Visualizzazione post con etichetta los angeles. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta los angeles. Mostra tutti i post

mercoledì 11 luglio 2012

HoneyUSA: Mojave Desert


4 agosto 2011 Mojave Desert

Profili di montagne antiche dai colori sbiaditi, rocce rossastre dalle forme insolite, lisci pendii che si allungano a valle, ciuffi radi di piante grasse impolverate. Ma soprattutto la strada: una infinita lingua d'asfalto adagiata tra le rocce, lì come per sbaglio, che si perde all'orizzonte. Distanze alle quali non siamo abituati. Deserto a perdita d'occhio.

Il Mojave Desert si estende per circa 38.000 kmq nell'entroterra a un centinaio di km da Los Angeles. E' un altopiano con numerosi bacini salati e precipitazioni scarsissime ma nonostante l'aridità ci sono circa 2000 specie vegetali che si sono ambientate e sopravvivono in queste condizioni climatiche. In quest'area ci sono anche molti giacimenti minerari (tungsteno, oro, argento, ferro, borace, potassio e salgemma) e pure delle basi militari, come ad esempio la base aerea militare Edwards AFB, luogo di atterraggio alternativo a Cape Canaveral per gli Shuttle in rientro dalle missioni spaziali. All'interno del Mojave Desert si trova il punto più basso e caldo del Nord America: la Death Valley (-89 metri sotto il livello del mare). Purtroppo non ci potremo andare perchè in agosto la Valle della Morte è chiusa per ovvi motivi di eccesso di calore...

Viaggiamo con l'aria condizionata, come consigliato da tutte le guide e i siti internet. Ogni tanto incrociamo dei grandi tir che sfrecciano (ma neanche troppo) lunga la strada semideserta. Ai lati della strada solo deserto, sassi, polvere. Lontano dei piccoli vortici sembrano danzare per la valle. Uno ci attraversa in pieno lasciandoci fortunatamente indenni e solo appena scossi nella corsia assolata. Pezzi di copertoni di tir a bordo strada.

Incrociamo nella corsia opposta un tir con il motore in fiamme accostato sulla destra, uno spaventoso fumo nero che si innalza fino al cielo, l'autista che parla al cellulare (speriamo) con i soccorsi.

Ci guardiamo. Segno della croce. E speremo ben.

Se dovesse bloccarsi per qualche motivo la nostra auto in mezzo al deserto saremmo spacciati. Dai piccola japo, ce la puoi fare - la incoraggiamo.

Proviamo ad accostare pochi minuti per lasciar raffreddare il motore e per raccogliere un po' di sabbia - ricordo per la collezione di mio padre. La temperatura esterna è indescrivibile. Resistiamo solo pochi minuti e poi ci rimettiamo in marcia diretti alla prossima tappa Barstow.

L'Interstate 15 come l'interstate 40 è una doppia lingua di asfalto che serpeggia nel deserto, una doppia corsia in andata e una doppia corsia in ritorno separate da un'ampia striscia di terra centrale. Entrambe costruite verso la fine degli anni '40 andando a sostituire la vecchia Mother Road, la Route '60, usata negli anni '20 per raggiungere la nascente Los Angeles e diventata negli anni un'icona del viaggio americano. Non c'è illuminazione, non ci sono guard rail ma solo appena qualche cartello con l'indicazione delle miglia che distano dalla prossima città. Sempre troppe. Tutto intorno nulla e nessuno. Una sensazione insolita di solitudine, piacevole a dir la verità, dopo il caos delle metropoli e i grattacieli. Finalmente il viaggio assume dimensioni umane, dimensioni naturali.


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui



 

venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


venerdì 22 giugno 2012

HoneyUSA, Palos Verde, ai confini di Los Angeles

3 agosto 2011 Los Angeles, Palos Verde Estates


Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare. 


Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village. 
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
 
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina. 

Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
 
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora. 

Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori. 
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr. 
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona. 
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
 
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese  e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra. 

Del villaggio di pescatori neanche l'ombra. 
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro. 
E non sanno cosa si perdono.

Ritorniamo verso nord, riattraversando per lungo la metropoli di Los Angeles. Niente Queen Mary (ma che cce frega di vedere una vecchia nave-albergo?) ma soprattutto niente Ports O'Call Village. Scopriremo solo mesi più tardi che il vecchio villaggio di pescatori si trova da tutt'altra parte rispetto a dove eravamo noi a Palos Verde Estates... pazienza...
Lungo l'autostrada a 6-7 corsie che ci riporta verso downtown notiamo del fumo nero provenire da un punto laggiù in mezzo alla città. Forse un incendio in qualche fabbrica di periferia.
Ce ne allontaniamo veloci.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui 





sabato 2 giugno 2012

HoneyUSA, Los Angeles: Walk of Fame, luccicare sul marciapiede


1 agosto 2011, Los Angeles - Walk of Fame, luccicare sul marciapiede


Non poteva esserci la mia Ella nella "Rock Walk of Fame" perchè la sua stella si trova sul marciapiede lindo della Walk of Fame, quella "storica" via, nel quartiere di Hollywood, famosa per i marciapiedi lucidi ricoperti per tutta la lunghezza del viale affollato di stelle con il nome sopra. Dicono che li puliscano 6 volte al giorno.
E' questa la strada dove si trova il Kodak Theatre, dove scorrazzano le stelle di Hollywood per la consegna degli Oscar ed è pieno di turisti e di negozietti da turisti.
Ci arriviamo dopo aver parcheggiato comodamente in una viuzza laterale. La sensazione è quella di essere in via Bafile a Jesolo, solo che a Jesolo in via Bafile è molto più difficile trovare parcheggio.
Leggere tutti i nomi sulle stelle è impossibile: sono tantissimi. E poi c'è un sacco di gente che non conosciamo. Su alcune, specie quelle più lontane dal centro della via, c'è solo la stella con il nome e il simbolo di una cinepresa o un grammofono, una tv, un microfono o due maschere teatrali a seconda dell'arte in cui si è distinto il personaggio.
L'idea di dedicare una strada alle celebrità  fu della Camera di Commercio di Hollywood e risale al 1950 ma la costruzione non iniziò fino al 1958 e la prosa delle prime 8 stelle ( Joanne Woodward, Olive Borden, Ronald Colman, Louise Fazenda, Preston Foster, Burt Lancaster, Edward Sedgwick, e Ernest Torrence) fu solo nel 1960. Lucidate, valorizzate e aumentate negli anni, sono oggi in tutto circa 2500 e ne vengono aggiunte in continuazione.
La folla si concentra davanti a un edificio a forma di tempio cinese: si tratta del Grauman's Chinese Theatre, inaugurato nel 1927 per la prima de "Il re dei re" e sede di numerose altre anteprime nonchè di tre edizioni degli Academy Awards. Ad attirare la folla però non è il teatro in sè ma le numerose impronte nel cemento lasciate dalle star del cinema nel piazzale antistante l'entrata. Tutti cercano di fotografarsi con le mani nel calco delle star ma è impossibile scattare una foto isolata, tanta è la folla che calpesta le impronte.
Che scena buffa: invece che fotografare un'opera d'arte o un paesaggio tutta questa gente è qui per fotografare un calco di cemento con un nome scritto sopra.
Il marciapiede è zeppo di gente e di cianfrusaglie. Mimi immobili e gente travestita da supereroe che fa delle gag con i passanti e si fa scattare le foto in posa. Una ragazzina scialba con la chitarra a tracolla sta cantando qualcosa nella speranza di venir notata.
Qui circuita il sogno americano del diventare famosi. E mi chiedo chissà quanti, magari provenienti dalle cittadine di provincia di tutta l'America, ancora oggi vengono qui a sperare di essere notati e di far fortuna. Esattamente come i loro antenati che attraversarono il continente, sterminando bisonti e indiani, alla ricerca dell'oro californiano. Forse alla fine il vero "oro californiano" è proprio questo: il sogno della fama, vuoto e immorale come quello della ricerca dell'oro.
Anche noi, dal nostro puntino laggiù dall'altra parte dell'oceano, immersi come siamo di bellezze artistiche e naturali, non siamo esenti da questo richiamo che non riesco a non percepire come effimero.
Ora di cena. Decidiamo di cenare in un ristorantino scelto tra quelli consigliati dalla guida Lonely Planet. Non dovrebbe costare troppo, speriamo solo sia buono...  Si trova ad Hollywood:  Ristorante Cha cha cha (656 N Virgil Ave, 90004) specialità caraibiche e piatti multietnici. Localino losco da fuori, a ridosso del quartiere coreano, luce soffusa, veranda in legno e pareti dai colori accesi. Nel piatto uno splendido mix gustoso e agrodolce con riso, verdure e frutta. Intorno a noi pochi tavoli con coppiette del posto. Ottima scelta.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


lunedì 28 maggio 2012

HoneyUSA, Los Angeles: Rock Walk of Fame e il "santuario"


1 agosto 2011, Los Angeles - Rock Walk of Fame

Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Negli anni '20 questa strada sinuosa era sterrata e univa gli studios in via di sviluppo alle ville delle stelle sulla collina. Verso la metà degli anni '30 venne asfaltato e in mancanza del controllo delle autorità locali si trasformò in una zona dedita al mercato nero e al gioco d'azzardo. Qui ci sono i nightclub più esclusivi e storici alberghi frequentati dalle star del rock.
A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


domenica 27 maggio 2012

HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills

1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills

Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.

Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.

Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.

Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


venerdì 25 maggio 2012

HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica

1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica

Santa Monica, la famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano. 
Siamo partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road, numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo. 
A dir la verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei. 
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542 Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato El Camino Real. Si procedeva lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui, come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

domenica 20 maggio 2012

HoneyUSA:Venice to Venice

1 agosto 2011 - Los Angeles: Venice to Venice

Cominciamo da Venice. E da dove sennò? Ore di macchina in coda nel traffico. Venice ovviamente non ha nulla a che vedere con Venezia,  ma il clima che si respira in questo quartiere, i suoi colori e la calma serena che si prova attraversando i canali e i piccoli ponti di legno bianco ricordano vagamente la lentezza della mia laguna.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.

I miei capelli qui stanno che è una meraviglia. Niente a che fare con l'umidità di Venezia, quella vera. 
Passeggiando per le "calli" di Venice troviamo qualche scoiattolo che si arrampica sulle palme, pochissima gente, la spiaggia deserta. Nessuna opera d'arte, niente arte, niente storia.Negli Stati Uniti definiscono "antico" qualcosa che risale al 1800, per intenderci. E questa parte dell'America, tra l'altro, si sviluppò solo alla fine del 1800 con il completamento della ferrovia e l'arrivo dei pionieri cercatori d'oro.

Andiamo a toccare con le punte dei piedi l'oceano Pacifico, gelato.
Numerosi cartelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami.
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

mercoledì 16 maggio 2012

HoneyUSA: La jeep dei nostri sogni...e la Nissan della nostra realtà

1 agosto 2011

Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 11 maggio 2012

HoneyUSA: California dream&nightmare

1 agosto 2011 - California dream&nightmare

La California rappresenta per me un conflitto tra la mia natura anticonformista e alcuni miti della mia adolescenza. Qui, in questa stessa città  in cui ci troviamo, nel quartiere di Beverly Hills, hanno ambientato il telefilm cult della mia generazione, ma questa è anche la città del cinema Hollywoodiano e del modello americano della plastica che ho sempre combattuto. Questa è la città dove sono nati i cartoni animati della Disney che tanto amo, qui si trovano gli studi della Pixar e poco distante i geni di Mountain View stanno costruendo il futuro. Ma questa è anche la città degli eccessi dello star system, un mondo che non solo non mi intessa ma che odio follemente.
Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

mercoledì 9 maggio 2012

HoneyUSA: Los Angeles

31 luglio 2011: a Los Angeles

Siamo atterrati a Los Angeles che era già buio.
Con +5 ore di stanchezza sulle spalle abbiamo preso il primo taxi e attraversato una serie infinita di quartieri periferici, tangenziali, autostrade.
Che strano. Sulla cartina della città l'aeroporto sembrava molto vicino alla zona dove si trova il nostro albergo e invece sono 40 minuti che il taxi corre. Mah.
Prevediamo una salassata gigantesca.

Il nostro hotel si trova in un quartiere di coreani, infatti anche l'hotel è coreano e all'accoglienza ragazze dai tratti somatici orientali ci accolgono cordialmente. Troveremo in questa città una popolazione molto variegata dal punto di vista etnico, con molti più ispanici e orientali rispetto a New York.
La cosa mi incuriosisce. Ma siamo troppo stanchi per qualsiasi riflessione antropologica.
Crolliamo sul letto senza nemmeno guardare fuori dalla finestra della camera.

Al mattino seguente la sorpresa. È il 1 agosto 2011 e siamo molto distanti da casa. Qui è mattina, in Italia è sera.
Spalanco le pesanti tende che coprono la vetrata: là fuori una distesa di case, palazzi, alberghi e altissime palme a perdita d'occhio. Una collina poco distante interrompe la monotonia del panorama.
Guardo meglio, eh si ho visto bene: quella laggiù è la collina di Hollywood con la celeberrima scritta bianca che campeggia sul dorso!!!!! Siamo ad Hollywood! Siamo in California!!!!

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui