caffè amaro
una piccola pausa tra sogno e disincanto
sabato 2 giugno 2012
HoneyUSA, Los Angeles: Walk of Fame, luccicare sul marciapiede
1 agosto 2011, Los Angeles - Walk of Fame, luccicare sul marciapiede
Non poteva esserci la mia Ella nella "Rock Walk of Fame" perchè la sua stella si trova sul marciapiede lindo della Walk of Fame, quella "storica" via, nel quartiere di Hollywood, famosa per i marciapiedi lucidi ricoperti per tutta la lunghezza del viale affollato di stelle con il nome sopra. Dicono che li puliscano 6 volte al giorno.
E' questa la strada dove si trova il Kodak Theatre, dove scorrazzano le stelle di Hollywood per la consegna degli Oscar ed è pieno di turisti e di negozietti da turisti.
Ci arriviamo dopo aver parcheggiato comodamente in una viuzza laterale. La sensazione è quella di essere in via Bafile a Jesolo, solo che a Jesolo in via Bafile è molto più difficile trovare parcheggio.
Leggere tutti i nomi sulle stelle è impossibile: sono tantissimi. E poi c'è un sacco di gente che non conosciamo. Su alcune, specie quelle più lontane dal centro della via, c'è solo la stella con il nome e il simbolo di una cinepresa o un grammofono, una tv, un microfono o due maschere teatrali a seconda dell'arte in cui si è distinto il personaggio.
L'idea di dedicare una strada alle celebrità fu della Camera di Commercio di Hollywood e risale al 1950 ma la costruzione non iniziò fino al 1958 e la prosa delle prime 8 stelle ( Joanne Woodward, Olive Borden, Ronald Colman, Louise Fazenda, Preston Foster, Burt Lancaster, Edward Sedgwick, e Ernest Torrence) fu solo nel 1960. Lucidate, valorizzate e aumentate negli anni, sono oggi in tutto circa 2500 e ne vengono aggiunte in continuazione.
La folla si concentra davanti a un edificio a forma di tempio cinese: si tratta del Grauman's Chinese Theatre, inaugurato nel 1927 per la prima de "Il re dei re" e sede di numerose altre anteprime nonchè di tre edizioni degli Academy Awards. Ad attirare la folla però non è il teatro in sè ma le numerose impronte nel cemento lasciate dalle star del cinema nel piazzale antistante l'entrata. Tutti cercano di fotografarsi con le mani nel calco delle star ma è impossibile scattare una foto isolata, tanta è la folla che calpesta le impronte.
Che scena buffa: invece che fotografare un'opera d'arte o un paesaggio tutta questa gente è qui per fotografare un calco di cemento con un nome scritto sopra.
Il marciapiede è zeppo di gente e di cianfrusaglie. Mimi immobili e gente travestita da supereroe che fa delle gag con i passanti e si fa scattare le foto in posa. Una ragazzina scialba con la chitarra a tracolla sta cantando qualcosa nella speranza di venir notata.
Qui circuita il sogno americano del diventare famosi. E mi chiedo chissà quanti, magari provenienti dalle cittadine di provincia di tutta l'America, ancora oggi vengono qui a sperare di essere notati e di far fortuna. Esattamente come i loro antenati che attraversarono il continente, sterminando bisonti e indiani, alla ricerca dell'oro californiano. Forse alla fine il vero "oro californiano" è proprio questo: il sogno della fama, vuoto e immorale come quello della ricerca dell'oro.
Anche noi, dal nostro puntino laggiù dall'altra parte dell'oceano, immersi come siamo di bellezze artistiche e naturali, non siamo esenti da questo richiamo che non riesco a non percepire come effimero.
Ora di cena. Decidiamo di cenare in un ristorantino scelto tra quelli consigliati dalla guida Lonely Planet. Non dovrebbe costare troppo, speriamo solo sia buono... Si trova ad Hollywood: Ristorante Cha cha cha (656 N Virgil Ave, 90004) specialità caraibiche e piatti multietnici. Localino losco da fuori, a ridosso del quartiere coreano, luce soffusa, veranda in legno e pareti dai colori accesi. Nel piatto uno splendido mix gustoso e agrodolce con riso, verdure e frutta. Intorno a noi pochi tavoli con coppiette del posto. Ottima scelta.
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lunedì 28 maggio 2012
HoneyUSA, Los Angeles: Rock Walk of Fame e il "santuario"
1 agosto 2011, Los Angeles - Rock Walk of Fame
Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Negli anni '20 questa strada sinuosa era sterrata e univa gli studios in via di sviluppo alle ville delle stelle sulla collina. Verso la metà degli anni '30 venne asfaltato e in mancanza del controllo delle autorità locali si trasformò in una zona dedita al mercato nero e al gioco d'azzardo. Qui ci sono i nightclub più esclusivi e storici alberghi frequentati dalle star del rock.
A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.
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A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.
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francesca.bellemo
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domenica 27 maggio 2012
HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills
1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills
Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.
Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.
Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.
Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.
Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.
Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.
Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...
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venerdì 25 maggio 2012
HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica
1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica
Santa Monica, la
famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale
Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i
bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le
palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava
Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della
California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano.
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano.
Siamo
partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo
nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi
partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in
programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road,
numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi
piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con
l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo.
A dir la
verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le
scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la
Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei.
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542
Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle
meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come
quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco
spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna
decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni
francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora
significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato
El Camino Real. Si procedeva
lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma
anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui,
come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della
diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione
indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.
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Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.
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giovedì 24 maggio 2012
Immunità al lusso, il regalo dei poveri
I poveri che ho incontrato lungo la mia strada durante i miei viaggi in Africa o nell'Est Europa mi hanno fatto un regalo. Uno, che non ho potuto rifiutare e del quale ora non posso più fare a meno. Me ne rendo conto davvero solo ora.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.
Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).
Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.
A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.
domenica 20 maggio 2012
HoneyUSA:Venice to Venice
1 agosto 2011 - Los Angeles: Venice to Venice
Cominciamo
da Venice. E da dove sennò? Ore di macchina in coda nel
traffico. Venice ovviamente non ha nulla a che vedere con Venezia, ma
il clima che si
respira in questo quartiere, i suoi colori e la calma serena che si
prova attraversando i canali e i piccoli ponti di legno bianco ricordano
vagamente la lentezza della mia laguna.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.
I miei capelli qui stanno che è una meraviglia. Niente a che fare con l'umidità di Venezia, quella vera.
Passeggiando
per le "calli" di Venice troviamo qualche scoiattolo che si arrampica
sulle palme, pochissima gente, la spiaggia deserta. Nessuna opera d'arte, niente
arte, niente storia.Negli Stati Uniti definiscono "antico" qualcosa
che risale al 1800, per intenderci. E questa parte dell'America, tra
l'altro, si sviluppò solo alla fine del 1800 con il completamento della
ferrovia e l'arrivo dei pionieri cercatori d'oro.
Andiamo a toccare con le punte dei piedi l'oceano Pacifico, gelato.
Numerosi cartelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami.
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.
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mercoledì 16 maggio 2012
HoneyUSA: La jeep dei nostri sogni...e la Nissan della nostra realtà
1 agosto 2011
Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.
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Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.
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venerdì 11 maggio 2012
HoneyUSA: California dream&nightmare
1 agosto 2011 - California dream&nightmare
La California rappresenta per me un conflitto tra la mia natura
anticonformista e alcuni miti della mia adolescenza. Qui, in questa
stessa città in cui ci troviamo, nel quartiere di Beverly Hills, hanno
ambientato il telefilm cult della mia generazione, ma questa è anche la
città del cinema Hollywoodiano e del modello americano della plastica
che ho sempre combattuto. Questa è la città dove sono nati i cartoni
animati della Disney che tanto amo, qui si trovano gli studi della Pixar
e poco distante i geni di Mountain View stanno costruendo il futuro. Ma
questa è anche la città degli eccessi dello star system, un mondo che
non solo non mi intessa ma che odio follemente.
Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.
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Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.
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francesca.bellemo
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mercoledì 9 maggio 2012
HoneyUSA: Los Angeles
31 luglio 2011: a Los Angeles
Siamo atterrati a Los Angeles che era già buio.
Con +5 ore di stanchezza sulle spalle abbiamo preso il primo taxi e attraversato una serie infinita di quartieri periferici, tangenziali, autostrade.
Che strano. Sulla cartina della città l'aeroporto sembrava molto vicino alla zona dove si trova il nostro albergo e invece sono 40 minuti che il taxi corre. Mah.
Prevediamo una salassata gigantesca.
Il nostro hotel si trova in un quartiere di coreani, infatti anche l'hotel è coreano e all'accoglienza ragazze dai tratti somatici orientali ci accolgono cordialmente. Troveremo in questa città una popolazione molto variegata dal punto di vista etnico, con molti più ispanici e orientali rispetto a New York.
La cosa mi incuriosisce. Ma siamo troppo stanchi per qualsiasi riflessione antropologica.
Crolliamo sul letto senza nemmeno guardare fuori dalla finestra della camera.
Al mattino seguente la sorpresa. È il 1 agosto 2011 e siamo molto distanti da casa. Qui è mattina, in Italia è sera.
Spalanco le pesanti tende che coprono la vetrata: là fuori una distesa di case, palazzi, alberghi e altissime palme a perdita d'occhio. Una collina poco distante interrompe la monotonia del panorama.
Guardo meglio, eh si ho visto bene: quella laggiù è la collina di Hollywood con la celeberrima scritta bianca che campeggia sul dorso!!!!! Siamo ad Hollywood! Siamo in California!!!!
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domenica 6 maggio 2012
HoneyUSA: direzione West
31 luglio 2011 volo Toronto-Los Angeles
Lo ammetto, è questa la parte del viaggio che attendo con più trepidazione. Ho sognato una vita di vedere i panorami del west, ho studiato un sacco di guide e di libri, ho pregustato mille volte l'emozione.
Se il nostro viaggio di nozze lo facciamo in America è anche per questa tappa, forse principalmente per questo. Almeno da parte mia.
Mi ha sempre affascinato capire i meccanismi e le vicende storiche che sono alla base della nostra cultura occidentale così fortemente influenzata dal potere degli Stati Uniti. Credo che per capire davvero l'attualità economico-politica del nostro mondo, anche europeo, non si possa prescindere dalle basi dell'identità americana che passano sì per New York e le grandi tematiche dei diritti e dell'immigrazione, ma anche necessariamente per la barbarie dello sterminio dei nativi e della colonizzazione del west.
Devo rendere omaggio a queste vittime. Ai miei amici indiani glielo devo.
Lasciamo quindi Toronto e la East Coast per addentrarci di più nella storia e nella natura americana. Già, la natura. Ci aspettano grandi emozioni dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Adrenalina.
L'autista del pulmino che ci ha accompagnato alle cascate di Niagara ci ha mollato in mezzo ad una strada ampia ma poco trafficata dicendoci "adesso arriva il taxi per l'aeroporto". Eravamo un po' preoccupati a dir la verità perché il volo partiva alle 20 ed ed a l'ultimo diretto alla west coast. Se l'avessimo perso sarebbe stato un gran bel casino.
E invece per fortuna é andato tutto liscio. Siamo in volo, belli comodi, affamati e stanchi dopo una giornata intera in giro col pulmino. Ora non ci resta che goderci un po' di pastrocci americani per la cena in aereo e in 5 ore saremo a destinazione.
Col cavolo!
Niente cena su questo volo. Aspettiamo, aspettiamo. Vediamo arrivare una hostess sorridente con un carrello. Non fa che strisciare delle card su un dispositivo, poi consegna dei pacchettini agli altri viaggiatori. Sta strisciando delle carte di credito! Ecco perchè sorride! Dobbiamo pagarci la cena se vogliamo mangiare!
Sono arrabbiatissima. Con tutto quello che ci sono costati sti voli neanche un panino??
Leggiamo il menu, qualsiasi cosa costa tantissimo e prevedibilmente fa schifo. Sfodero i miei ritz e ceno, e che cavolo. È una questione di principio. E brontolo ad alta voce, in italiano però.
Mi metterò a guardare un film e così mi passa, penso. Ma non ci hanno dato le cuffie. Chiamo la hostess e chiedo le cuffie, lei sempre col sorriso finto mi risponde che per le cuffie sono 3 euro. Poi aggiunge che per guardare i film bisogna pagare 15 euro. Sono sempre più incazzata. Tieniti le cuffie e vai a quel paese me ne starò qui col broncio a sgranocchiare i miei ritz. Le mie guerre americane sono solo all'inizio.
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mercoledì 2 maggio 2012
Stevia, una dolce rivoluzione naturale?
Uno zucchero a zero calorie, che non provoca carie ai denti e che può essere usato anche dai diabetici in quanto non innalza la glicemia?
Sembra fantascienza e invece no, esiste davvero ed esiste in natura, da sempre, sapienza antica di popoli indigeni sudamericani.
Si chiama “Stevia”: un piccolo dettaglio che tra una strage e l’altra quei geni dei conquistadores europei si sono dimenticati di annotare…oppure che le lobby legate alle multinazionali dello zucchero hanno impedito di divulgare per evidenti motivi di interesse economico…
La notizia è di portata storica. Le riviste e i siti di gastronomia, alimentazione e green philosophy ne parlavano da tempo ma solo da pochi mesi il prodotto è ufficialmente in commercio anche nei principali supermercati italiani.
La piccola responsabile di questa dolce rivoluzione naturale, la “Stevia”, è una pianta di origine sudamericana le cui foglie possiedono un’elevatissima capacità dolcificante (ben 300 volte maggiore rispetto al saccarosio, il comune zucchero bianco da cucina), ma senza alcun tipo di valore nutritivo, il che significa: zero calorie. Zero!
Ma perchè mai questa piantina è rimasta pressochè sconosciuta fino a poco tempo fa?
Non solo era sconosciuta, ma è stata considerata addirittura "fuorilegge" nel mercato internazionale per il sospetto che alcuni suoi componenti fossero cancerogeni.
Oggi è stata dichiarata sicura per la salute umana dalla FAO e dall’OMS e dal 2011 anche dall’Unione Europea, la quale ha autorizzato la vendita. Ma anche l'aspartame è stato ampiamente autorizzato alla vendita e poi invece è emerso che si sapeva fin da subito della sua cancerogenicità.
Ad ascoltare i nutrizionisti e i naturopati Stevia sembra essere davvero la soluzione di tutte le battaglie contro lo zucchero, quello bianco raffinato, davvero nocivo. Sarà davvero così?
Pare che l'unica vera e propria pecca sia il fatto che lascia un retrogusto piacevole di liquirizia che purtroppo altera il gusto del caffè. Ma tanto il caffè va bevuto amaro....
Interessante argomento da approfondire...
Data la scarsezza di informazioni sull'argomento mi sono documentata su alcuni portali tematici elaborando un sunto che spero non contenga troppe inesattezze:
Alcune fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Zucchero
http://notizie.guidaconsumatore.com/004651_zucchero-bianco-o-di-canna/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/13/il-caso-ora-in-italia-anche-stevia.html
http://www.lucaavoledo.it/2012/01/stevia-dolcificante-naturale-finalmente.html
http://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/4801-dolcificanti-naturali-10-valide-alternative-allo-zucchero-bianco
http://www.eticamente.net/1837/zucchero-bianco-un-vero-e-proprio-veleno.html
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2012/04/aspartame-zucchero-o-stevia-rebaudiana.html
Sembra fantascienza e invece no, esiste davvero ed esiste in natura, da sempre, sapienza antica di popoli indigeni sudamericani.
Si chiama “Stevia”: un piccolo dettaglio che tra una strage e l’altra quei geni dei conquistadores europei si sono dimenticati di annotare…oppure che le lobby legate alle multinazionali dello zucchero hanno impedito di divulgare per evidenti motivi di interesse economico…
La notizia è di portata storica. Le riviste e i siti di gastronomia, alimentazione e green philosophy ne parlavano da tempo ma solo da pochi mesi il prodotto è ufficialmente in commercio anche nei principali supermercati italiani.
La piccola responsabile di questa dolce rivoluzione naturale, la “Stevia”, è una pianta di origine sudamericana le cui foglie possiedono un’elevatissima capacità dolcificante (ben 300 volte maggiore rispetto al saccarosio, il comune zucchero bianco da cucina), ma senza alcun tipo di valore nutritivo, il che significa: zero calorie. Zero!
Ma perchè mai questa piantina è rimasta pressochè sconosciuta fino a poco tempo fa?
Non solo era sconosciuta, ma è stata considerata addirittura "fuorilegge" nel mercato internazionale per il sospetto che alcuni suoi componenti fossero cancerogeni.
Oggi è stata dichiarata sicura per la salute umana dalla FAO e dall’OMS e dal 2011 anche dall’Unione Europea, la quale ha autorizzato la vendita. Ma anche l'aspartame è stato ampiamente autorizzato alla vendita e poi invece è emerso che si sapeva fin da subito della sua cancerogenicità.
Ad ascoltare i nutrizionisti e i naturopati Stevia sembra essere davvero la soluzione di tutte le battaglie contro lo zucchero, quello bianco raffinato, davvero nocivo. Sarà davvero così?
Pare che l'unica vera e propria pecca sia il fatto che lascia un retrogusto piacevole di liquirizia che purtroppo altera il gusto del caffè. Ma tanto il caffè va bevuto amaro....
Interessante argomento da approfondire...
Per saperne di più sullo zucchero bianco....(SE PROPRIO VOLETE SAPERLO...)
Lo zucchero bianco è già stato da tempo condannato per le sue conseguenze dannose per la salute dovute all’eccesso di sostanze chimiche che intervengono nel suo lungo processo di produzione. Lo zucchero bianco, che ingeriamo non solo come dolcificante quotidiano di caffè e tè ma che è presente in innumerevoli pietanze più o meno confezionate, e' il prodotto finale di una lunga trasformazione industriale che uccide e sottrae tutte le sostanze vitali e le vitamine presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero che sono il punto di partenza per la produzione dello zucchero.Inutile chiedersi qual è il motivo di un processo simile: lo zucchero bianco è esteticamente più bello di quello grezzo e inoltre ormai il nostro palato si è abituato a quel gusto innaturale e fatica ad apprezzare quello originale. Pazzesco no?Lo zucchero bianco, cosi' come viene attualmente prodotto, e' praticamente una sostanza innaturale e dalle caratteristiche tossiche.Il succo zuccherino proveniente dalla prima fase della lavorazione della barbabietola o della canna da zucchero, viene sottoposto a complesse trasformazioni industriali: prima viene depurato con latte di calce che provoca la perdita e la distruzione di numerose sostanze organiche, proteine, enzimi e sali di calcio. Per eliminare poi la calce in eccesso il succo zuccherino viene trattato con anidride carbonica e infine con acido solforoso per eliminare il colore scuro. Solo alla fine di questo procedimento chimico viene sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione. Ma non finisce qui perché così si produce lo zucchero ghezzo (quello di canna per intenderci).Lo zucchero, per essere “gradevole” agli occhi degli europei, viene filtrato e decolorato con carbone animale e infine, per eliminare gli ultimi riflessi giallognoli, viene colorato con il colorante blu oltremare o con il blu idantrene (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno).Insomma, quello che consideriamo innocente zucchero è una miscela trattata con calce, resine, ammoniaca e acidi vari, al sapore di barbabietola da zucchero.Nessuna traccia di quelle vitamine, sali minerali, enzimi, oligoelementi presenti nella sostanza originaria, anzi. Per poter essere assimilato e digerito dal nostro organismo lo zucchero bianco utilizza vitamine e sali minerali già presenti nel nostro corpo, provocando processi fermentativi con produzione di gas e tensione addominale, alterazione della flora batterica etc etc…I danni provocati da questo dolce veleno sono numerosi e dimostrati, ma è talmente presente nella nostra cultura alimentare, in innumerevoli prodotti e in generale nel nostro palato che sembra impensabile eliminarlo dalla nostra dieta. In tanti hanno provato a imitarlo artificialmente ma senza successo in quanto aspartame, saccarina, acesulfame e altri dolcificanti artificiali sono altamente dannosi (ne ha parlato recentemente anche una puntata di Report).Questo spiega abbastanza esplicitamente come mai solo oggi si parli di questi effetti nocivi e soprattutto come mai solo oggi si sviluppi il commercio di uno sgradito concorrente commerciale. la Stevia, uno "zucchero" naturale, non calorico, tutto da scoprire...
Data la scarsezza di informazioni sull'argomento mi sono documentata su alcuni portali tematici elaborando un sunto che spero non contenga troppe inesattezze:
Alcune fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Zucchero
http://notizie.guidaconsumatore.com/004651_zucchero-bianco-o-di-canna/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/13/il-caso-ora-in-italia-anche-stevia.html
http://www.lucaavoledo.it/2012/01/stevia-dolcificante-naturale-finalmente.html
http://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/4801-dolcificanti-naturali-10-valide-alternative-allo-zucchero-bianco
http://www.eticamente.net/1837/zucchero-bianco-un-vero-e-proprio-veleno.html
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2012/04/aspartame-zucchero-o-stevia-rebaudiana.html
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sabato 28 aprile 2012
HoneyUSA: Niagara Falls
31 luglio 2011. Niagara Falls
Niagara Falls, Canada. L'autista del pulmino che ci ha portato stamattina da Toronto alle cascate del Niagara era una specie di pakistano che parlava un inglese molto buffo e ogni volta che prendeva il microfono per illustrare le bellezze turistiche del panorama noi due ci scompisciavamo come due adolescenti in gita delle medie dietro i sedili del bus. Che bauchi.
Insieme a noi altri turisti, americani, che non facevano che fotografare ogni cosa, dalla fermata per la pausa pipi allo spiazzo che dava sulla foresta... tipo giapponesi a Venezia. Due ore di viaggio filate e poi nelle ultime due ore una decina di fermate. Su e giù dal pulmino a vedere cosa? Io e Marco ci guardiamo: ma cosa c'è da vedere? Boh. Risate. Gli altri si fanno migliaia di foto in posa con questo paesaggio non meglio precisato alle spalle. Altre risate.
(Piccolo appunto coniugale: quando trovi la persona con cui condividere una vita non è sempre tutto perfetto e idilliaco, ma capisci che al tuo fianco hai la persona giusta proprio quando ti rendi conto che è proprio lui il tuo compagno di viaggio, il compagno di risate, il compagno di vita. E ci sono dei momenti forse banali ma che ti fanno capire questo, che ti fanno pensare che non hai nessuna età e che vorresti trovarti in quella situazione anche tra 20 o 50 anni... Le nostre risate nascosti dietro i sedili del bus: ecco uno di quei momenti!).
Una delle fermate è alla graziosissima cittadina di Niagara-on-the-lake, dove ci siamo fatti un salto nel passato sette-ottocentesco della East Coast. La cittadina è uno dei più begli esempi conservati dell'epoca. Sembra di stare dentro un film, tutto colorato, pieno di fiori e casette basse. Un fantastico negozio di cappelli (dove vendono anche i cappelli originali di Indiana Jones) e poi diverse botteghe di dolci, quelle da film con il pasticcere che lavora in vetrina. Il primo negozio che assomiglia a una pasticceria che vediamo negli States. Questa pittoresca cittadina era la capitale britannica dell'Alto Canada a fine 700, e molti dei suoi abitanti erano lealisti che morirono durante la guerra di indipendenza. Insomma un po' di storia. Finalmente. Una tappa che meritava davvero, questa. Piacevolissima. Passeggiare per la via principale dopo giorni di grattacieli e traffico ci ha fatto assaporare un po' estetica europea. Una nuotata tra i colori e quella "misura d'uomo" che a New York ci era mancata tanto.
Ripartiamo in direzione delle cascate. Una strada serpeggia lungo il bosco fitto. Stiamo raggiungendo il confine con gli Stati Uniti e le cascate. Dicono che si senta il rumore in lontananza ma noi siamo dentro un pulmino quindi... niente magia. Girato l'angolo si apre la valle delle cascate, ma prima delle cascate si vedono gli alberghi, orrende costruzioni anni 80 che deturpano il paesaggio in modo vergognoso.
Acque Tuonanti, come veniva chiamata questa località nella lingua dei nativi iroquesi, sarebbe un posto spettacolare immerso nella natura, che dà tutta l'idea della potenza della terra, dell'acqua, uno scenario spettacolare ...se non fosse per le tonnellate di cemento arrampicate sulla riva. 52 metri di salto, la più grande cascata del Nord America. Bellissima. Una grande emozione passarci vicino con il mitico battello "Maid of mist". Dopo due ore di coda ti consegnano un bellissimo poncho impermeabile e poi via con questo battello che man mano che ti avvicini sembra sempre più piccolo rispetto all'imponenza della cascata. E poi a un certo punto un tuffo in una nuvola di pioggia fina che ti fa mancare il respiro.
Nel giro di 10 secondi tutto è finito, ne esci fradicio e felice come un bambino in una giostra.
Un assaggio di cascata e ti senti un po' Pocahontas.
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Insieme a noi altri turisti, americani, che non facevano che fotografare ogni cosa, dalla fermata per la pausa pipi allo spiazzo che dava sulla foresta... tipo giapponesi a Venezia. Due ore di viaggio filate e poi nelle ultime due ore una decina di fermate. Su e giù dal pulmino a vedere cosa? Io e Marco ci guardiamo: ma cosa c'è da vedere? Boh. Risate. Gli altri si fanno migliaia di foto in posa con questo paesaggio non meglio precisato alle spalle. Altre risate.
(Piccolo appunto coniugale: quando trovi la persona con cui condividere una vita non è sempre tutto perfetto e idilliaco, ma capisci che al tuo fianco hai la persona giusta proprio quando ti rendi conto che è proprio lui il tuo compagno di viaggio, il compagno di risate, il compagno di vita. E ci sono dei momenti forse banali ma che ti fanno capire questo, che ti fanno pensare che non hai nessuna età e che vorresti trovarti in quella situazione anche tra 20 o 50 anni... Le nostre risate nascosti dietro i sedili del bus: ecco uno di quei momenti!).
Ripartiamo in direzione delle cascate. Una strada serpeggia lungo il bosco fitto. Stiamo raggiungendo il confine con gli Stati Uniti e le cascate. Dicono che si senta il rumore in lontananza ma noi siamo dentro un pulmino quindi... niente magia. Girato l'angolo si apre la valle delle cascate, ma prima delle cascate si vedono gli alberghi, orrende costruzioni anni 80 che deturpano il paesaggio in modo vergognoso.
Acque Tuonanti, come veniva chiamata questa località nella lingua dei nativi iroquesi, sarebbe un posto spettacolare immerso nella natura, che dà tutta l'idea della potenza della terra, dell'acqua, uno scenario spettacolare ...se non fosse per le tonnellate di cemento arrampicate sulla riva. 52 metri di salto, la più grande cascata del Nord America. Bellissima. Una grande emozione passarci vicino con il mitico battello "Maid of mist". Dopo due ore di coda ti consegnano un bellissimo poncho impermeabile e poi via con questo battello che man mano che ti avvicini sembra sempre più piccolo rispetto all'imponenza della cascata. E poi a un certo punto un tuffo in una nuvola di pioggia fina che ti fa mancare il respiro.
Nel giro di 10 secondi tutto è finito, ne esci fradicio e felice come un bambino in una giostra.
Un assaggio di cascata e ti senti un po' Pocahontas.
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venerdì 27 aprile 2012
HoneyUSA: Lo zio d'America
30 luglio 2011 - New York to Toronto
Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).
I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....
Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.
Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.
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Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).
I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....
Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.
Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.
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francesca.bellemo
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giovedì 26 aprile 2012
Grillo non è l'antipolitica
Puzza di stantio. Presente quell'odore che si sente nelle case chiuse da tempo, negli armadi delle case di montagna prese in affitto per l'estate? Ecco sentire anche ieri, 25 aprile, dalle sagge parole del Presidente Napolitano una caduta di stile a difesa della politica tumefatta che abbiamo al potere oggi e contro il "primo demagogo" che osa attaccarla... mi ha fatto provare quella stessa sensazione di vecchio, di anacronistico, di ammuffito.
Possibile che ancora non abbiano capito che l'errore più grave che può fare la politica oggi è considerare antipolitica tutto ciò che si azzarda a criticarla, e in particolare Beppe Grillo?
Preciso subito: Grillo mi piace, anche se non sempre. Non sono un sua fan scatenata, non appartengo al movimento 5 stelle anche se ne condivido la maggior parte del programma, ma seguo con attenzione quanto sta creando perché lo ritengo una delle migliori espressioni di "politica dal basso" che la società civile abbia saputo sviluppare negli ultimi 10-15 anni.
Certo, Grillo sbaglia quando generalizza. Io sono sempre stata la prima a dire che non può esserci solo marcio, che qualcuno che si salva ci deve pur essere. Faccio fatica a salvare qualcuno, a dir la verità, ma continuo a crederci. Di Grillo si criticano i toni, aggressivi, urlati, irrispettosi, provocatori.
È vero, Grillo esagera spesso e volentieri, soprattutto quando la mette sul personale contro tutto e contro tutti, secondo una volontà di attaccare gli avversari sulla persona che non posso condividere.
Ma ricordiamoci in che paese viviamo, chi abbiamo avuto al governo fino a pochi mesi fa, e cosa abbiamo al governo ora. Non si può ragionare come se fossimo in un paese normale, gli italiani arrivano sempre al punto di aver bisogno di qualcuno che urla. Siamo un paese anomalo, dobbiamo esserne coscienti. Per cui non possiamo aspettarci reazioni normali e politically correct.
Anch'io, come i più moderati, vorrei una politica corretta, democratica e ponderata, dove ci si affronta con il dialogo costruttivo e si collabora alla costruzione di un paese migliore nell'interesse del bene comune. Il sogno di Veltroni non mi dispiaceva, ma era stato tirato fuori al momento sbagliato. Quella volta bisognava alzare la voce contro Berlusconi, non ignorarlo e giocare a non nominarlo nemmeno.
Stiamo ancora vivendo una fase anomala, abbiamo ancora bisogno di rispondere in modo forte a quello che sta accadendo. E rispondere con forza, dal basso, puntando il dito contro quella politica che tradisce la sua vocazione e il suo mandato, non è antipolitica ma l'espressione più alta della politica democratica nel suo significato più originario.
Io ce l'ho a morte con la sinistra (da donna di centro-sinistra) con il Partito Democratico in particolare, per non aver capito tutto questo, per non aver fatto suo il programma di Grillo quando era il momento, per non aver fatto di tutto per raccogliere quel malcontento popolare contro la vecchia politica berlusconiana e per elevarlo a "politica" ufficiale.
Questo doveva fare il PD quella volta, e ormai è troppo tardi, fuori dalla storia anch'esso. Pensare di relegare al di fuori della politica tutto quel movimento che si è creato a partire dall'iniziativa di un comico all'avanguardia tecnologica, è da mummie, fa parte di un vecchio modo di concepire la politica e il mondo e non fa che accentuare la distanza tra la politica e la popolazione. Io non ho mai votato per il movimento 5 stelle, ma avrei voluto votare per il suo programma incarnato da un partito politico come il PD. Questo non è avvenuto, il PD ha perso un'elettrice (pazienza), ma più che altro ha perso una grande occasione di cambiamento dall'interno.
Oggi quelle stesse persone che si scagliavano contro Grillo anni fa quando proponeva con il V-day di modificare la legge elettorale per reintrodurre le preferenze e il limite di due legislature per mandato, propongono le sue stesse idee come proprie. Ma oggi è troppo tardi, gli elettori li hai già persi, la politica gli elettori li ha persi quasi tutti e alle prossime elezioni la vera maggioranza sarà quella degli astenuti.
Mi piacerebbe tanto poter dire che Grillo è solo un comico provocatore, ma non è così. Grillo sta interpretando il sentimento di una certa fascia della popolazione che, staremo a vedere i numeri nelle prossime elezioni amministrative, non può essere ignorata o minimizzata o considerata "antipolitica". Politica anticasta, democrazia diretta, chiamiamola con un altro nome. Ma non antipolitica.
Antipolitica era quella che era al governo fino a dicembre scorso, insulto alla politica è l'esistenza stessa in parlamento di un partito come la Lega, vergogna per la la politica è stato avere Berlusconi, un dittatore mascherato, come presidente del consiglio per tanti anni... Vogliamo smettere di giocare con le parole e chiamare le cose con il loro giusto nome?
Possibile che ancora non abbiano capito che l'errore più grave che può fare la politica oggi è considerare antipolitica tutto ciò che si azzarda a criticarla, e in particolare Beppe Grillo?
Preciso subito: Grillo mi piace, anche se non sempre. Non sono un sua fan scatenata, non appartengo al movimento 5 stelle anche se ne condivido la maggior parte del programma, ma seguo con attenzione quanto sta creando perché lo ritengo una delle migliori espressioni di "politica dal basso" che la società civile abbia saputo sviluppare negli ultimi 10-15 anni.
Certo, Grillo sbaglia quando generalizza. Io sono sempre stata la prima a dire che non può esserci solo marcio, che qualcuno che si salva ci deve pur essere. Faccio fatica a salvare qualcuno, a dir la verità, ma continuo a crederci. Di Grillo si criticano i toni, aggressivi, urlati, irrispettosi, provocatori.
È vero, Grillo esagera spesso e volentieri, soprattutto quando la mette sul personale contro tutto e contro tutti, secondo una volontà di attaccare gli avversari sulla persona che non posso condividere.
Ma ricordiamoci in che paese viviamo, chi abbiamo avuto al governo fino a pochi mesi fa, e cosa abbiamo al governo ora. Non si può ragionare come se fossimo in un paese normale, gli italiani arrivano sempre al punto di aver bisogno di qualcuno che urla. Siamo un paese anomalo, dobbiamo esserne coscienti. Per cui non possiamo aspettarci reazioni normali e politically correct.
Anch'io, come i più moderati, vorrei una politica corretta, democratica e ponderata, dove ci si affronta con il dialogo costruttivo e si collabora alla costruzione di un paese migliore nell'interesse del bene comune. Il sogno di Veltroni non mi dispiaceva, ma era stato tirato fuori al momento sbagliato. Quella volta bisognava alzare la voce contro Berlusconi, non ignorarlo e giocare a non nominarlo nemmeno.
Stiamo ancora vivendo una fase anomala, abbiamo ancora bisogno di rispondere in modo forte a quello che sta accadendo. E rispondere con forza, dal basso, puntando il dito contro quella politica che tradisce la sua vocazione e il suo mandato, non è antipolitica ma l'espressione più alta della politica democratica nel suo significato più originario.
Io ce l'ho a morte con la sinistra (da donna di centro-sinistra) con il Partito Democratico in particolare, per non aver capito tutto questo, per non aver fatto suo il programma di Grillo quando era il momento, per non aver fatto di tutto per raccogliere quel malcontento popolare contro la vecchia politica berlusconiana e per elevarlo a "politica" ufficiale.
Questo doveva fare il PD quella volta, e ormai è troppo tardi, fuori dalla storia anch'esso. Pensare di relegare al di fuori della politica tutto quel movimento che si è creato a partire dall'iniziativa di un comico all'avanguardia tecnologica, è da mummie, fa parte di un vecchio modo di concepire la politica e il mondo e non fa che accentuare la distanza tra la politica e la popolazione. Io non ho mai votato per il movimento 5 stelle, ma avrei voluto votare per il suo programma incarnato da un partito politico come il PD. Questo non è avvenuto, il PD ha perso un'elettrice (pazienza), ma più che altro ha perso una grande occasione di cambiamento dall'interno.
Oggi quelle stesse persone che si scagliavano contro Grillo anni fa quando proponeva con il V-day di modificare la legge elettorale per reintrodurre le preferenze e il limite di due legislature per mandato, propongono le sue stesse idee come proprie. Ma oggi è troppo tardi, gli elettori li hai già persi, la politica gli elettori li ha persi quasi tutti e alle prossime elezioni la vera maggioranza sarà quella degli astenuti.
Mi piacerebbe tanto poter dire che Grillo è solo un comico provocatore, ma non è così. Grillo sta interpretando il sentimento di una certa fascia della popolazione che, staremo a vedere i numeri nelle prossime elezioni amministrative, non può essere ignorata o minimizzata o considerata "antipolitica". Politica anticasta, democrazia diretta, chiamiamola con un altro nome. Ma non antipolitica.
Antipolitica era quella che era al governo fino a dicembre scorso, insulto alla politica è l'esistenza stessa in parlamento di un partito come la Lega, vergogna per la la politica è stato avere Berlusconi, un dittatore mascherato, come presidente del consiglio per tanti anni... Vogliamo smettere di giocare con le parole e chiamare le cose con il loro giusto nome?
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martedì 24 aprile 2012
Honey USA: fingerfood of NY
NY-29 luglio 2011
Abbiamo scelto di visitare questa città come prima tappa di un viaggio alla scoperta dell'identità americana. Passare da New York era una tappa obbligata. Qui hanno avuto inizio molte storie e molti sogni. Se dovessi consigliare degli assaggi di New York in grado di saziare un po' di curiosità e di sete di conoscenza insieme partirei proprio da qui, prima di immergersi nel caos di Times Square e della 5 Avenue: queste sono cose che si vedono già nei film. La NY dei grattacieli e dei negozi, dei marciapiedi affollati e dei taxi presi al volo, delle insegne giganti e del traffico la conosciamo già. Sembra di esserci sempre vissuti. E avendo poco tempo a disposizione, dovendo scegliere, noi abbiamo preferito concentrarci su altro.
Ecco alcuni suggerimenti di percorso, basati sulla nostra minuscola esperienza:
1. Le origini.
Ellis Island e la Statua della libertà. Il giro con il battello sull' Hudson merita la coda chilometrica. Lo skyline di Manhattan da laggiù è mozzafiato e regala tutta l'emozione dei migranti in via di fortuna che attraccavano a Ellis Island e sognavano una vita nuova nel nuovo continente. Bellissimo il museo. Peccato invece che per visitare la Statua della Libertà dall'interno e salire fin sulla corona serva prenotarsi mesi prima. Di ritorno dal tragitto si approda a Castle Clinton, antica fortezza rotonda, ai piedi dei grattacieli luccicanti della zona di Wall Street. Un bel contrasto. Da Castle Clinton un'ampio viale conduce a Ground Zero. Da vedere.
2. Villages.
I quartieri storici di NY sono anch'essi densi di storia. Tra tutti merita Chinatown dove si scopre come i cinesi abbiano ingoiato Little Italy. Colorato. Pittoresco. Qui si assaggia un po' di storia...Le guide mi avevano fatto ingolosire anche di Soho, Greenwich e ovviamente Harlem...ma serviva almeno un'altra giornata...
3. Ponte di Brooklyn.
Prendendo la metropolitana che ti porta nel quartiere di Brooklyn è possibile imboccare la passeggiata pedonale che consente in una mezz'oretta di attraversare il celebre ponte e di rientrare a Manhattan. Panorama spettacolare e scammellata salutare per digerire gli hot dog e le patatine fritte.
4. High line.
Nel quartiere di Chelsea la vecchia linea ferroviaria che serviva gli antichi macelli della città è stata recuperata e trasformata in passeggiata-giardino. Si cammina sospesi sopra il traffico e tra vecchi grattacieli, passeggiando in mezzo a piacevoli aiuole botaniche.
5. Central Park.
Da non perdere per nessun motivo al mondo la fantastica passeggiata dentro questo polmone verde circondato dai grattacieli. Silenzio surreale. Perdersi nei vialetti, tra le rocce e i laghetti, le statue e le panchine. Meriterebbe portarsi le scarpe da running e provare l'ebbrezza come i newyorkesi veri di una salutare corsetta. Per non parlare della ricerca degli scorci dove hanno girato "Come d'incanto" e dello zoo di "Madagascar"...
Per la prossima volta...
Impossibile visitare NY in 4 giorni da cima a fondo, solo assaggi. Ci siamo quindi appuntati per le prossime volte altre tappe: visita al MOMA, visita a Greenwich Village e Soho, visita a Harlem e partecipazione ad una Gospel Mass, passeggiata lungo l'Hudson in rollerblade, giro in elicottero (?) tra i grattacieli, visita all'ultimo piano del Top of the Rock, cena in un ristorantino con vista su Manhattan, tour notturno di locali blues&jazz, giro in barchetta sul lago di Central Park, portare cv al New York Times....
Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui
Abbiamo scelto di visitare questa città come prima tappa di un viaggio alla scoperta dell'identità americana. Passare da New York era una tappa obbligata. Qui hanno avuto inizio molte storie e molti sogni. Se dovessi consigliare degli assaggi di New York in grado di saziare un po' di curiosità e di sete di conoscenza insieme partirei proprio da qui, prima di immergersi nel caos di Times Square e della 5 Avenue: queste sono cose che si vedono già nei film. La NY dei grattacieli e dei negozi, dei marciapiedi affollati e dei taxi presi al volo, delle insegne giganti e del traffico la conosciamo già. Sembra di esserci sempre vissuti. E avendo poco tempo a disposizione, dovendo scegliere, noi abbiamo preferito concentrarci su altro.
Ecco alcuni suggerimenti di percorso, basati sulla nostra minuscola esperienza:
1. Le origini.
Ellis Island e la Statua della libertà. Il giro con il battello sull' Hudson merita la coda chilometrica. Lo skyline di Manhattan da laggiù è mozzafiato e regala tutta l'emozione dei migranti in via di fortuna che attraccavano a Ellis Island e sognavano una vita nuova nel nuovo continente. Bellissimo il museo. Peccato invece che per visitare la Statua della Libertà dall'interno e salire fin sulla corona serva prenotarsi mesi prima. Di ritorno dal tragitto si approda a Castle Clinton, antica fortezza rotonda, ai piedi dei grattacieli luccicanti della zona di Wall Street. Un bel contrasto. Da Castle Clinton un'ampio viale conduce a Ground Zero. Da vedere.2. Villages.
I quartieri storici di NY sono anch'essi densi di storia. Tra tutti merita Chinatown dove si scopre come i cinesi abbiano ingoiato Little Italy. Colorato. Pittoresco. Qui si assaggia un po' di storia...Le guide mi avevano fatto ingolosire anche di Soho, Greenwich e ovviamente Harlem...ma serviva almeno un'altra giornata...
3. Ponte di Brooklyn.
Prendendo la metropolitana che ti porta nel quartiere di Brooklyn è possibile imboccare la passeggiata pedonale che consente in una mezz'oretta di attraversare il celebre ponte e di rientrare a Manhattan. Panorama spettacolare e scammellata salutare per digerire gli hot dog e le patatine fritte.
4. High line.
Nel quartiere di Chelsea la vecchia linea ferroviaria che serviva gli antichi macelli della città è stata recuperata e trasformata in passeggiata-giardino. Si cammina sospesi sopra il traffico e tra vecchi grattacieli, passeggiando in mezzo a piacevoli aiuole botaniche.
5. Central Park.
Da non perdere per nessun motivo al mondo la fantastica passeggiata dentro questo polmone verde circondato dai grattacieli. Silenzio surreale. Perdersi nei vialetti, tra le rocce e i laghetti, le statue e le panchine. Meriterebbe portarsi le scarpe da running e provare l'ebbrezza come i newyorkesi veri di una salutare corsetta. Per non parlare della ricerca degli scorci dove hanno girato "Come d'incanto" e dello zoo di "Madagascar"...
Per la prossima volta...
Impossibile visitare NY in 4 giorni da cima a fondo, solo assaggi. Ci siamo quindi appuntati per le prossime volte altre tappe: visita al MOMA, visita a Greenwich Village e Soho, visita a Harlem e partecipazione ad una Gospel Mass, passeggiata lungo l'Hudson in rollerblade, giro in elicottero (?) tra i grattacieli, visita all'ultimo piano del Top of the Rock, cena in un ristorantino con vista su Manhattan, tour notturno di locali blues&jazz, giro in barchetta sul lago di Central Park, portare cv al New York Times....
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martedì 10 aprile 2012
Ladra di giardini
Penso di aver cominciato ad abituarmi a vivere a Mogliano Veneto solo in questi giorni.
Ho ricominciato a correre. E per me finchè non ci corro dentro una località è come esserci solo di passaggio. Mentre corro invece riesco a fissare nella mente e nel cuore tanti piccoli particolari e dettagli che fanno della mia house una home.
E correre tra le vie di Mogliano, zona est, tra le villette a schiera e le ville col giardino, i vicoli siepati e i marciapiedi rosa è stata una bella emozione, una sorta di benvenuto che questa cittadina ha voluto regalarmi.
A Mogliano ci dormo, non ci vivo. Ecco perché non avevo notato il labirinto di stradine con tutte quelle meravigliose casette che vi si affacciano. Io sono una tipo da condominio, da quartiere di palazzoni e asfalto. Qui intorno mi sento come in vacanza, in quei villaggi vacanze della riviera adriatica, con tutti quei bungalow assolati, il verde, gli alberi, i fiori.
Mentre corro sbircio nei giardini sempre deserti. Ma come si fa ad avere una casa col giardino e non starci il più possibile lá fuori? Quei giardini verdi, con l'erbetta appena tagliata, ricoperti di margheritine socchiuse al tramonto, sembrano essere lì per me, perché io possa sbirciarli liberamente e goderne con gli occhi come fossero di mia proprietà. Che sia vietato rubare con gli occhi la bellezza?
E allora mentre corro immagino le mie mille vite dentro quelle ville, mi immagino nella veranda a leggere un libro, o là sotto a quelle quercie giganti, su una coperta a fare un pic nic.
Corro e sogno. Lì a quella finestra hanno appeso un fiocco rosa. Immagino come deve essere bello crescere dei bambini in un giardino.
Corro e sogno più forte. Non so se avrò mai una casa mia, o un giardino. Nel frattempo mi godo la bellezza gratuita della mia nuova città.
Corro e penso se sarà la mia città per sempre o se si tratta solo di una tappa intermedia e provvisoria.
Corro e immagino di abitare altrove, ovunque.
Corro e sogno di correre altrove, ovunque. Ladra di bellezza e di giardini.
Ho ricominciato a correre. E per me finchè non ci corro dentro una località è come esserci solo di passaggio. Mentre corro invece riesco a fissare nella mente e nel cuore tanti piccoli particolari e dettagli che fanno della mia house una home.
E correre tra le vie di Mogliano, zona est, tra le villette a schiera e le ville col giardino, i vicoli siepati e i marciapiedi rosa è stata una bella emozione, una sorta di benvenuto che questa cittadina ha voluto regalarmi.
A Mogliano ci dormo, non ci vivo. Ecco perché non avevo notato il labirinto di stradine con tutte quelle meravigliose casette che vi si affacciano. Io sono una tipo da condominio, da quartiere di palazzoni e asfalto. Qui intorno mi sento come in vacanza, in quei villaggi vacanze della riviera adriatica, con tutti quei bungalow assolati, il verde, gli alberi, i fiori.
Mentre corro sbircio nei giardini sempre deserti. Ma come si fa ad avere una casa col giardino e non starci il più possibile lá fuori? Quei giardini verdi, con l'erbetta appena tagliata, ricoperti di margheritine socchiuse al tramonto, sembrano essere lì per me, perché io possa sbirciarli liberamente e goderne con gli occhi come fossero di mia proprietà. Che sia vietato rubare con gli occhi la bellezza?
E allora mentre corro immagino le mie mille vite dentro quelle ville, mi immagino nella veranda a leggere un libro, o là sotto a quelle quercie giganti, su una coperta a fare un pic nic.
Corro e sogno. Lì a quella finestra hanno appeso un fiocco rosa. Immagino come deve essere bello crescere dei bambini in un giardino.
Corro e sogno più forte. Non so se avrò mai una casa mia, o un giardino. Nel frattempo mi godo la bellezza gratuita della mia nuova città.
Corro e penso se sarà la mia città per sempre o se si tratta solo di una tappa intermedia e provvisoria.
Corro e immagino di abitare altrove, ovunque.
Corro e sogno di correre altrove, ovunque. Ladra di bellezza e di giardini.
giovedì 29 marzo 2012
Vinitaly 2012, no wifi no party
Una volta ci si accordava sempre "se ci perdiamo il punto di ritrovo é qui". Oggi con i cellulari non lo facciamo più. E quando i cellulari non funzionano si va in tilt. Come al Vinitaly, la più grande fiera internazionale dell'enologia che si è conclusa ieri a Verona e alla quale ho partecipato per il terzo anno come pr di alcune cantine.
I cellulari hanno sempre avuto problemi di connessione al Vinitaly, dicono quelli che c'erano anche 10-20 anni fa. Saranno i padiglioni in cemento, sarà il sovraccarico delle linee dovuto a una moltitudine di gente che cerca di telefonare...fatto sta che proprio li, alla fiera che è fatta apposta per sviluppare business e dare visibilità alle aziende gli attuali strumenti essenziali di comunicazione (telefono cellulare, connessione internet da cellulare o ipad) non funzionavano affatto. O comunque quando funzionavano funzionavano male.
Agenti che correvano in giro a cercare quei clienti con cui avevano appuntamento, giornalisti twittomani incazzati neri, pr e addette stampa disperate attaccate al telefono per cercare di prendere la linea...
Per carità, è vero che si è lavorato lo stesso...ma con che disagi!
Oggi siamo talmente abituati a gestire le nostre attività via wifi, soprattutto chi si occupa di comunicazione, che si rischia di mandare a quel paese un progetto intero per assenza di connessione internet. Attività sui social, invio di comunicati stampa, recall telefonico, visualizzazione della posta...tutto il mio lavoro si basa fondamentalmente su due strumenti: il telefono e il pc connesso ad internet. Senza sono disoccupata.
Che dire, una fiera delle dimensioni del Vinitaly é assurdo che non preveda adeguate soluzioni al problema del sovraccarico delle linee.
Però mi fa pensare alla mia dipendenza dalla rete, lavorativamente parlando. E non solo. Alla dipendenza dalla rete di tutto ciò che gravita intorno alla comunicazione.
Se per qualche motivo dovesse un giorno essere tagliata la connessione internet e telefonica saremmo davvero perduti. Un po' come nel film di Kevin Costner "the postman", bisognerebbe ricominciare a viaggiare ...
Sent from my BlackBerry® wireless device from WIND
I cellulari hanno sempre avuto problemi di connessione al Vinitaly, dicono quelli che c'erano anche 10-20 anni fa. Saranno i padiglioni in cemento, sarà il sovraccarico delle linee dovuto a una moltitudine di gente che cerca di telefonare...fatto sta che proprio li, alla fiera che è fatta apposta per sviluppare business e dare visibilità alle aziende gli attuali strumenti essenziali di comunicazione (telefono cellulare, connessione internet da cellulare o ipad) non funzionavano affatto. O comunque quando funzionavano funzionavano male.
Agenti che correvano in giro a cercare quei clienti con cui avevano appuntamento, giornalisti twittomani incazzati neri, pr e addette stampa disperate attaccate al telefono per cercare di prendere la linea...
Per carità, è vero che si è lavorato lo stesso...ma con che disagi!
Oggi siamo talmente abituati a gestire le nostre attività via wifi, soprattutto chi si occupa di comunicazione, che si rischia di mandare a quel paese un progetto intero per assenza di connessione internet. Attività sui social, invio di comunicati stampa, recall telefonico, visualizzazione della posta...tutto il mio lavoro si basa fondamentalmente su due strumenti: il telefono e il pc connesso ad internet. Senza sono disoccupata.
Che dire, una fiera delle dimensioni del Vinitaly é assurdo che non preveda adeguate soluzioni al problema del sovraccarico delle linee.
Però mi fa pensare alla mia dipendenza dalla rete, lavorativamente parlando. E non solo. Alla dipendenza dalla rete di tutto ciò che gravita intorno alla comunicazione.
Se per qualche motivo dovesse un giorno essere tagliata la connessione internet e telefonica saremmo davvero perduti. Un po' come nel film di Kevin Costner "the postman", bisognerebbe ricominciare a viaggiare ...
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lunedì 12 marzo 2012
HoneyUsa: New York. Things to eat or not.
29 luglio 2011. New York. Things to eat or not.
Muffin, hot dog, hamburger, pollo fritto. Marco sta approcciando gli States attraverso un suo personale tour gastronomico che comincia agli angoli delle strade dove ci sono i baracchini con i pakistani che vendono hot dog fumanti e che finisce dentro i fast food di Manhattan.
Per me, che ho letto "Se niente importa" di J. S. Foer e non sazia ho completato l'opera con "Ecocidio" di Jeremy Rifkin, l'unica cosa commestibile finora in questo paese resta il pane. Anche se - intendiamoci- si tratta di sicuro di pane stracolmo di conservanti e grassi idrogenati.
Per fortuna qui sotto l'appartamento c'è un piccolo supermercato, fornitissimo di bibite dai colori fluorescenti grandi 5 litri. Gironzolo nelle corsie e leggo le etichette dei prodotti. La faccia schifata.
Trovo un vassoio di plastica con frutta a pezzi. 12 dollari. Tutto costa tanto. Tutto sembra plastica.
Ho comprato un po' di carote. Ma sanno di plastica.
Marco si inciucca di Big Mac, io di Caesar Salad al Mc Donald. Miodio, proprio io. La disperazione.
Patatine fritte con ketchup. Sono solo tre giorni che mangiamo qui e mi sembra già un'eternità. Sento il bisogno fisico di qualcosa di integrale, di sano. Di non unto, di non fritto.
Sono sicura che basterebbe solo sapere dove andare e si troverebbero migliaia di ristorantini etnici, caratteristici, magari anche italiani. Ma non ho fatto in tempo a studiarmi le guide gastronomiche di NY. E comunque so già che saremmo ugualmente schizzinosi.
Italiani viaggiatori del cavolo. Pochi giorni lontano dalla salsa di pomodoro e scatta la crisi d'astinenza.
Posso amare follemente l'incontro con altre culture e civiltà. Ma non posso sopravvivere senza la salsa di pomodoro.
Che poi, strano a pensarlo, ma il pomodoro è stato importato in Europa proprio dall'America, dove la coltivazione della pianta del pomodoro era diffusa già in epoca precolombiana in Messico e Perù.
Sarà che amo le cose genuine, originarie. Avverto la necessità delle cose vere. Soprattutto qui in America, dove sembra che invece sia tutto finto, esattamente come il cibo che ci finisce nel piatto.
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venerdì 9 marzo 2012
5 anni fa
Accidenti, sono già passati 5 anni dal mio primo post. (Perchè CAFFE' AMARO http://blog.libero.it/caffeamaro/2337296.html). Un post in cui spiegavo perchè la scelta di questo nome "caffè amaro"per il mio blog.
A distanza di 5 anni confermo: molto meglio il caffè amaro, aiuta a vedere le cose con occhi diversi.
Il disincanto necessario per una sognatrice inguaribile come me.
5 anni fa mi presentavo alla rete (http://blog.libero.it/caffeamaro/2340006.html), convinta che essere una blogger fosse un preciso dovere per una giornalista come me che ha il privilegio di incontrare e conoscere persone e realtà ad altri inaccessibili, che ha l'opportunità di viaggiare nel terzo mondo, di vedere le cose dal backstage...
5 anni fa facevo la giornalista a tempo pieno, ma purtroppo a portafoglio vuoto. Un caffè amaro mi ha aiutato a scegliere la mia strada e oggi sono convinta di aver fatto la scelta giusta, la più razionale - come sempre - anche se il mio cuore batte ancora forte quando prendo in mano i libri di Terzani e di Kapuscinski. Pulsano di vita e di sogni ancora oggi.
5 anni fa avevo dei sogni. Alcuni si sono infranti non appena hanno toccato il suolo della realtà, altri invece li ho frantumati io con i miei errori, altri sono fioriti splendidamente, altri invece sono ancora incartati.
5 anni fa non sapevo ancora cosa avrei fatto da grande, oggi ho le idee un po' più chiare. So benissimo cosa voglio, ma ancora oggi non so cosa aspettarmi dal futuro.
Anche oggi, come 5 anni fa, mi ritrovo qui a scrivere sul mio blog, convinta che abbia un senso. E ancora oggi, come 5 anni fa, non sono ben sicura di aver capito quale sia questo senso. Condividere, forse...
Condividere è una parola che mi piace, che dà senso alla mia voglia di scrivere e di raccontarmi. Forse rischio di passare per esibizionista. Forse lo sono anche. O forse no, sono solo un po' coraggiosa.
La verità è che sono certa di aver ricevuto molto. La mia storia è disseminata di piccoli pacchetti incartati con cura e con amore: dal mio lavoro alla mia famiglia, alle piccole grandi gioie quotidiane.
Se non condivido tutto questo che senso ha?
La reporter che è dentro di me non soffocherà tanto facilmente in mezzo ai comunicati stampa.
Per questo mi tengo stretto questo angolino. E' il mio taccuino infinito, la mia moleskine inseparabile.
Sorseggio la mia tisana calda che profuma la camera di vaniglia e miele. Anche se a dir la verità, dato che domani mattina è il mio compleanno, stasera preferirei inebriarmi dell'aroma di un tè al gelsomino, come ai vecchi tempi, come cinque anni fa...
A distanza di 5 anni confermo: molto meglio il caffè amaro, aiuta a vedere le cose con occhi diversi.
Il disincanto necessario per una sognatrice inguaribile come me.
5 anni fa mi presentavo alla rete (http://blog.libero.it/caffeamaro/2340006.html), convinta che essere una blogger fosse un preciso dovere per una giornalista come me che ha il privilegio di incontrare e conoscere persone e realtà ad altri inaccessibili, che ha l'opportunità di viaggiare nel terzo mondo, di vedere le cose dal backstage...
5 anni fa facevo la giornalista a tempo pieno, ma purtroppo a portafoglio vuoto. Un caffè amaro mi ha aiutato a scegliere la mia strada e oggi sono convinta di aver fatto la scelta giusta, la più razionale - come sempre - anche se il mio cuore batte ancora forte quando prendo in mano i libri di Terzani e di Kapuscinski. Pulsano di vita e di sogni ancora oggi.
5 anni fa avevo dei sogni. Alcuni si sono infranti non appena hanno toccato il suolo della realtà, altri invece li ho frantumati io con i miei errori, altri sono fioriti splendidamente, altri invece sono ancora incartati.
5 anni fa non sapevo ancora cosa avrei fatto da grande, oggi ho le idee un po' più chiare. So benissimo cosa voglio, ma ancora oggi non so cosa aspettarmi dal futuro.
Anche oggi, come 5 anni fa, mi ritrovo qui a scrivere sul mio blog, convinta che abbia un senso. E ancora oggi, come 5 anni fa, non sono ben sicura di aver capito quale sia questo senso. Condividere, forse...
Condividere è una parola che mi piace, che dà senso alla mia voglia di scrivere e di raccontarmi. Forse rischio di passare per esibizionista. Forse lo sono anche. O forse no, sono solo un po' coraggiosa.
La verità è che sono certa di aver ricevuto molto. La mia storia è disseminata di piccoli pacchetti incartati con cura e con amore: dal mio lavoro alla mia famiglia, alle piccole grandi gioie quotidiane.
Se non condivido tutto questo che senso ha?
La reporter che è dentro di me non soffocherà tanto facilmente in mezzo ai comunicati stampa.
Per questo mi tengo stretto questo angolino. E' il mio taccuino infinito, la mia moleskine inseparabile.
Sorseggio la mia tisana calda che profuma la camera di vaniglia e miele. Anche se a dir la verità, dato che domani mattina è il mio compleanno, stasera preferirei inebriarmi dell'aroma di un tè al gelsomino, come ai vecchi tempi, come cinque anni fa...
giovedì 8 marzo 2012
Donne che sono "troppo"
La cosa che mi dà più fastidio è che dipenda ancora tutto dagli uomini. Anche nel raggiungimento dell'equilibrio di diritti e doveri dipendiamo ancora cosi tanto dalla loro capacità di cedere qualche millimetro di potere, che è per questo che siamo ancora troppo indietro.
Nella tristezza del ricordo della morte delle donne operaie finisce che celebriamo l'ennesima festa consumistica.
I pakistani all'angolo delle strade si fanno sfruttare dai magnaccia vendendo mimose nel cellophane agli sfruttatori che le comprano.
E fiotte di donne che dimostrano ogni anno la loro sciocchezza passando la serata nei locali, come fosse questo (e magari uno strip maschile) il massimo della parità raggiunta.
Non ci sarà mai una parità tra uomini e donne. Le donne avranno sempre quel di più -che qualcuno interpreta come un problema- della gravidanza e della maternità.
E io penso che non si possa fingere che non sia un elemento di differenza tra uomini e donne. Come non si può fingere che non sia un elemento di differenza tra coloro (uomini e donne) che hanno figli e coloro che non ne hanno.
Inutile dire che le donne sul lavoro sanno essere all'altezza se non superiori ai colleghi maschi.
Siamo ancora lontani, molto lontani.
Gli uomini ancora fanno fatica ad accettare la messa in discussione del loro ruolo predominante e sono sempre più numerosi i casi di violenza sulle donne che alla base hanno sempre questa incapacità ad accettare la libertà delle donne.
Io dico che questa è la vera grande debolezza maschile: il non capire e non accettare la diversità femminile.
Non mi piace parlare di superiorità, anche se ci scherzo molto. Credo che siamo profondamente diversi per essere complementari, per riuscire a realizzare grandi cose solo se condividiamo diritti e doveri in modo equilibrato.
Purtroppo molti uomini faticano a reggere questo equilibrio.
Forse anche perché hanno a fianco donne che lo sbilanciano in senso opposto, che sono "troppo"...
Anzi, mi sa che è proprio questo il problema.
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Nella tristezza del ricordo della morte delle donne operaie finisce che celebriamo l'ennesima festa consumistica.
I pakistani all'angolo delle strade si fanno sfruttare dai magnaccia vendendo mimose nel cellophane agli sfruttatori che le comprano.
E fiotte di donne che dimostrano ogni anno la loro sciocchezza passando la serata nei locali, come fosse questo (e magari uno strip maschile) il massimo della parità raggiunta.
Non ci sarà mai una parità tra uomini e donne. Le donne avranno sempre quel di più -che qualcuno interpreta come un problema- della gravidanza e della maternità.
E io penso che non si possa fingere che non sia un elemento di differenza tra uomini e donne. Come non si può fingere che non sia un elemento di differenza tra coloro (uomini e donne) che hanno figli e coloro che non ne hanno.
Inutile dire che le donne sul lavoro sanno essere all'altezza se non superiori ai colleghi maschi.
Siamo ancora lontani, molto lontani.
Gli uomini ancora fanno fatica ad accettare la messa in discussione del loro ruolo predominante e sono sempre più numerosi i casi di violenza sulle donne che alla base hanno sempre questa incapacità ad accettare la libertà delle donne.
Io dico che questa è la vera grande debolezza maschile: il non capire e non accettare la diversità femminile.
Non mi piace parlare di superiorità, anche se ci scherzo molto. Credo che siamo profondamente diversi per essere complementari, per riuscire a realizzare grandi cose solo se condividiamo diritti e doveri in modo equilibrato.
Purtroppo molti uomini faticano a reggere questo equilibrio.
Forse anche perché hanno a fianco donne che lo sbilanciano in senso opposto, che sono "troppo"...
Anzi, mi sa che è proprio questo il problema.
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