quindi vuol dire che la strada è aperta, che ci passa qualcuno ogni tanto.
Localizzo lassù a metà del pendio arido una roulotte isolata. Dio mio, ma non ci abiterà mica qualcuno?
Ne vediamo diverse, sempre isolate, qua e là.
All'improvviso sulla sinistra appare una baracca. Deve essere il celebre Hackberry General Store, una specie di museo a cielo aperto della Route 66, che conserva intatto tutto lo spirito della vecchia Mother Road. Parcheggiamo. Non c'è nessuno. Davanti c'è una vecchia pompa di benzina vintage con tanto di cartello cigolante nel silenzio surreale. Una vecchia ford nera arrugginita giace a un lato della baracca, una corvette arancione luccica sull'altro. Varie insegne degli anni '50, un vecchio frigorifero. Molto suggestivo.
Ci godiamo il cigolio dell'insegna Coca Cola finchè non ci raggiunge una carovana di Harley rombanti.
Invidiaaaaaaaaaaaaaaa.

Ripartiamo alla volta di Peach Springs, la cittadina alla quale i creatori di Cars si sono ispirati per ambientare il loro capolavoro di animazione. E non la troviamo. Sulla cartina ci risulta superata ma non abbiamo visto nessuna città da chilometri. Ritorniamo indietro perchè forse quelle due case ....
Infatti, Peach Springs erano proprio quelle due case.
In questo tratto la Route 66 sembra essere rimasta quella degli anni '50, tutto è intatto, tutto è immobile.
Ma è deserto, desolato. Amaro.
Proseguiamo dritti fino a Williams dove pranziamo in uno splendido locale sulla strada tutto anni '50, il -
Williams Twister Soda Mountain & the Route 66. 96 km a sud del Grand Canyon Williams è la stazione di partenza del treno che porta al Canyon (GRAND CANYON RAILWAY). Celebre per ristoranti e motel nostalgici, il nome Williams deriva da Bill Williams (1787-1849) uomo di montagna e cacciatore di pelli che visse per un periodo insieme agli indiani Osage nel Missouri. La città si sviluppò intorno alla ferrovia che arrivò verso il 1880 e quando fu costruito un raccordo con il South Rim Williams divenne un centro turistico. Alla fine degli anni 50 era una popolare area di servizio sulla route 66. La città conserva l’atmosfera della frontiera e gli abitanti indossano ancora il cappello da cowboy.
Io indosso i miei stivali texani. Finalmente nel loro habitat.

Sbricio nei negozi di souvenir ma faccio fatica a trovare qualcosa che non sia Made in China e per principio non compro nulla.

giovedì 30 agosto 2012

HoneyUSA: Metriotes

Metriotes
4 agosto 2011 Kingman

Tutta colpa della metriotes, penso. Antiche reminescenze del ginnasio affiorano insieme alle rocce a bordo strada. Tutta colpa del silenzio. Il mio cervello viaggia più veloce di questa Nissan Versa. Ci stiamo avvicinando a Kingman.
Metriotes, che sia quella parola che tanto amavo scrivere nel diario in quei veraci caratteri greci ad avermi immunizzato al contagio del sogno americano?
Metriotes, cioè la moderazione, l'equilibrio, il senso della misura... non sono l'esatto opposto di quell'esagerazione smisurata che sembra caratterizzare ogni cosa in questo smisurato paese?
E sarà forse quella mia razionale ricerca continua di equilibrio a rendermi così insofferente nella società americana che è tutto tranne che equilibrata?
Ci troviamo nel bel mezzo di un'icona di quell'American Dream che da New York a Hollywood attira da secoli come una calamita sognatori in cerca di un'occasione da ogni parte del mondo. Anch'io ho sognato di essere qui, di indossare stivali texani e godermi il vento in faccia lungo la Route 66.
Indosso i miei stivali texani (realizzo solo ora che hanno 15 anni questi stivali!), mi godo il vento in faccia ma  mi sento immune, pur essendo stata attirata fin qui. Mi sento affascinata ma protagonista. Mi sto facendo un'idea tutta mia di questo posto, sto perfezionando i contorni delle immagini accumulate nella mia mente con la tv.
O forse è solo disincanto? 
Respiro la  limpida magnificenza del paesaggio, mi inebrio di questi spazi aperti e dei loro colori, del loro silenzio. Eppure non mi sento trascinata nel vortice. Ogni chilometro in più che faccio mi sento più europea, più italiana. Mi sento come se stessi ricomponendo un pezzo alla volta quello che ero seduta in quella sedia al quarto piano del Palazzo Bollani, quando feci conoscenza degli amici indiani.
Le mie solite seghe mentali.

Il volantino dice "Kingman: the heart of Route 66", mi aspettavo una cittadina caratteristica e accogliente, invece non è che la solita distesa di monotone e modeste casette in fila, spaccata a metà da una strada ampia.
Ricordo che nella guida si raccomandavano tanto di trovare un albergo lontano dalla stazione poichè questa è anche un punto di snodo importantissimo per la Pacific e l'Atlantic Railroad. Fortunatamente il nostro albergo si trova a debita distanza dallo sferragliare di rotaie e treni merci.
La cittadina di Kingman si trova in effetti nel cuore della mitica Route 66, che la attraversa in pieno. In realtà il tratto di Route 66 che attraversa Kingman non si chiama Route 66 bensì "Andy Devine Avenue" in omaggio all'attore Andy Devine che era originario del luogo.
Troviamo un volantino turistico della città nella hall dell'hotel: sembra essere una location molto frequentata dai turisti considerando la quantità di iniziative e attrattive pubblicizzate. C'è persino un museo dedicato alla Route 66 ma purtroppo lo troviamo chiuso. In attesa che si faccia ora di cena decidiamo di visitare il Locomotive Park che altro non è che una vecchia locomotiva gigantesca adagiata su un prato verde. Un paio di foto di rito sulla locomotiva e davanti al cartello che indica Route 66 e poi un tuffo nella piscina dell'hotel.

Ceniamo in una nota steak house lì vicino dove servono bistecche gigantesche ( e a detta di Marco buonissime) e per fortuna anche panini vegetariani.

Kingman non è niente di che, ma forse è giusto così. Se la protagonista è la Strada, la Mother Road, le cittadine che la toccano sono solo delle tappe anonime, devono stare in secondo piano. Se il sogno americano deve spingere le persone a proseguire la strada non deve esserci niente a farti desiderare di restare, no?

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mercoledì 11 luglio 2012

HoneyUSA: Mojave Desert


4 agosto 2011 Mojave Desert

Profili di montagne antiche dai colori sbiaditi, rocce rossastre dalle forme insolite, lisci pendii che si allungano a valle, ciuffi radi di piante grasse impolverate. Ma soprattutto la strada: una infinita lingua d'asfalto adagiata tra le rocce, lì come per sbaglio, che si perde all'orizzonte. Distanze alle quali non siamo abituati. Deserto a perdita d'occhio.

Il Mojave Desert si estende per circa 38.000 kmq nell'entroterra a un centinaio di km da Los Angeles. E' un altopiano con numerosi bacini salati e precipitazioni scarsissime ma nonostante l'aridità ci sono circa 2000 specie vegetali che si sono ambientate e sopravvivono in queste condizioni climatiche. In quest'area ci sono anche molti giacimenti minerari (tungsteno, oro, argento, ferro, borace, potassio e salgemma) e pure delle basi militari, come ad esempio la base aerea militare Edwards AFB, luogo di atterraggio alternativo a Cape Canaveral per gli Shuttle in rientro dalle missioni spaziali. All'interno del Mojave Desert si trova il punto più basso e caldo del Nord America: la Death Valley (-89 metri sotto il livello del mare). Purtroppo non ci potremo andare perchè in agosto la Valle della Morte è chiusa per ovvi motivi di eccesso di calore...

Viaggiamo con l'aria condizionata, come consigliato da tutte le guide e i siti internet. Ogni tanto incrociamo dei grandi tir che sfrecciano (ma neanche troppo) lunga la strada semideserta. Ai lati della strada solo deserto, sassi, polvere. Lontano dei piccoli vortici sembrano danzare per la valle. Uno ci attraversa in pieno lasciandoci fortunatamente indenni e solo appena scossi nella corsia assolata. Pezzi di copertoni di tir a bordo strada.

Incrociamo nella corsia opposta un tir con il motore in fiamme accostato sulla destra, uno spaventoso fumo nero che si innalza fino al cielo, l'autista che parla al cellulare (speriamo) con i soccorsi.

Ci guardiamo. Segno della croce. E speremo ben.

Se dovesse bloccarsi per qualche motivo la nostra auto in mezzo al deserto saremmo spacciati. Dai piccola japo, ce la puoi fare - la incoraggiamo.

Proviamo ad accostare pochi minuti per lasciar raffreddare il motore e per raccogliere un po' di sabbia - ricordo per la collezione di mio padre. La temperatura esterna è indescrivibile. Resistiamo solo pochi minuti e poi ci rimettiamo in marcia diretti alla prossima tappa Barstow.

L'Interstate 15 come l'interstate 40 è una doppia lingua di asfalto che serpeggia nel deserto, una doppia corsia in andata e una doppia corsia in ritorno separate da un'ampia striscia di terra centrale. Entrambe costruite verso la fine degli anni '40 andando a sostituire la vecchia Mother Road, la Route '60, usata negli anni '20 per raggiungere la nascente Los Angeles e diventata negli anni un'icona del viaggio americano. Non c'è illuminazione, non ci sono guard rail ma solo appena qualche cartello con l'indicazione delle miglia che distano dalla prossima città. Sempre troppe. Tutto intorno nulla e nessuno. Una sensazione insolita di solitudine, piacevole a dir la verità, dopo il caos delle metropoli e i grattacieli. Finalmente il viaggio assume dimensioni umane, dimensioni naturali.


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venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

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venerdì 25 maggio 2012

HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica

1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica

Santa Monica, la famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano. 
Siamo partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road, numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo. 
A dir la verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei. 
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542 Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato El Camino Real. Si procedeva lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui, come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.

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