Visualizzazione post con etichetta usa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta usa. Mostra tutti i post

lunedì 9 settembre 2013

Ragionevoli dubbi pacifisti

"Non è che le guerre si facciano per vendere le armi?"
Che sollievo ascoltare questa domanda uscire dalla bocca di Papa Francesco ieri.

Me lo sono sempre chiesto anche io e poi piano piano ho cominciato a rispondermi che si, le guerre si fanno per tanti motivi ma fondamentalmente per ragioni di interesse economico. 
E si, certamente per alimentare il commercio di armi, illegale ma anche legale.

Spesso la soluzione più ovvia, più banale, più semplice è quella più giusta, come diceva il buon vecchio Ockham.
E' troppo banale pensare che anche questa volta dietro tanto interesse nell'iniziare l'ennesimo conflitto armato ci sia un puro e semplice calcolo economico?

D'altronde l'ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale ha permesso al paese di risollevarsi dopo la crisi del 29. 
Nel 1932 a Wall Street si toccò il picco minimo della crisi e i livelli delle quotazioni tornarono ai livelli precrisi solo nel 1954. Nel mezzo c'è stata la Seconda Guerra Mondiale e quasi 60 milioni di morti.

Ma io e Francesco siamo i soliti pacifisti estremisti...

sabato 13 ottobre 2012

Verso il Grand Canyon


5 agosto 2011
Verso il Grand Canyon

Verde. Era da un bel po' che non vedevamo questo colore. Finalmente boschi. Imbocchiamo la strada retta che da Williams prosegue verso nord abbandonando la Route 66, diretti a Tusayan, la località dove pernotteremo due giorni per goderci la bellezza del Grand Canyon.
Devo ammettere di aver calcolato bene i tempi delle varie tappe, in fin dei conti si tratta di poche ore di viaggio al giorno con varie soste. Non siamo per niente affaticati. Anche perchè al di là della strada in se' il tempo da dedicare alle singole località è persino troppo rispetto a quel che c'è da vedere. Anche le attrazioni turistiche in questo paese sono diluite nello spazio sconfinato del suo territorio. Appena un piccolo assaggio rispetto a quanto si trova nelle nostre città italiane, nei piccoli borghi, brulicanti di angoli storici antichissimi tutti da scovare per i quali ci si potrebbe perdere giorni e giorni. Qui invece ti viene sbattuto tutto in faccia nel giro di pochi minuti. Per questo apprezzo anche il tragitto, la lunga strada nel nulla che ti conduce a destinazione. E' un vuoto che serve ad amplificare l'emozione della meta. O almeno finora è stato così.
Ma ho grandi aspettative per quest'ultima parte del viaggio, anche se non so esattamente cosa aspettarmi.
Ho visto foto e video a vagonate del Grand Canyon, ho letto e studiato la storia delle sue rocce, ho sognato mille volte le vertigini del suo abisso ma ho come la sensazione che sarà un'emozione superiore a quanto io possa immaginarmi.

Un po' Garcia Lopez de Cardenas, lo spagnolo che nel 1540 partì dal Nuovo Messico alla ricerca di un misterioso fiume di cui parlavano gli indiani Hopi, un po' John Wesley Powell, il maggiore statunitense che alla fine del XIX secolo guidò la prima spedizione scientifica in quest'area (ma un po' più comodamente), anche noi ci troviamo senza rendercene conto sul Colorado Plateau, l'altopiano che il fiume Colorado in milioni di anni ha eroso fino a creare una gola immensa lunga 446 km e profonda fino a 1.600 metri con una  larghezza che varia dai 500 metri ai 27 km.
1.600 metri, più di un chilometro e mezzo di abisso a strapiombo: non riesco nemmeno a immaginare questa grandezza.

Orogenesi, tettonica a zolle...per capire fino in fondo l'origine di questo capolavoro della natura serve una lezione di geografia. Quello che so è che questo è un museo a cielo aperto della storia della terra da 2 miliardi di anni fa in poi. Finalmente troviamo un po' di storia negli Stati Uniti!

E' metà pomeriggio quando raggiungiamo il nostro albergo, il Grand Hotel di Tusayan, uno splendido albergo in stile montanaro, tutto in legno scuro, sul limite della foresta. La signora dell'agenzia ce l'aveva detto che questo era un bell'albergo ma non pensavo a questo punto. Decisamente al di sopra del nostro standard!

Sopra il letto in camera troviamo una boule con ghiaccio e uno spumante non ben precisato. Non è Valdobbiadene Docg, ma non si può essere troppo esigenti.

lunedì 3 settembre 2012

HoneyUSA: Inside Cars





5 agosto 2011
Kingman-Hackberry - Peach Springs - Williams -Tusayan (Grand Canyon)

Ci troviamo nel bel mezzo di Cars, il film di animazione della Disney ambientato in una cittadina (Radiator Springs) che vive la sua gloria, il suo declino e la sua rinascita lungo la Route 66. Cioè, non ci troviamo nel film, ma in quel tratto di strada di cui il film parla.
Per arrivare fino a Williams dove prenderemo il bivio che ci condurrà verso nord al Grand Canyon ci sono due strade: una è l'Interstate 40, l'autostrada che prosegue l'itinerario fatto finora in linea retta lungo il deserto, l'altra è uno dei tratti ancora intatti della route 66 che serpeggia armoniosamente lungo i pendii della vallata vicina. Allungheremo la strada solo di una mezz'oretta e optiamo per immergerci nella storia di questa gloriosa strada americana.
Sulla guida parlano di graziose cittadine frequentate da nostalgici, caratteristici store e bazar pieni di cianfrusaglie ispirate alla Route 66. Ho seguito la traccia di questo tratto su google maps, ho segnato le varie stazioni...Siamo troppo curiosi.
La strada continua ad essere sempre semideserta ma quando imbocchiamo la deviazione per Hackberry iniziamo a preoccuparci: siamo sicuri che questo tratto di strada sia ancora percorribile e che non finiremo impantanati nella sabbia dispersi nel deserto?
Non c'è nessuno, ma proprio nessuno. Eppure l'asfalto non è preso malissimo, quindi vuol dire che la strada è aperta, che ci passa qualcuno ogni tanto.
Localizzo lassù a metà del pendio arido una roulotte isolata. Dio mio, ma non ci abiterà mica qualcuno?
Ne vediamo diverse, sempre isolate, qua e là.
All'improvviso sulla sinistra appare una baracca. Deve essere il celebre Hackberry General Store, una specie di museo a cielo aperto della Route 66, che conserva intatto tutto lo spirito della vecchia Mother Road. Parcheggiamo. Non c'è nessuno. Davanti c'è una vecchia pompa di benzina vintage con tanto di cartello cigolante nel silenzio surreale. Una vecchia ford nera arrugginita giace a un lato della baracca, una corvette arancione luccica sull'altro. Varie insegne degli anni '50, un vecchio frigorifero. Molto suggestivo.
Ci godiamo il cigolio dell'insegna Coca Cola finchè non ci raggiunge una carovana di Harley rombanti.
Invidiaaaaaaaaaaaaaaa.

Ripartiamo alla volta di Peach Springs, la cittadina alla quale i creatori di Cars si sono ispirati per ambientare il loro capolavoro di animazione. E non la troviamo. Sulla cartina ci risulta superata ma non abbiamo visto nessuna città da chilometri. Ritorniamo indietro perchè forse quelle due case ....
Infatti, Peach Springs erano proprio quelle due case.
In questo tratto la Route 66 sembra essere rimasta quella degli anni '50, tutto è intatto, tutto è immobile.
Ma è deserto, desolato. Amaro.
Proseguiamo dritti fino a Williams dove pranziamo in uno splendido locale sulla strada tutto anni '50, il -
Williams Twister Soda Mountain & the Route 66. 96 km a sud del Grand Canyon Williams è la stazione di partenza del treno che porta al Canyon (GRAND CANYON RAILWAY). Celebre per ristoranti e motel nostalgici, il nome Williams deriva da Bill Williams (1787-1849) uomo di montagna e cacciatore di pelli che visse per un periodo insieme agli indiani Osage nel Missouri. La città si sviluppò intorno alla ferrovia che arrivò verso il 1880 e quando fu costruito un raccordo con il South Rim Williams divenne un centro turistico. Alla fine degli anni 50 era una popolare area di servizio sulla route 66. La città conserva l’atmosfera della frontiera e gli abitanti indossano ancora il cappello da cowboy.
Io indosso i miei stivali texani. Finalmente nel loro habitat.

Sbricio nei negozi di souvenir ma faccio fatica a trovare qualcosa che non sia Made in China e per principio non compro nulla.

giovedì 30 agosto 2012

HoneyUSA: Metriotes

Metriotes
4 agosto 2011 Kingman

Tutta colpa della metriotes, penso. Antiche reminescenze del ginnasio affiorano insieme alle rocce a bordo strada. Tutta colpa del silenzio. Il mio cervello viaggia più veloce di questa Nissan Versa. Ci stiamo avvicinando a Kingman.
Metriotes, che sia quella parola che tanto amavo scrivere nel diario in quei veraci caratteri greci ad avermi immunizzato al contagio del sogno americano?
Metriotes, cioè la moderazione, l'equilibrio, il senso della misura... non sono l'esatto opposto di quell'esagerazione smisurata che sembra caratterizzare ogni cosa in questo smisurato paese?
E sarà forse quella mia razionale ricerca continua di equilibrio a rendermi così insofferente nella società americana che è tutto tranne che equilibrata?
Ci troviamo nel bel mezzo di un'icona di quell'American Dream che da New York a Hollywood attira da secoli come una calamita sognatori in cerca di un'occasione da ogni parte del mondo. Anch'io ho sognato di essere qui, di indossare stivali texani e godermi il vento in faccia lungo la Route 66.
Indosso i miei stivali texani (realizzo solo ora che hanno 15 anni questi stivali!), mi godo il vento in faccia ma  mi sento immune, pur essendo stata attirata fin qui. Mi sento affascinata ma protagonista. Mi sto facendo un'idea tutta mia di questo posto, sto perfezionando i contorni delle immagini accumulate nella mia mente con la tv.
O forse è solo disincanto? 
Respiro la  limpida magnificenza del paesaggio, mi inebrio di questi spazi aperti e dei loro colori, del loro silenzio. Eppure non mi sento trascinata nel vortice. Ogni chilometro in più che faccio mi sento più europea, più italiana. Mi sento come se stessi ricomponendo un pezzo alla volta quello che ero seduta in quella sedia al quarto piano del Palazzo Bollani, quando feci conoscenza degli amici indiani.
Le mie solite seghe mentali.

Il volantino dice "Kingman: the heart of Route 66", mi aspettavo una cittadina caratteristica e accogliente, invece non è che la solita distesa di monotone e modeste casette in fila, spaccata a metà da una strada ampia.
Ricordo che nella guida si raccomandavano tanto di trovare un albergo lontano dalla stazione poichè questa è anche un punto di snodo importantissimo per la Pacific e l'Atlantic Railroad. Fortunatamente il nostro albergo si trova a debita distanza dallo sferragliare di rotaie e treni merci.
La cittadina di Kingman si trova in effetti nel cuore della mitica Route 66, che la attraversa in pieno. In realtà il tratto di Route 66 che attraversa Kingman non si chiama Route 66 bensì "Andy Devine Avenue" in omaggio all'attore Andy Devine che era originario del luogo.
Troviamo un volantino turistico della città nella hall dell'hotel: sembra essere una location molto frequentata dai turisti considerando la quantità di iniziative e attrattive pubblicizzate. C'è persino un museo dedicato alla Route 66 ma purtroppo lo troviamo chiuso. In attesa che si faccia ora di cena decidiamo di visitare il Locomotive Park che altro non è che una vecchia locomotiva gigantesca adagiata su un prato verde. Un paio di foto di rito sulla locomotiva e davanti al cartello che indica Route 66 e poi un tuffo nella piscina dell'hotel.

Ceniamo in una nota steak house lì vicino dove servono bistecche gigantesche ( e a detta di Marco buonissime) e per fortuna anche panini vegetariani.

Kingman non è niente di che, ma forse è giusto così. Se la protagonista è la Strada, la Mother Road, le cittadine che la toccano sono solo delle tappe anonime, devono stare in secondo piano. Se il sogno americano deve spingere le persone a proseguire la strada non deve esserci niente a farti desiderare di restare, no?

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


sabato 18 agosto 2012

HoneyUSA: Needles


Needles
4 agosto 2011, Los Angeles-Kingman


Barstow è alle nostre spalle da poco e sulla destra incrociamo il cartello che segnala l'ingresso nello stato dell'Arizona, con quella stella al centro e raggi rossi e gialli su un piano blu. Un'emozione. Siamo davvero in Arizona! Wow!!!
Cantiamo a squarciagola "Arizona wait meeee I'm coming' hoooome" come se non fossero passati 15 anni dall'ultima volta. Mitici Fragile...
Ah che bei ricordi, le nostre prime suonate insieme... L'avremmo mai immaginato 15 anni fa di arrivare a questo punto? Mah, forse io si, o almeno era quello che sognavo e talvolta i sogni si avverano!

Cambiato stato: dalla California all'Arizona ma diciamoci la verità, non è che cambi granchè: per ancora un centinaio di chilometri la lunga strada nel deserto continua a serpeggiare come ha fatto finora. Ma è comunque un sogno: la meta più desiderata del nostro viaggio è proprio qui, a pochi giorni di distanza!

Sulla nostra destra compaiono delle rotaie e dei lunghissimi treni merci dalle locomotive arancioni accompagnano il nostro tragitto susseguendosi frequentemente. Avranno un centinaio di carrozze! E chissà che cosa contengono! Qui su queste rotaie scorre il benessere americano: merci imbarcate in Cina attraversano l'intero continente e magari poi vengono nuovamente imbarcate verso l'Europa. Qui su queste rotaie in qualche modo scorre anche la globalizzazione di cui ci cibiamo quotidianamente anche a casa nostra... E pensare che queste rotaie, simbolo di benessere economico e commerciale sono state, dal punto di vista dei nativi americani, anche il simbolo della sopraffazione dei bianchi, strumento acceleratore del progresso come della sconfitta dei popoli autoctoni. E noi che corriamo su questo asfalto non siamo da meno. Sono consapevole che abbiamo scelto di fare un viaggio molto poco ecosostenibile e forse anche poco coerente con alcuni miei principi, ma dovevo farlo per chiudere il cerchio di questa storia e sono sicura che alla fine ogni tappa assumerà il giusto significato.

Deserto, e ancora deserto, finchè arriviamo alla cittadina di Needles, adagiata nella Mohave Valley che se la si vede nella mappa sembra un'oasi verde nella desolazione più arida dell'Arizona. E noi, forse un po' ingannati da quella macchia di colore ci aspettiamo di trovare una meta di ristoro. Fermiamo la Nissan Versa, che è ancora incredibilmente ineccepibile e parcheggiamo davanti a un market, al sole perchè non c'è neanche uno straccio di ombra. Facciamo per scendere dalla macchina ma un'ondata di calore ci sbatte in faccia come uno schiaffo. Un caldo impressionante, ma davvero impressionante. Una sensazione che non avevo mai provato, come di schiacciamento a terra. Un peso. Ci guardiamo stralunati e corriamo (letteralmente) dentro il market. Lo solita aria condizionata a palla non ci fa passare la sensazione inedita. 
Ma che è? 80 gradi?
Dimenticavamo forse di essere ancora nel cuore del deserto.
Peccato che la Nissan Versa su cui viaggiamo non disponga del dispositivo di rilevamento della temperatura esterna. Non sapremo mai quale sia la temperatura.

(E invece si: qualche giorno dopo avremmo scoperto leggendo un giornale del posto che in quei giorni di inizio agosto la cittadina di Needles registrava le temperature più elevate dell'intero Paese con una media di 50 gradi centigradi. E noi abbiamo provato l'ebbrezza...).


mercoledì 8 agosto 2012

HoneyUSA: Indiani o Cowboy?


4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman

Cartolina di Barstow nel 1920
Ripartiamo da Calico. In pochi minuti siamo di nuovo a Barstow e senza passare per il centro ce ne allontaniamo per imboccare l'Interstate 40 diretti a Kingman dove ci fermeremo per la notte. Ci attendono altri 230 chilometri di deserto prima della prossima fermata a Needles e poi ancora un altro centinaio di chilometri fino a Kingman. Riprendo in mano il libro di Zucconi dove l'avevo lasciato. Avevamo appena letto la storia del massacro dell'Acqua Azzurra, nei dintorni di Fort Laramie (Wyoming), dove nel 1955 furono massacrati tra indescrivibili atrocità 170 Sioux e fatti prigionieri altri 76.

Tra coloro che sopravvissero e non furono catturati c'era anche un ragazzo di circa 12- 13 anni che si era allontanato dagli amici per cacciare un cerbiatto e che rientrando per cena al villaggio scoprì di aver perso gli amici e i parenti nella carneficina. Quel ragazzo era soprannominato Riccetto a causa della capigliatura insolitamente riccia per un Lakota, ma sarebbe stato conosciuto più tardi con il nome di Crazy Horse, Cavallo Pazzo.
La sua leggendaria storia di eroica resistenza allo sterminio da parte dell'Uomo Bianco iniziò proprio con queste vicende.
I capi superstiti del massacro discussero a lungo sul da farsi: p. 54 "I guerrieri volevano battersi, gridando che se l'anno prima avessero potuto spazzare via il forte sguarnito questa strage non sarebbe successa, che i Uas'ichu (i bianchi) avevano aggredito un villaggio in pace e parlavano come sempre con lingua doppia, accusando di un'aggressione loro che invece l'avevano subita" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).

Man mano che negli anni ho letto libri sulla storia dei nativi americani mi ha sempre maggiormente tormentato una domanda: avrebbero forse potuto reagire in altro modo gli indiani all'invasione della propria terra? Hanno forse sbagliato strategia difensiva? Potevano forse evitare i massacri, magari rifiutando loro per primi la violenza? O forse avrebbero dovuto al contrario combattere di più, molto prima e senza troppi scrupoli contro l'invasore e fermare i bianchi quando erano ancora poche centinaia nelle colonie della costa Est? O forse era un destino inevitabile quello di soccombere alla superiorità tecnologica degli europei? In fondo nella storia è sempre stato così, e così è nella natura: sopravvive il più forte, il più furbo, quello con strumenti e tecnologie più potenti... Ecco perchè ho sempre tifato per le vittime della storia e non ho mai potuto sopportare i potenti.


Da pacifista qual sono sempre stata mi viene difficile appoggiare qualsiasi lotta armata. Ma gli indiani mi hanno sempre messo in discussione.
E infatti sono curiosa di continuare a leggere la storia di Crazy Horse, nella speranza di avere finalmente un'idea chiara sulla questione indiana. Leggerla mentre attraversiamo questi territori deve avere un significato più profondo. Non è qui in Arizona che sono ambientati i fatti dei Sioux, ma anche qui ci sono stati episodi di conflitto e massacri, anche queste montagne hanno potuto assistere al drastico cambiamento di civiltà dominante, ne hanno indubbiamente pagato il prezzo.
E io, vissuta nell'800 americano, come mi sarei schierata? Al fianco di chi avrei difeso i miei ideali? Avrei creduto più nel progresso o nella difesa delle tradizioni dei nativi?


Mi faccio queste domande da quando avevo 14-15 anni, nella mia cameretta avevo appeso un acchiappasogni e guardando le puntate della Signora del West, mi identificavo nella idealista Dr Mike, la mia unica vera eroina di sempre. Oggi che di anni ne ho 30 continuo ad identificarmi nella stessa eroina ma con quel po' di disincanto in più che mi è stato regalato dalla vita e dalle esperienze. Ci credo ancora all'idilliaco paesetto del west che nel telefilm si chiama Colorado Springs? No proprio.

La visita a Calico mi ha fatto vedere le cose ulteriormente da un'altra angolatura. La vita della frontiera non era così paradisiaca come sembra nei telefilm (che essendo fatti da americani non possono essere certo troppo critici con quella che è la loro storia). In questi villaggi polverosi ed isolati si lavorava come muli, nelle peggiori condizioni igieniche e in un clima di generale anarchia, che significa la legge della jungla. Posti come Calico erano abitati da gente senza radici, migranti in cerca di fortuna, miserabili, ladri e criminali di vario genere, persone che cercavano di fare affari per costruirsi una vita migliore un po' come potevano. Ne veniva fuori una comunità variegata talvolta integrata e solidale ma molto spesso chiusa e in conflitto, dove ciò che mancava di più era una storia nella quale identificarsi. In fondo la "storia", per molti americani, è proprio questa.
Se la sono costruita alla meno peggio come quella cittadina arrampicata sulla montagna brulla di Barstow, quattro baracche di legno trasformate in museo esattamente come hanno trasformato in gloriosa una storia tragica e di sopraffazione, in progresso ciò che è stato genocidio.
Marco continua a guidare, io continuo a leggere a voce alta. Il paesaggio si fa terribilmente bello e monotono. E io mi sento sempre più parte di questa natura, di questa terra e della sua storia: in qualche modo protagonista, in qualche modo complice, in qualche modo colpevole.


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui



martedì 31 luglio 2012

HoneyUSA: Calico Ghost Town

4 agosto 2011: Los Angeles-Kingman

Calico Ghost Town. Una strada isolata nel deserto si allonta appena da Barstow rendendo man mano più visibile quella grande scritta bianca sulla montagna, a mò di Hollywood: Calico, la scritta deve essere fatta di sassi bianchi. Tanto triste come cosa. Un carretto dipinto a colori pastello dà il benvenuto all'ingresso di un ampio parcheggio assolato. Ingresso 6 dollari a testa. Vabbè. 
Calico non è in verità una reale ghost town ma una realistica ricostruzione di quella che doveva essere la minuscola cittadina mineraria arrampicata sulla brulla montagna desertica fondata nel 1881 e che nel giro di qualche decennio, dopo aver raggiunto i 3500 abitanti, si è velocemente spopolata arrivando a contare 5 residenti. 
Negli anni '50 un certo Walter Knott scoprì questa cittadina ormai quasi fantasma e decise di trasformarla in un museo vivente di quella che era stata la vita di numerose cittadine gemelle nel Vecchio West di fine '800.

Calico era una città mineraria. Quassù vi arrivarono alcuni minatori e definirono questa località "calico-coloured", cioè variopinta, variegata, per la bellezza delle sfumature delle rocce arancio. Vi trovarono una vena d'argento e presto la città crebbe con un suo ufficio postale, un giornalino settimanale, hotel, negozietti, una scuola, la chiesa, uno sceriffo e persino due dottori. L'apice si ebbe nel 1890 quando si scoprì anche una vena di Borace e arrivarono minatori da tutto il paese con l'apertura di centinaia di miniere nei dintorni. Ma è nello stesso anno che il prezzo dell'argento subì un pesante crollo e l'attività di Calico fu drasticamente ridimensionata, portando un conseguente importante spopolamento. Così velocemente come era cresciuta Calico improvvisamente divenne una città fantasma.


Entrando per la via principale (l'unica!) si ha l'impressione di essere nel villaggio West di Gardaland, ne' più ne' meno. Mancano solo la musichetta di sottofondo e i gadget di Prezzemolo.Però, pur sapendo che si tratta di una ricostruzione, la cosa ha un certo fascino. C'è il saloon, dove è stato allestito un ristorante, con un bel portico in legno e delle sedie a dondolo su cui ci sediamo all'ombra. Tra i vari negozietti di souverin c'è anche una abitazione-museo che racconta la storia di quella che è stato il personaggio simbolo di questa cittadina: Lucy Lane, una donna che visse a Calico per 70 anni. Lucy Lane arrivò a Calico con la famiglia quando aveva circa 10 anni e a 18 sposò John Robert Lane il quale aprì il general store della città. Nel periodo del declino di Calico la coppia se ne andò per qualche anno per poi ritornare definitivamente. John Robert morì nel 1934 ma Lucy Lane visse fino al 1967, all'età di 93 anni, sempre a Calico. 


Con il sovrapprezzo di 1 euro è possibile anche visitare una miniera. Poche centinaia di metri dentro la roccia in uno stretto cunicolo da percorrere a piedi dove ogni tanto ci sono dei pupazzi che simulano la vita dei minatori. Vitaccia. Poi c'è il trenino, la scuola e uno spazio dove fanno giochi per bambini.
Il paesetto finisce con la fine della strada. Fa un caldo secco e ventilato. Altri turisti stanno passeggiando divertiti, tra cui anche un gruppo di italiani che fanno un casino pazzesco. Come al solito. 
6 dollari forse sono un po' eccessivi, col senno di poi, però la visita meritava. Il panorama è spettacolare, le rocce qui intorno sono splendide e la cittadina ben ricostruita. Ma l'ebbrezza della vita nel villaggio del West non mi coglie neanche un po'. Anzi. E non invidio neanche un po' la signora Lucy Lane che ha passato tutta la vita arrampicata su queste montagne brulle a vendere scatolette ai minatori...

giovedì 26 luglio 2012

HoneyUSA: Il Casus Belli della Soluzione Finale indiana

4 agosto 2011, Los Angeles-Barstow
I capi Cheyenne e Sioux che firmarono il trattato di Fort Laramie 1851 
(Spotted Tail, Roman Nose,
Old Man Afraid of His Horse, Lone Horn, 
Whistling Elk, Pipe, and Slow Bull)
Lontano da questo deserto, più a nord-est, nel 1842, un primo convoglio di 100 carovane partì dalla cittadina di Indipendence sul Missouri, un affluente del Mississippi, diretto ad ovest, tracciando per la prima volta quello che poi divenne il Sentiero dell'Oregon.
Fu allora che ebbero inizio nel West i primi scontri tra disperati immigrati europei, irlandesi, tedeschi, polacchi o scandinavi, in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo, e i fieri padroni di casa che vedevano inspiegabilmente invadere la loro sacra terra nativa e attaccavano le carovane razziando e talvolta uccidendo i coloni. Nessuno aveva chiesto loro il permesso di passare, anzi. Era del tutto evidente che l'Uomo Bianco si credeva padrone di quella terra e vi transitava ignaro e pure con una vena di arroganza e di superiorità.

Di fronte ai ripetuti attacchi indiani i migranti chiesero la protezione dell'esercito, le Giacche Blu, i soldati federali. La Casa Bianca, per tenere a tacere le lamentele dei coloni, che erano elettori marginali, avevano risolto la questione concedendo qualche reparto di Cavalleria e costruendo qualche forte di legno. 
E soprattutto convincendo gli Indiani del territorio a firmare un trattato nel 1951 a Fort Laramie nel quale alcuni capi Lakota Sioux si impegnarono a consentire un passaggio indisturbato alle carovane dirette altrove e per nulla interessate a stabilirsi in quelle praterie deserte in cambio di un'inviolabile garanzia di sovranità sul territorio e di viveri, coperte e denaro. Sembrava un affare da tutti i punti di vista. 
E probabilmente il Governo degli Stati Uniti avrebbe continuato ad ignorare la questione se non fosse accaduto un episodio, uno di quegli episodi che ogni tanto si studiano sui libri di storia come la "miccia" che scatena un inferno ben più grande, il casus belli che ha portato alla definitiva condanna dei nativi Nord-Americani, la Soluzione Finale di quello che è considerato essere dagli storici contemporanei il più grande genocidio della storia dell'umanità.

Casus belli è quello che accadde per la Prima Guerra Mondiale con l'attentato di Sarajevo dove morì l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria, erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico insieme alla moglie Sofia, uccisi nel 1914 per mano del rivoluzionario Gavrilo Princip. Diciamo un pretesto che viene usato dai belligeranti per giustificare un attacco che in realtà ha ben più profondi motivi...
E il casus belli delle ultime guerre indiane fu infinitamente più stupido. Dannatamente stupido.

Continuo? ci provo. Si si continua! Mi risponde Marco, ormai preso dalla storia più che dalla noiosa guida nel deserto. Leggo a voce alta: "p. 35 Era accaduto che la vacca di un pioniere della setta religiosa protestante dei Mormoni, in viaggio anche lui lungo il sentireo dell'Oregon, arrivata alle porte di Fort Laramie si fosse improvvisamente spaventata ed imbizzarrita, all'udire le grida di un gruppetto di ragazzi Lakota che giocavano alla guerra correndo sui loro piccoli ponies. Nella sua corsa cieca la vacca aveva travolto un tipi, infilzato con le corna panni stesi ad asciugare, terrorizzato vecchie intente a cucire, travolto culle di bambini che dormivano e divertito moltissimo i ragazzi del villaggio che la inseguivano correndo e strepitando, dunque eccitando ancora di più la povera bestia. Finalmente un Mineconju, un indiano di un'altra delle sette tribù Lakota ospite per caso di quel villaggio Brulè, un tale chiamato Fronte Alta, si era stancato di tutto quel casino, aveva imbracciato il suo schioppo e aveva abbattuto l'animale. Visto che la mucca era comunque morta e gli indiani non sprecavano mai niente di commestibile, le donne l'avevano immediatamente scuoiata e cucinata, scoprendo con grande disappunto che la povera bestia, dopo giorni e giorni di cammino, era magari e dura come un vecchio mocassino bollito" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).

Situazione apparentemente comica. Ma non lo fu. Il mormone proprietario della vacca si infuriò a tal punto da costringere il maggiore Fleming di Fort Laramie a inviare, per trattare con il capo villaggio per a consegna del colpevole Fronte Alta, un distaccamento dei suoi soldati peggiori guidato da un certo tenente Grattan, uno sbarbatello al primo incarico e, come si diceva nel gergo, pieno di "Piss and winegar", ovvero "piscio e aceto", furia e acida ambizione. 
Inutili furono le trattative con Orso che conquista, il capo del villaggio dove la vacca aveva concluso la sua fuga, che si era offerto di ripagare l'animale per evitare conflitti e soprattutto scongiurare la mancata consegna dei viveri promessi con il trattato di Fort Laramie. La richiesta di consegna di Fronte Alta non poteva essere esaudita poichè Fronte Alta era un ospite del villaggio e su di lui Orso che conquista non aveva alcuna autorità. Grattan stava perdendo la pazienza. L'interprete, un mezzosangue già ubriaco fradicio pur essendo mattina, iniziò a urlare al drappello di guerrieri che avevano accompagnato il loro capo "Sioux merdosi e vigliacchi, mia madre lo diceva sempre che siete una banda di porci, vi ammazzerò tutti e vi mangerò il cuore". I guerrieri risposero con urla di guerra. Orso che conquista tentò di trattenerli e di far ragionare il tenente ricordando che non aveva senso combattere data la superiorità numerica dei suoi guerrieri rispetto ai soldati. Ma le sue parole stuzzicarono il "piss and winegar" di Grattan il quale diede l'ordine di aprire il fuoco. Fu una carneficina: sul campo caddero il drappello militare, 28 giacche blu, compreso il comandante, e una dozzina di indiani, compreso Orso che conquista. Sopravvisse solo una giovane recluta tedesca che si trascinò fino al forte e fece appena in tempo a raccontare l'accaduto al maggiore Fleming prima di morire per le ferite. 

Il resto della storia è facilmente immaginabile. Il maggiore Fleming parte con una spedizione di uomini diretto al villaggio per vendicare la morte dei suoi uomini e il tutto si conclude, nonostante i tentativi pacificatori dei capi villaggio, con il primo freddo massacro dell'intera tribù, con donne e bambini fatti a pezzi, e che verrà ricordato come il Massacro dell'Acqua Azzurra, dal nome del torrente vicino a cui era accampato il villaggio. E' questo il primo espisodio, ahimè non l'ultimo, della Soluzione Finale Indiana. E tutto per colpa di una stupida mucca.

Chiudo il libro. "Assurdo, assurdo" commento, mentre entriamo nella cittadina polverosa di Barstow per fermarci a fare benzina e far riposare la nostra japo che fino ad ora si è comportata benissimo. Entriamo nel market della pompa di benzina, dentro ci sono tre-quattro persone obese e malconce e aria condizionata a palla. Cerco qualche bibita fresca, magari un tè.. Nel frigo ci sono solo bottiglioni da due litri dal colore fluorescente con nomi sconosciuti e per niente invitanti. Idem con il reparto patatine. Cerco inutilmente qualcosa di sano. Ma niente da fare. Vendono carne secca in barrette, arachidi, caramelle gommose. 5 minuti qua dentro e sono già del tutto congelata.
Là fuori la cittadina è adagiata in una valle brulla che si trova esattamente a metà strada tra Los Angeles e Las Vegas. Ma il nostro itinerario non prevede alcuna visita a Las Vegas. Riprendiamo la macchina diretti a Calico, a una manciata di chilometri dal centro. Nella guida la descrivevano come una delle ultime "Ghost Town", una città fantasma, un vecchio centro minerario conservato alla perfezione come un museo a cielo aperto di quella che doveva essere la vita nel "Far West" nell'800. Proprio in quegli anni in cui si svolgevano i fatti del nostro libro, ma dall'altra parte del "fuoco", dalla parte dei coloni in cerca di fortuna.


venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


giovedì 5 luglio 2012

HoneyUSA, Back to the Future Tour a Los Angeles

3 agosto, Los Angeles: Back to the Future Tour
Presente quando guardi un film e c'hai uno vicino che anticipa tutte le battute nonchè i rumori di fondo? Ecco questo è Marco quando guardiamo la saga di Ritorno al Futuro (Back to the Future), il film prodotto nel 1985 da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis con attori protagonisti  Michael J. Fox e Christopher Lloyd.

Siamo sempre stati appassionati di quel film, geniale nella trama e negli effetti speciali (per l'epoca...) e quel film, anzi, quei tre film, sono stati girati proprio qui a Los Angeles. Potremmo mica perderci l'occasione di andare a vedere alcune location dove Doc e Martin con la macchina del tempo hanno girato alcune scene?

In internet Marco aveva trovato un sito che elencava tutte le location principali con tanto di indirizzo: la casa dove abitava George Mc Fly nel 1955 e la casa di Beef, la scuola dove si ambientano numerose scene del 1° e del 2° film, il parcheggio del Twin Pine's Mall dove parte la De Lorian per il suo primo viaggio nel tempo, la casa del preside, il quartiere di Hilldale dove abita la famiglia Mc Fly, la vecchia e bellissima casa di legno dove abitatava Doc nel 1955.... e poi infine anche la Monument Valley, dove è ambientato il terzo film... eh si, nei prossimi giorni raggiungeremo anche quella!

Questo si che è un bel giro turistico alternativo! Dopo Disneyland ora tocca a uno dei nostri film preferiti!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Tabella degli indirizzi alla mano cerchiamo intanto di capire sulla cartina dove sono situate le varie tappe e ne selezioniamo alcune. Certo che i produttori di Back to the Future hanno scorrazzato parecchio per la città alla ricerca del set ideale: sono tutte sparse qua e là nell'intera valle! 
Decidiamo di partire dal Twin Pine's Mall, il piazzale del market da cui parte la macchina del tempo nel primo film. Si trova in un quartiere di Los Angeles dal nome Industry nella zona est della metropoli. 
Km e km di autostrada semideserta in mezzo a periferie omologate e comuni quanto quelle appena viste lungo l'attraversata verticale della città in direzione e ritorno da Palos Verde.Il navigatore ci conduce in una zona commerciale e ci fa raggiungere un ampio parcheggio, sempre semideserto. Rallentiamo. Nessuna scritta richiama la location del film, c'è un centro commerciale del tutto differente dal Twin Pine's Mall del film. Marco scende e perplesso si guarda intorno. Scendo anch'io, ma niente, forse abbiamo sbagliato indirizzo o forse non è rimasto più nulla di quello che c'era negli anni '80. Ma all'improvviso Marco ha un'illuminazione: "Quella è la discesa dei libici!!!!!" e indica una vietta in discesa che fa ingresso nel piazzale.
"Ma certo! - concordo io - lì è da dove arrivano i libici per fucilare Doc!!!". Come due cretini (per fortuna non c'era nessuno) ci mettiamo a recitare le parti del film "Mi hanno trovato! Non so come ma mi hanno trovato! Scappa Martin, i libici!!!!!!" E corriamo su e giù per il piazzale scattando foto e filmando il panorama. Il tutto - ricordo- in un banalissimo parcheggio di un supermercato di periferia. Troppo bello! Eravamo davvero nel piazzale dove è stata girata quella scena. (c'è chi si accontenta di poco per essere felice).
Supereccitati ci rimettiamo in macchina decisi a raggiungere la prossima meta: la scuola di George e Martin McFly. Km e km e ci arriviamo proprio davanti: completamente riammodernata dall'epoca, ma è proprio quella e nella viuzza li vicino dovrebbe esserci (almeno lo dice il sito internet) la casa del preside, quella presa d'assalto dai teppisti nel film 2 ambientato nel futuro alternativo. Troviamo anche la casa azzurrina del preside, oggi abitata da qualche ignaro vecchietto. Per la strada non c'è un'anima viva. Ma dove sono tutti? ci chiediamo.
Ripartiamo alla volta della casa di George Mc Fly. Sulla stessa strada dovrebbe esserci anche quella di Beef, con il garage da cui esce con l'auto su cui è nascosto Martin nel 2 film. Ci addentriamo in un bel quartiere residenziale attraversato da vie ombrose. A destra e sinistra villette tipicamente americane, il prato inglese davanti senza alcuna recinzione. Tipo due spie rallentiamo fino a fermarci davanti alla villetta al civico 58, indicata dal sito come quella dove erano ambientate le scene di George Mc Fly nel 55. Bassi bassi, silenzio. Non c'è nessuno, ma nella villetta di fianco una famiglia cinese con dei bambini sta schiamazzando nel giardino. Siamo un attimino sospetti ad aggirarci così per la via. Una foto veloce. Sss, è proprio quella casa lì! Nell'altro lato della strada, poco più avanti, la casa di Beef dove viveva con la nonna nel 55. Ed eccolo: il garage!!! Nuuoooo il garage!!! Praticamente due idoti. 
Vittoriosi ci dirigiamo verso l'ultima tappa, passando prima per il quartiere di Hilldale, che nella realtà è ancora più bello che nel film, addirittura protetto all'ingresso da una sbarra che autorizza l'accesso solo ai residenti. Finalmente raggiungiamo l'imponente residenza in legno di Doc "the Blacker House", in Hillcrest Avenue, nel quartiere di Oak Knoll a Pasadena, considerata un gioiello dell'architettura di fine '800 firmata  Greene and Greene e inserita nel registro nazionale dei luoghi storici (pensa ti!). Realizzata in legno e nel tempo restaurata è rimasta un esempio dell'architettura americana di quell'epoca. Bellissima.
Ma soprattutto bellissima la "rimessa" di legno in cui Doc all'inizio del secondo film scopre la De Lorian a Martin.
Se ieri a Disneyland eravamo felici come due bambini, oggi siamo felici come due adolescenti.

Percorrere questo tour ci ha permesso di visitare degli angoli inusuali di Los Angeles, che nessun turista avrebbe mai visto se non per sbaglio. E di farci una nostra personale idea dell'America.
Rientriamo in hotel esausti ma con un sacco di riflessioni che ci rotolano nella testa sullo stile di vita americano, sulla mancanza dei centri urbani, sulla noiosa omologazione delle strade di Los Angeles, sulla bellezza delle ville dei miliardari... Visitare Los Angeles a modo nostro ci ha permesso di completare quell'idea degli Stati Uniti che ci eravamo già fatti a New York. Un paese gigantesco di cui si parla sempre ma che in realtà ha molto meno da dire di quanto sembra. Un paese giovane, senza storia, senza radici e che, anzi, le proprie radici le ha cancellate il più possibile. Che sembra sempre cercarne di nuove, a seconda della moda del momento. Modernista, dispersivo, consumista all'eccesso, dove il massimo dell'emozione è visitare quei posti già visti in qualche film. Un'immersione in questo universo ci voleva, soprattutto per poter capire più a fondo quello che vedremo dopo.
New York e Los Angeles sono due città estreme in ogni senso, affascinanti per certi aspetti, ma molto povere di bellezza, molto poco emozionanti.Almeno secondo me.Tutti dicono "che figata vivere a New York", come tutti dicono "che figata vivere in California". Io e Marco dopo esserci stati, diciamo che non ci vivremmo mai.
Sono soddisfatta di aver confermato le mie idee di sempre. Sono soddisfatta di aver visto con i miei occhi questi luoghi. E sono in fibrillazione all'idea che il bello debba ancora venire.
L'America che ho sempre sognato di incontrare mi aspetta al di là del deserto, lontano dai grattacieli e dalle ville, nel cuore dell'America, nel cuore della sua storia che è in parte anche la nostra storia.
E la mia storia...


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 22 giugno 2012

HoneyUSA, Palos Verde, ai confini di Los Angeles

3 agosto 2011 Los Angeles, Palos Verde Estates


Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare. 


Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village. 
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
 
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina. 

Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
 
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora. 

Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori. 
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr. 
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona. 
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
 
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese  e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra. 

Del villaggio di pescatori neanche l'ombra. 
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro. 
E non sanno cosa si perdono.

Ritorniamo verso nord, riattraversando per lungo la metropoli di Los Angeles. Niente Queen Mary (ma che cce frega di vedere una vecchia nave-albergo?) ma soprattutto niente Ports O'Call Village. Scopriremo solo mesi più tardi che il vecchio villaggio di pescatori si trova da tutt'altra parte rispetto a dove eravamo noi a Palos Verde Estates... pazienza...
Lungo l'autostrada a 6-7 corsie che ci riporta verso downtown notiamo del fumo nero provenire da un punto laggiù in mezzo alla città. Forse un incendio in qualche fabbrica di periferia.
Ce ne allontaniamo veloci.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui 





martedì 19 giugno 2012

HoneyUSA: tornare bambini a Disneyland

2 agosto 2011 - Los Angeles, Disneyland

Partiamo presto. Perchè siamo troppo emozionati all'idea di passare la giornata a Disneyland, il primo, l'originale e imitatissimo parco dei divertimenti aperto nel 1955 per volontà di Walt Disney. Ma anche perchè Disneyland Los Angeles dista 40 km dal centro, dove alloggiamo.

La signorina del navigatore ci conduce in un'autostrada (gratuita) a 6-7 corsie. Non so se le ho contate bene. Quando arriviamo ad Anaheim, il quartiere dove è situato il parco, sono già arrivati centinaia di pullman.
Parcheggio comodissimo, bus navetta, mandrie sconfinate di gente che si avvicina all'entrata ma è tutto molto organizzato e non c'è neanche un minuto di coda. Il biglietto costa le bellezza di 90 dollari a testa.
Certo, siamo stati a Gardaland e Mirabilandia, gira e rigira il concetto è quello. Ma qui volevamo venirci. Perchè il mondo Disney fa parte della nostra storia, della storia della nostra infanzia così come quella attuale, appassionati come siamo di cartoons e film di animazione.
Ci siamo fatti un regalo, ecco, l'abbiamo fatto al nostro essere bambini perchè man mano che passa il tempo ci rendiamo conto che dobbiamo crescere si, ma mai troppo. Dobbiamo continuare a giocare, non perdere mai la voglia di divertirci come quando eravamo bambini.

E' quello che abbiamo fatto, a parte il fatto che siamo rimasti bloccati dentro la giostra dei pirati e pure in quella di Toy Story, e a parte il fatto che l'unica pistola di Toy story che non funzionava era la nostra.
Disneyland Los Angeles non è poi così grande, forse è più grande Gardaland. E non ha tutte quelle giostre da brividi come le montagne russe e tutte le altre sulle quali ne' io ne' Marco ci divertiamo. A renderlo speciale sono i soggetti delle ambientazioni, tutte ispirate al mondo Disney e con un bel settore a tema Star Wars e Indiana Jones. Dopo la piazzetta in stile anni '30 e l'immancabile castello della Bella Addormentata con tutte le giostre della favole, si apre un laghetto con tanto di battello del Mississippi. C'è un bar interamente ispirato a New Orleans e una band di pirati sta cantando una canzone corsara con la chitarra nel piazzale. Laggù troneggia una splendida riproduzione del monte della Paramount Picture.

Gironzoliamo tra la folla come due bambini ai quali nessun adulto dice "aspetta".

E' pieno di gente obesa. Ma pieno. E di anziani invalidi che si trascinano con un girello o in carrozzina (?). E di neonati che strillano sotto il sole storditi dal caldo e dal casino.
Tutti in mano tengono qualcosa da mangiare di grasso, unto o dolce.
La giostrina della pace nel mondo con le barchette bianche che girano dentro una caverna decorata di pupazzi che rappresentano tutti i popoli del mondo, suona una musichetta diabolicamente ripetitiva.

Ma lo spettacolo più straordinario è all'imbrunire, quando inizia il musical con tutti i più famosi personaggi Disney che cantano e recitano dal castello al laghetto per finire con effetti speciali di luci e di fuoco, Topolino che sconfigge il drago della Bella Addormentata (???) e che dice qualcosa tipo "Never stop dreaming".
Fuochi d'artificio. E mi ritrovo a bocca aperta esattamente come il bambino seduto sulle spalle del papà in fianco a me.

"If you keep on believing the dream that you wish will come true", canticchio.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui 

domenica 27 maggio 2012

HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills

1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills

Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.

Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.

Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.

Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


domenica 20 maggio 2012

HoneyUSA:Venice to Venice

1 agosto 2011 - Los Angeles: Venice to Venice

Cominciamo da Venice. E da dove sennò? Ore di macchina in coda nel traffico. Venice ovviamente non ha nulla a che vedere con Venezia,  ma il clima che si respira in questo quartiere, i suoi colori e la calma serena che si prova attraversando i canali e i piccoli ponti di legno bianco ricordano vagamente la lentezza della mia laguna.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.

I miei capelli qui stanno che è una meraviglia. Niente a che fare con l'umidità di Venezia, quella vera. 
Passeggiando per le "calli" di Venice troviamo qualche scoiattolo che si arrampica sulle palme, pochissima gente, la spiaggia deserta. Nessuna opera d'arte, niente arte, niente storia.Negli Stati Uniti definiscono "antico" qualcosa che risale al 1800, per intenderci. E questa parte dell'America, tra l'altro, si sviluppò solo alla fine del 1800 con il completamento della ferrovia e l'arrivo dei pionieri cercatori d'oro.

Andiamo a toccare con le punte dei piedi l'oceano Pacifico, gelato.
Numerosi cartelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami.
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

mercoledì 16 maggio 2012

HoneyUSA: La jeep dei nostri sogni...e la Nissan della nostra realtà

1 agosto 2011

Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

domenica 6 maggio 2012

HoneyUSA: direzione West


31 luglio 2011 volo Toronto-Los Angeles

Abbiamo fatto le corse, ma ce l'abbiamo fatta a prendere il nostro aereo che ci condurrà dalla altra parte del paese per entrare nel vivo della nostra avventura americana: Los Angeles e poi la Route 66, il Grand Canyon, la Monument Valley.....
Lo ammetto, è questa la parte del viaggio che attendo con più trepidazione. Ho sognato una vita di vedere i panorami del west, ho studiato un sacco di guide e di libri, ho pregustato mille volte l'emozione.
Se il nostro viaggio di nozze lo facciamo in America è anche per questa tappa, forse principalmente per questo. Almeno da parte mia.

Mi ha sempre affascinato capire i meccanismi e le vicende storiche che sono alla base della nostra cultura occidentale così fortemente influenzata dal potere degli Stati Uniti. Credo che per capire davvero l'attualità economico-politica del nostro mondo, anche europeo, non si possa prescindere dalle basi dell'identità americana che passano sì per New York e le grandi tematiche dei diritti e dell'immigrazione, ma anche necessariamente per la barbarie dello sterminio dei nativi e della colonizzazione del west.
Devo rendere omaggio a queste vittime. Ai miei amici indiani glielo devo.

Lasciamo quindi Toronto e la East Coast per addentrarci di più nella storia e nella natura americana. Già, la natura. Ci aspettano grandi emozioni dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Adrenalina.

L'autista del pulmino che ci ha accompagnato alle cascate di Niagara ci ha mollato in mezzo ad una strada ampia ma poco trafficata dicendoci "adesso arriva il taxi per l'aeroporto". Eravamo un po' preoccupati a dir la verità perché il volo partiva alle 20 ed ed a l'ultimo diretto alla west coast. Se l'avessimo perso sarebbe stato un gran bel casino.
E invece per fortuna é andato tutto liscio. Siamo in volo, belli comodi, affamati e stanchi dopo una giornata intera in giro col pulmino. Ora non ci resta che goderci un po' di pastrocci americani per la cena in aereo e in 5 ore saremo a destinazione.
Col cavolo!
Niente cena su questo volo. Aspettiamo, aspettiamo. Vediamo arrivare una hostess sorridente con un carrello. Non fa che strisciare delle card su un dispositivo, poi consegna dei pacchettini agli altri viaggiatori. Sta strisciando delle carte di credito! Ecco perchè sorride! Dobbiamo pagarci la cena se vogliamo mangiare!
Sono arrabbiatissima. Con tutto quello che ci sono costati sti voli neanche un panino??
Leggiamo il menu, qualsiasi cosa costa tantissimo e prevedibilmente fa schifo. Sfodero i miei ritz e ceno, e che cavolo. È una questione di principio. E brontolo ad alta voce, in italiano però.
Mi metterò a guardare un film e così mi passa, penso. Ma non ci hanno dato le cuffie. Chiamo la hostess e chiedo le cuffie, lei sempre col sorriso finto mi risponde che per le cuffie sono 3 euro. Poi aggiunge che per guardare i film bisogna pagare 15 euro. Sono sempre più incazzata. Tieniti le cuffie e vai a quel paese me ne starò qui col broncio a sgranocchiare i miei ritz. Le mie guerre americane sono solo all'inizio.


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio 
clicca qui


sabato 28 aprile 2012

HoneyUSA: Niagara Falls

31 luglio 2011. Niagara Falls

Niagara Falls, Canada. L'autista del pulmino che ci ha portato stamattina da Toronto alle cascate del Niagara era una specie di pakistano che parlava un inglese molto buffo e ogni volta che prendeva il microfono per illustrare le bellezze turistiche del panorama noi due ci scompisciavamo come due adolescenti in gita delle medie dietro i sedili del bus. Che bauchi.
Insieme a noi altri turisti, americani, che non facevano che fotografare ogni cosa, dalla fermata per la pausa pipi allo spiazzo che dava sulla foresta... tipo giapponesi a Venezia. Due ore di viaggio filate e poi nelle ultime due ore una decina di  fermate. Su e giù dal pulmino a vedere cosa? Io e Marco ci guardiamo: ma cosa c'è da vedere? Boh. Risate. Gli altri si fanno migliaia di foto in posa con questo paesaggio non meglio precisato alle spalle. Altre risate.

(Piccolo appunto coniugale: quando trovi la persona con cui condividere una vita non è sempre tutto perfetto e idilliaco, ma capisci che al tuo fianco hai la persona giusta proprio quando ti rendi conto che è proprio lui il tuo compagno di viaggio, il compagno di risate, il compagno di vita. E ci sono dei momenti forse banali ma che ti fanno capire questo, che ti fanno pensare che non hai nessuna età e che vorresti trovarti in quella situazione anche tra 20 o 50 anni... Le nostre risate nascosti dietro i sedili del bus: ecco uno di quei momenti!).

Una delle fermate è alla graziosissima cittadina di Niagara-on-the-lake, dove ci siamo fatti un salto nel passato sette-ottocentesco della East Coast. La cittadina è uno dei più begli esempi conservati dell'epoca. Sembra di stare dentro un film, tutto colorato, pieno di fiori e casette basse. Un fantastico  negozio di cappelli (dove vendono anche i cappelli originali di Indiana Jones) e poi diverse botteghe di dolci, quelle da film con il pasticcere che lavora in vetrina. Il primo negozio che assomiglia a una pasticceria che vediamo negli States. Questa pittoresca cittadina era la capitale britannica dell'Alto Canada a fine 700, e molti dei suoi abitanti erano lealisti che morirono durante la guerra di indipendenza. Insomma un po' di storia. Finalmente. Una tappa che meritava davvero, questa. Piacevolissima. Passeggiare per la via principale dopo giorni di grattacieli e traffico ci ha fatto assaporare un po' estetica europea. Una nuotata tra i colori e quella "misura d'uomo" che a New York ci era mancata tanto.

Ripartiamo in direzione delle cascate. Una strada serpeggia lungo il bosco fitto. Stiamo raggiungendo il confine con gli Stati Uniti e le cascate. Dicono che si senta il rumore in lontananza ma noi siamo dentro un pulmino quindi... niente magia. Girato l'angolo si apre la valle delle cascate, ma prima delle cascate si vedono gli alberghi, orrende costruzioni anni 80 che deturpano il paesaggio in modo vergognoso.

Acque Tuonanti, come veniva chiamata questa località nella lingua dei nativi iroquesi, sarebbe un posto spettacolare immerso nella natura, che dà tutta l'idea della potenza della terra, dell'acqua, uno scenario spettacolare ...se non fosse per le tonnellate di cemento arrampicate sulla riva. 52 metri di salto, la più grande cascata del Nord America. Bellissima. Una grande emozione passarci vicino con il mitico battello "Maid of mist". Dopo due ore di coda ti consegnano un bellissimo poncho impermeabile e poi via con questo battello che man mano che ti avvicini sembra sempre più piccolo rispetto all'imponenza della cascata. E poi a un certo punto un tuffo in una nuvola di pioggia fina che ti fa mancare il respiro.
Nel giro di 10 secondi tutto è finito, ne esci fradicio e felice come un bambino in una giostra.
Un assaggio di cascata e ti senti un po' Pocahontas.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 27 aprile 2012

HoneyUSA: Lo zio d'America

30 luglio 2011 - New York to Toronto

Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).

I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....

Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.

Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui