Chi passeggia insieme a me si potrà stupire della mia freddezza nei confronti dei tanti mendicanti che si incontrano per la strada. Non mi vedrà mai aprire la borsa per cercare qualche monetina, nè tantomeno offrire l'elemosina.
Stringe il cuore passare oltre, ma a me sinceramente stringe più il cuore che quel mendicante sia lì. E so benissimo che con la mia elemosina non farei che perpetuare la sua presenza sulla strada.
Ad una prima superficiale impressione il mio può sembrare un gesto di indifferenza e insensibilità, poco in linea con quei principi cristiani che mi contraddistinguono. E invece è proprio il contrario.
Perchè non è questa l'elemosina che corrisponde al Vangelo, ma solo un gesto egoistico che fa mettere a posto la coscienza e che non aiuta affatto il mendicante ad uscire dalla sua povertà, anzi.
Mi sono stupita anche io le prime volte che i missionari e i tanti volontari impegnati in prima fila con gli ultimi, sia in paesi lontani che qui a casa nostra, mi hanno insegnato il vero rovescio della medaglia dell'elemosina.
"Se vuoi far davvero del male a un povero - mi hanno sempre detto tutti - fagli l'elemosina. Lo aiuterai a vivere un giorno di più in quella condizione e non gli permetterei di trovare una strada alternativa".
Ovviamente non finisce qui. Il gesto di non fare l'elemosina deve essere seguito dall'impegno a sostenere piuttosto le tante realtà di autentica assistenza che sanno gestire nel modo migliore gli aiuti nell'ottica di sostenere le persone davvero bisognose e non solo dal punto di vista economico.
Mi dispiace quindi riscontrare lo stupore e lo sdegno che in questi giorni sta suscitando la notizia che al Duomo di Mestre ci sia un servizio di sorveglianza che mira ad allontanare i mendicanti che in modo sempre più aggressivo e violento interferiscono con le celebrazioni. Roba da andare su tutti i giornali.
Non corrisponde, a prima vista, a quell'immagine di Chiesa indiscriminatamente accogliente e vicina agli ultimi che tanto va di moda ora che Papa Francesco sta calcando la mano (giustamente) in quella direzione.
Eppure in realtà tutti coloro che si occupano davvero di carità cristiana e di ultimi sanno benissimo ( e dovrebbero dirlo a gran voce) che per aiutare chi è bisognoso bisogna lottare per difendere il suo posto di privilegio contro l'aggressività dei furbi e dei disonesti. E' brutto, lo so, ma anche tra i poveri ci sono gli onesti e i disonesti, e non si fa del bene agli ultimi nè con il razzismo nè con il buonismo indiscriminato.
Se solo smettessimo di dare l'elemosina ai mendicanti ci sentiremmo un po' meno in pace con noi stessi e giustamente inquieti di fronte alla povertà. E forse eviteremmo di contribuire al perpetuarsi dello sfruttamento dei mendicanti costringendo chi davvero ha bisogno a rivolgersi ai centri di carità, che sono sempre gestiti dalla quella stessa Chiesa apparentemente severa che rifiuta l'elemosina sul sagrato.
Le cose, certo, sono sempre molto più complicate di come si sintetizzano. Sarebbe da riflettere a monte su tutti i meccanismi che causano la povertà e si può star certi che tutti coloro che sono abituati a dare la propria elemosina finirebbero con lo scoprirsi terribilmente complici del sistema che la causa.
Non ci nascondiamo dietro a un dito o dietro una monetina.
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lunedì 8 luglio 2013
venerdì 22 marzo 2013
Studi cinesi
Un libro tira l'altro. Ho appena finito l'Ombra di Mao di Federico Rampini dopo Cigni selvatici di Jung Chan e Storia della Cina di Schmidt-Glintzer, ed ho già ho appuntato un paio di altri libri sull'argomento Cina che vorrei comprarmi per approfondire ancora di più nonostante il mio comodino sia perennemente ricoperto di nuovi amici in coda.
Storia della Cina contemporanea: potrebbe essere il nome dell'esame che sto preparando.
Il bello è che nessuno mi interrogherà mai.
Ho deciso di mia spontanea volontà di mettermi a studiare un po' un mondo che non conosco minimamente, la Cina, con il quale a livello di politiche internazionali non possiamo non fare i conti. Com'era l'Impero, il concetto di civiltà cinese, di Tianxia, che ricorda da lontano la koinè greca, e poi le vicende che hanno condotto fino alla rivoluzione maoista, dal sogno comunista alla sua follia che ha causato lo sterminio per fame di centinaia di milioni di contadini con la politica del Gran Balzo in avanti, la rivoluzione culturale e tutti i retaggi che ancor oggi sono presenti nell'attuale società cinese, volto deformato del capitalismo.
Comunismo, capitalismo, povertà, democrazia. Finisco sempre per girare intorno a questi concetti.
E quello che leggo non mi fa mai sentire pienamente in possesso della conoscenza ma piuttosto stimola in me nuove ricerche, nuove domande in un circolo vizioso di insaziabile curiosità.
Tutta colpa di Tiziano che dalla Russia mi ha condotto in Oriente con i suoi viaggi.
È questo é il mio modo di viaggiare, è il massimo che posso permettermi e va bene lo stesso.
I libri mi conducono lontano dove avrei voluto vivere una vita diversa, al servizio della verità, delle parole, degli ultimi.
Ma la mia strada è un'altra. L'ho scelta io e non la rinnego.
Mi bastano i miei libri, miei compagni di viaggio. Mi basta la lettura, lo studio.
Che meraviglia lo studio, soprattutto quando è assolutamente volontario e libero. Nessun esame, niente da dimostrare a nessuno.
Leggo e studio solo per il piacere di farlo. Nutrimento essenziale per il mio cervello e la mia anima.
Solo a loro devo rispondere. Solo loro mi possono interrogare.
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giovedì 24 maggio 2012
Immunità al lusso, il regalo dei poveri
I poveri che ho incontrato lungo la mia strada durante i miei viaggi in Africa o nell'Est Europa mi hanno fatto un regalo. Uno, che non ho potuto rifiutare e del quale ora non posso più fare a meno. Me ne rendo conto davvero solo ora.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
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venerdì 27 aprile 2012
HoneyUSA: Lo zio d'America
30 luglio 2011 - New York to Toronto
Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).
I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....
Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.
Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).
I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....
Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.
Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.
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venerdì 15 aprile 2011
Honey moon, honey wheel
Indiani e cowboys, i tanti libri letti quell’estate del 97 nella casa di montagna di Fiera, con i nonni. Le puntate, a memoria, della Signora del West, il maglione di lana fatto a ferri davanti alla tv. Gli stivali texani comprati nel 98 in quel negozietto a Venezia. Il massacro dei nativi e la mia guerra aperta con il generale Custer. L’acchiappasogni. Balla coi lupi. E poi i cd di musica country, i primi regali fatti a Marco, il cravattino.
I Fragile e John Denver. “Stand by your man”, “Sunshine on my shoulders”, “Take me home country roads”.
Riaffiorano vecchi ricordi e pezzi della nostra storia. 15 anni fa questo era il mio mondo, questi erano i miei sogni. La musica, le prime battaglie contro l’ingiustizia, gli orizzonti sconfinati.
Poi è arrivato il gospel, il blues e le storie sulla deportazione degli schiavi dall’Africa nera. E mentre ho finito la scuola e l’università e ho iniziato ad addentrarmi nel mondo del lavoro è arrivata l’Africa. All’improvviso.
E con l’Africa i miei poveri e i loro sorrisi.
Dalla parte della povertà e della pace ho a lungo visto l’America come un malfattore della storia, dalla Guerra del Golfo all’Afghanistan. Ho condannato il suo consumismo sfrenato, ho studiato la Guerra Fredda. America. Punto di partenza e di arrivo, di scontro e di incontro.
Ho imparato Russians di Sting.
I miei studi, il mio lavoro, i miei viaggi, le mie battaglie sono passate di continente in continente. Senza accorgermene hanno seguito una traccia, forse un vero e proprio solco. Imprescindibile. Dai nativi americani agli africani della savana, tornando in Europa per raccontare il dramma di Chernobyl. Di violenza in violenza. Di vittima in vittima. Dalla parte degli ultimi.
Poi il ritorno alla base. E tutto riemerge e riaffiora. Con il senso di colpa di scoprirsi immersi fino al collo dentro l'americanità. One more car one more ride. Come una ruota che gira. Ora è il momento di cominciare una nuova vita ripartendo dal via. Da dove è iniziato tutto.
Alla fine non sono diventata una cantautrice folk ma forse qualche vecchio sogno nel cassetto riuscirò a realizzarlo … Monument Valley, Grand Canyon, Route 66… I’m coming home!!!!
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