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giovedì 30 agosto 2012

HoneyUSA: Metriotes

Metriotes
4 agosto 2011 Kingman

Tutta colpa della metriotes, penso. Antiche reminescenze del ginnasio affiorano insieme alle rocce a bordo strada. Tutta colpa del silenzio. Il mio cervello viaggia più veloce di questa Nissan Versa. Ci stiamo avvicinando a Kingman.
Metriotes, che sia quella parola che tanto amavo scrivere nel diario in quei veraci caratteri greci ad avermi immunizzato al contagio del sogno americano?
Metriotes, cioè la moderazione, l'equilibrio, il senso della misura... non sono l'esatto opposto di quell'esagerazione smisurata che sembra caratterizzare ogni cosa in questo smisurato paese?
E sarà forse quella mia razionale ricerca continua di equilibrio a rendermi così insofferente nella società americana che è tutto tranne che equilibrata?
Ci troviamo nel bel mezzo di un'icona di quell'American Dream che da New York a Hollywood attira da secoli come una calamita sognatori in cerca di un'occasione da ogni parte del mondo. Anch'io ho sognato di essere qui, di indossare stivali texani e godermi il vento in faccia lungo la Route 66.
Indosso i miei stivali texani (realizzo solo ora che hanno 15 anni questi stivali!), mi godo il vento in faccia ma  mi sento immune, pur essendo stata attirata fin qui. Mi sento affascinata ma protagonista. Mi sto facendo un'idea tutta mia di questo posto, sto perfezionando i contorni delle immagini accumulate nella mia mente con la tv.
O forse è solo disincanto? 
Respiro la  limpida magnificenza del paesaggio, mi inebrio di questi spazi aperti e dei loro colori, del loro silenzio. Eppure non mi sento trascinata nel vortice. Ogni chilometro in più che faccio mi sento più europea, più italiana. Mi sento come se stessi ricomponendo un pezzo alla volta quello che ero seduta in quella sedia al quarto piano del Palazzo Bollani, quando feci conoscenza degli amici indiani.
Le mie solite seghe mentali.

Il volantino dice "Kingman: the heart of Route 66", mi aspettavo una cittadina caratteristica e accogliente, invece non è che la solita distesa di monotone e modeste casette in fila, spaccata a metà da una strada ampia.
Ricordo che nella guida si raccomandavano tanto di trovare un albergo lontano dalla stazione poichè questa è anche un punto di snodo importantissimo per la Pacific e l'Atlantic Railroad. Fortunatamente il nostro albergo si trova a debita distanza dallo sferragliare di rotaie e treni merci.
La cittadina di Kingman si trova in effetti nel cuore della mitica Route 66, che la attraversa in pieno. In realtà il tratto di Route 66 che attraversa Kingman non si chiama Route 66 bensì "Andy Devine Avenue" in omaggio all'attore Andy Devine che era originario del luogo.
Troviamo un volantino turistico della città nella hall dell'hotel: sembra essere una location molto frequentata dai turisti considerando la quantità di iniziative e attrattive pubblicizzate. C'è persino un museo dedicato alla Route 66 ma purtroppo lo troviamo chiuso. In attesa che si faccia ora di cena decidiamo di visitare il Locomotive Park che altro non è che una vecchia locomotiva gigantesca adagiata su un prato verde. Un paio di foto di rito sulla locomotiva e davanti al cartello che indica Route 66 e poi un tuffo nella piscina dell'hotel.

Ceniamo in una nota steak house lì vicino dove servono bistecche gigantesche ( e a detta di Marco buonissime) e per fortuna anche panini vegetariani.

Kingman non è niente di che, ma forse è giusto così. Se la protagonista è la Strada, la Mother Road, le cittadine che la toccano sono solo delle tappe anonime, devono stare in secondo piano. Se il sogno americano deve spingere le persone a proseguire la strada non deve esserci niente a farti desiderare di restare, no?

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venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

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giovedì 5 luglio 2012

HoneyUSA, Back to the Future Tour a Los Angeles

3 agosto, Los Angeles: Back to the Future Tour
Presente quando guardi un film e c'hai uno vicino che anticipa tutte le battute nonchè i rumori di fondo? Ecco questo è Marco quando guardiamo la saga di Ritorno al Futuro (Back to the Future), il film prodotto nel 1985 da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis con attori protagonisti  Michael J. Fox e Christopher Lloyd.

Siamo sempre stati appassionati di quel film, geniale nella trama e negli effetti speciali (per l'epoca...) e quel film, anzi, quei tre film, sono stati girati proprio qui a Los Angeles. Potremmo mica perderci l'occasione di andare a vedere alcune location dove Doc e Martin con la macchina del tempo hanno girato alcune scene?

In internet Marco aveva trovato un sito che elencava tutte le location principali con tanto di indirizzo: la casa dove abitava George Mc Fly nel 1955 e la casa di Beef, la scuola dove si ambientano numerose scene del 1° e del 2° film, il parcheggio del Twin Pine's Mall dove parte la De Lorian per il suo primo viaggio nel tempo, la casa del preside, il quartiere di Hilldale dove abita la famiglia Mc Fly, la vecchia e bellissima casa di legno dove abitatava Doc nel 1955.... e poi infine anche la Monument Valley, dove è ambientato il terzo film... eh si, nei prossimi giorni raggiungeremo anche quella!

Questo si che è un bel giro turistico alternativo! Dopo Disneyland ora tocca a uno dei nostri film preferiti!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Tabella degli indirizzi alla mano cerchiamo intanto di capire sulla cartina dove sono situate le varie tappe e ne selezioniamo alcune. Certo che i produttori di Back to the Future hanno scorrazzato parecchio per la città alla ricerca del set ideale: sono tutte sparse qua e là nell'intera valle! 
Decidiamo di partire dal Twin Pine's Mall, il piazzale del market da cui parte la macchina del tempo nel primo film. Si trova in un quartiere di Los Angeles dal nome Industry nella zona est della metropoli. 
Km e km di autostrada semideserta in mezzo a periferie omologate e comuni quanto quelle appena viste lungo l'attraversata verticale della città in direzione e ritorno da Palos Verde.Il navigatore ci conduce in una zona commerciale e ci fa raggiungere un ampio parcheggio, sempre semideserto. Rallentiamo. Nessuna scritta richiama la location del film, c'è un centro commerciale del tutto differente dal Twin Pine's Mall del film. Marco scende e perplesso si guarda intorno. Scendo anch'io, ma niente, forse abbiamo sbagliato indirizzo o forse non è rimasto più nulla di quello che c'era negli anni '80. Ma all'improvviso Marco ha un'illuminazione: "Quella è la discesa dei libici!!!!!" e indica una vietta in discesa che fa ingresso nel piazzale.
"Ma certo! - concordo io - lì è da dove arrivano i libici per fucilare Doc!!!". Come due cretini (per fortuna non c'era nessuno) ci mettiamo a recitare le parti del film "Mi hanno trovato! Non so come ma mi hanno trovato! Scappa Martin, i libici!!!!!!" E corriamo su e giù per il piazzale scattando foto e filmando il panorama. Il tutto - ricordo- in un banalissimo parcheggio di un supermercato di periferia. Troppo bello! Eravamo davvero nel piazzale dove è stata girata quella scena. (c'è chi si accontenta di poco per essere felice).
Supereccitati ci rimettiamo in macchina decisi a raggiungere la prossima meta: la scuola di George e Martin McFly. Km e km e ci arriviamo proprio davanti: completamente riammodernata dall'epoca, ma è proprio quella e nella viuzza li vicino dovrebbe esserci (almeno lo dice il sito internet) la casa del preside, quella presa d'assalto dai teppisti nel film 2 ambientato nel futuro alternativo. Troviamo anche la casa azzurrina del preside, oggi abitata da qualche ignaro vecchietto. Per la strada non c'è un'anima viva. Ma dove sono tutti? ci chiediamo.
Ripartiamo alla volta della casa di George Mc Fly. Sulla stessa strada dovrebbe esserci anche quella di Beef, con il garage da cui esce con l'auto su cui è nascosto Martin nel 2 film. Ci addentriamo in un bel quartiere residenziale attraversato da vie ombrose. A destra e sinistra villette tipicamente americane, il prato inglese davanti senza alcuna recinzione. Tipo due spie rallentiamo fino a fermarci davanti alla villetta al civico 58, indicata dal sito come quella dove erano ambientate le scene di George Mc Fly nel 55. Bassi bassi, silenzio. Non c'è nessuno, ma nella villetta di fianco una famiglia cinese con dei bambini sta schiamazzando nel giardino. Siamo un attimino sospetti ad aggirarci così per la via. Una foto veloce. Sss, è proprio quella casa lì! Nell'altro lato della strada, poco più avanti, la casa di Beef dove viveva con la nonna nel 55. Ed eccolo: il garage!!! Nuuoooo il garage!!! Praticamente due idoti. 
Vittoriosi ci dirigiamo verso l'ultima tappa, passando prima per il quartiere di Hilldale, che nella realtà è ancora più bello che nel film, addirittura protetto all'ingresso da una sbarra che autorizza l'accesso solo ai residenti. Finalmente raggiungiamo l'imponente residenza in legno di Doc "the Blacker House", in Hillcrest Avenue, nel quartiere di Oak Knoll a Pasadena, considerata un gioiello dell'architettura di fine '800 firmata  Greene and Greene e inserita nel registro nazionale dei luoghi storici (pensa ti!). Realizzata in legno e nel tempo restaurata è rimasta un esempio dell'architettura americana di quell'epoca. Bellissima.
Ma soprattutto bellissima la "rimessa" di legno in cui Doc all'inizio del secondo film scopre la De Lorian a Martin.
Se ieri a Disneyland eravamo felici come due bambini, oggi siamo felici come due adolescenti.

Percorrere questo tour ci ha permesso di visitare degli angoli inusuali di Los Angeles, che nessun turista avrebbe mai visto se non per sbaglio. E di farci una nostra personale idea dell'America.
Rientriamo in hotel esausti ma con un sacco di riflessioni che ci rotolano nella testa sullo stile di vita americano, sulla mancanza dei centri urbani, sulla noiosa omologazione delle strade di Los Angeles, sulla bellezza delle ville dei miliardari... Visitare Los Angeles a modo nostro ci ha permesso di completare quell'idea degli Stati Uniti che ci eravamo già fatti a New York. Un paese gigantesco di cui si parla sempre ma che in realtà ha molto meno da dire di quanto sembra. Un paese giovane, senza storia, senza radici e che, anzi, le proprie radici le ha cancellate il più possibile. Che sembra sempre cercarne di nuove, a seconda della moda del momento. Modernista, dispersivo, consumista all'eccesso, dove il massimo dell'emozione è visitare quei posti già visti in qualche film. Un'immersione in questo universo ci voleva, soprattutto per poter capire più a fondo quello che vedremo dopo.
New York e Los Angeles sono due città estreme in ogni senso, affascinanti per certi aspetti, ma molto povere di bellezza, molto poco emozionanti.Almeno secondo me.Tutti dicono "che figata vivere a New York", come tutti dicono "che figata vivere in California". Io e Marco dopo esserci stati, diciamo che non ci vivremmo mai.
Sono soddisfatta di aver confermato le mie idee di sempre. Sono soddisfatta di aver visto con i miei occhi questi luoghi. E sono in fibrillazione all'idea che il bello debba ancora venire.
L'America che ho sempre sognato di incontrare mi aspetta al di là del deserto, lontano dai grattacieli e dalle ville, nel cuore dell'America, nel cuore della sua storia che è in parte anche la nostra storia.
E la mia storia...


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domenica 27 maggio 2012

HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills

1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills

Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.

Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.

Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.

Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...

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venerdì 25 maggio 2012

HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica

1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica

Santa Monica, la famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano. 
Siamo partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road, numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo. 
A dir la verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei. 
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542 Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato El Camino Real. Si procedeva lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui, come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.

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venerdì 27 aprile 2012

HoneyUSA: Lo zio d'America

30 luglio 2011 - New York to Toronto

Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).

I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....

Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.

Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.

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martedì 24 aprile 2012

Honey USA: fingerfood of NY

NY-29 luglio 2011

Abbiamo scelto di visitare questa città come prima tappa di un viaggio alla scoperta dell'identità americana. Passare da New York era una tappa obbligata. Qui hanno avuto inizio molte storie e molti sogni. Se dovessi consigliare degli assaggi di New York in grado di saziare un po' di curiosità e di sete di conoscenza insieme partirei proprio da qui, prima di immergersi nel caos di Times Square e della 5 Avenue: queste sono cose che si vedono già nei film. La NY dei grattacieli e dei negozi, dei marciapiedi affollati e dei taxi presi al volo, delle insegne giganti e del traffico la conosciamo già. Sembra di esserci sempre vissuti. E avendo poco tempo a disposizione, dovendo scegliere, noi abbiamo preferito concentrarci su altro.
Ecco alcuni suggerimenti di percorso, basati sulla nostra minuscola esperienza:

1. Le origini.


Ellis Island e la Statua della libertà. Il giro con il battello sull' Hudson merita la coda chilometrica. Lo skyline di Manhattan da laggiù è mozzafiato e regala tutta l'emozione dei migranti in via di fortuna che attraccavano a Ellis Island e sognavano una vita nuova nel nuovo continente. Bellissimo il museo. Peccato invece che per visitare la Statua della Libertà dall'interno e salire fin sulla corona serva prenotarsi mesi prima. Di ritorno dal tragitto si approda a Castle Clinton, antica fortezza rotonda, ai piedi dei grattacieli luccicanti della zona di Wall Street. Un bel contrasto. Da Castle Clinton un'ampio viale conduce a Ground Zero. Da vedere.

2. Villages.

I quartieri storici di NY sono anch'essi densi di storia. Tra tutti merita Chinatown dove si scopre come i cinesi abbiano ingoiato Little Italy. Colorato. Pittoresco. Qui si assaggia un po' di storia...Le guide mi avevano fatto ingolosire anche di Soho, Greenwich e ovviamente Harlem...ma serviva almeno un'altra giornata...




3. Ponte di Brooklyn. 

Prendendo la metropolitana che ti porta nel quartiere di Brooklyn è possibile imboccare la passeggiata pedonale che consente in una mezz'oretta di attraversare il celebre ponte e di rientrare a Manhattan. Panorama spettacolare e scammellata salutare per digerire gli hot dog e le patatine fritte.








4. High line.

Nel quartiere di Chelsea la vecchia linea ferroviaria che serviva gli antichi macelli della città è stata recuperata e trasformata in passeggiata-giardino. Si cammina sospesi sopra il traffico e tra vecchi grattacieli, passeggiando in mezzo a piacevoli aiuole botaniche.





5. Central Park. 


Da non perdere per nessun motivo al mondo la fantastica passeggiata dentro questo polmone verde circondato dai grattacieli. Silenzio surreale. Perdersi nei vialetti, tra le rocce e i laghetti, le statue e le panchine. Meriterebbe portarsi le scarpe da running e provare l'ebbrezza come i newyorkesi veri di una salutare corsetta. Per non parlare della ricerca degli scorci dove hanno girato "Come d'incanto" e dello zoo di "Madagascar"...


Per la prossima volta...
Impossibile visitare NY in 4 giorni da cima a fondo, solo assaggi. Ci siamo quindi appuntati per le prossime volte altre tappe: visita al MOMA, visita a Greenwich Village e Soho, visita a Harlem e partecipazione ad una Gospel Mass, passeggiata lungo l'Hudson in rollerblade, giro in elicottero (?) tra i grattacieli, visita all'ultimo piano del Top of the Rock, cena in un ristorantino con vista su Manhattan, tour notturno di locali blues&jazz, giro in barchetta sul lago di Central Park, portare cv al New York Times....

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martedì 6 marzo 2012

HoneyUSA - Documenti. Il primo viaggio.

26 aprile 2001 - Documenti. Il primo viaggio

Ho capito. E' il nostro viaggio di nozze. Non devo lavorare. Ma non resisto, non riesco a non documentarmi., a cercare informazioni, a  studiare, a leggere libri sulla storia degli indiani d'America. Andiamo negli States, certo, ma sono pur sempre quella stessa persona che è stata nelle missioni africane e nei dintorni di Chernobyl. Posso leggere gli Stati Uniti solo nella lingua dei suoi schiavi, delle sue vittime, dei suoi ultimi. Mi servono elementi, chiavi di lettura, documenti, per viaggiare. Qualsiasi sia la natura del mio viaggio. Marco questa cosa la capisce e mi lascia fare con affetto (e forse compassione...).

Dobbiamo ancora decidere le tappe esatte del nostro viaggio e io voglio sceglierle in base ai nostri interessi, voglio pianificare tutto o almeno quanto mi è possibile. Si, lo so che lo spirito del viaggio "on the road" alla Kerouac non prevede alcuna pianificazione. Ma sono dell'idea che quando si ha una mappa precisa poi ci si può anche permettere di stracciarla, se si vuole.

Sono entrata in Anobii e ho cercato un gruppo che si occupasse di letteratura da viaggio. Ho chiesto un consiglio su alcuni libri interessanti da mettere in valigia o da leggere prima di partire per un viaggio negli States. Mi hanno risposto diversi utenti e i libri più gettonati sono stati: Sulla strada (di Jack Kerouac), Alce nero parla (di John G. Neihardt), Sul sentiero di guerra-scritti e testimonianza degli Indiani d'America (a cura di Charles Hamilton), Strade blu (di William Least Heat-Moon) ma soprattutto Gli spiriti non dimenticano (di Vittorio Zucconi).
Ovviamente io non ho resistito e dalla libreria ho portato a casa (una oggi, una domani, una dopo una settimana...) anche la Guida della Lonely Planet "Stati uniti Occidentali" e le Guide Mondadori "California" e "South west Usa", più un po' di Guide su New York (Lonely Planet e Chatwin) e l'interessante libro di Mario Maffi "N.Y. ritratto di una città". Siccome ho tanto spazio per i libri...

Divoro i libri durante i miei viaggi in treno per andare al lavoro, sfoglio le guide - pesantissime - che non mi abbandonano mai dentro la borsa. Il mio piccolo netbook e un foglio di word che sto riempiendo di parole e nomi di città, storie. Traccio mappe, consulto Google Earth, mi emoziono.
Come l'altra sera che in cucina ho sobbalzato sulla sedia una volta raggiunto con il mouse il Grand Canyon.
Calcolo le distanze, studio le tappe, le mete turistiche e culturali, quelle naturali. E' un po' come vivere il viaggio in anticipo. L'adrenalina trabocca.



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