venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


giovedì 5 luglio 2012

HoneyUSA, Back to the Future Tour a Los Angeles

3 agosto, Los Angeles: Back to the Future Tour
Presente quando guardi un film e c'hai uno vicino che anticipa tutte le battute nonchè i rumori di fondo? Ecco questo è Marco quando guardiamo la saga di Ritorno al Futuro (Back to the Future), il film prodotto nel 1985 da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis con attori protagonisti  Michael J. Fox e Christopher Lloyd.

Siamo sempre stati appassionati di quel film, geniale nella trama e negli effetti speciali (per l'epoca...) e quel film, anzi, quei tre film, sono stati girati proprio qui a Los Angeles. Potremmo mica perderci l'occasione di andare a vedere alcune location dove Doc e Martin con la macchina del tempo hanno girato alcune scene?

In internet Marco aveva trovato un sito che elencava tutte le location principali con tanto di indirizzo: la casa dove abitava George Mc Fly nel 1955 e la casa di Beef, la scuola dove si ambientano numerose scene del 1° e del 2° film, il parcheggio del Twin Pine's Mall dove parte la De Lorian per il suo primo viaggio nel tempo, la casa del preside, il quartiere di Hilldale dove abita la famiglia Mc Fly, la vecchia e bellissima casa di legno dove abitatava Doc nel 1955.... e poi infine anche la Monument Valley, dove è ambientato il terzo film... eh si, nei prossimi giorni raggiungeremo anche quella!

Questo si che è un bel giro turistico alternativo! Dopo Disneyland ora tocca a uno dei nostri film preferiti!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Tabella degli indirizzi alla mano cerchiamo intanto di capire sulla cartina dove sono situate le varie tappe e ne selezioniamo alcune. Certo che i produttori di Back to the Future hanno scorrazzato parecchio per la città alla ricerca del set ideale: sono tutte sparse qua e là nell'intera valle! 
Decidiamo di partire dal Twin Pine's Mall, il piazzale del market da cui parte la macchina del tempo nel primo film. Si trova in un quartiere di Los Angeles dal nome Industry nella zona est della metropoli. 
Km e km di autostrada semideserta in mezzo a periferie omologate e comuni quanto quelle appena viste lungo l'attraversata verticale della città in direzione e ritorno da Palos Verde.Il navigatore ci conduce in una zona commerciale e ci fa raggiungere un ampio parcheggio, sempre semideserto. Rallentiamo. Nessuna scritta richiama la location del film, c'è un centro commerciale del tutto differente dal Twin Pine's Mall del film. Marco scende e perplesso si guarda intorno. Scendo anch'io, ma niente, forse abbiamo sbagliato indirizzo o forse non è rimasto più nulla di quello che c'era negli anni '80. Ma all'improvviso Marco ha un'illuminazione: "Quella è la discesa dei libici!!!!!" e indica una vietta in discesa che fa ingresso nel piazzale.
"Ma certo! - concordo io - lì è da dove arrivano i libici per fucilare Doc!!!". Come due cretini (per fortuna non c'era nessuno) ci mettiamo a recitare le parti del film "Mi hanno trovato! Non so come ma mi hanno trovato! Scappa Martin, i libici!!!!!!" E corriamo su e giù per il piazzale scattando foto e filmando il panorama. Il tutto - ricordo- in un banalissimo parcheggio di un supermercato di periferia. Troppo bello! Eravamo davvero nel piazzale dove è stata girata quella scena. (c'è chi si accontenta di poco per essere felice).
Supereccitati ci rimettiamo in macchina decisi a raggiungere la prossima meta: la scuola di George e Martin McFly. Km e km e ci arriviamo proprio davanti: completamente riammodernata dall'epoca, ma è proprio quella e nella viuzza li vicino dovrebbe esserci (almeno lo dice il sito internet) la casa del preside, quella presa d'assalto dai teppisti nel film 2 ambientato nel futuro alternativo. Troviamo anche la casa azzurrina del preside, oggi abitata da qualche ignaro vecchietto. Per la strada non c'è un'anima viva. Ma dove sono tutti? ci chiediamo.
Ripartiamo alla volta della casa di George Mc Fly. Sulla stessa strada dovrebbe esserci anche quella di Beef, con il garage da cui esce con l'auto su cui è nascosto Martin nel 2 film. Ci addentriamo in un bel quartiere residenziale attraversato da vie ombrose. A destra e sinistra villette tipicamente americane, il prato inglese davanti senza alcuna recinzione. Tipo due spie rallentiamo fino a fermarci davanti alla villetta al civico 58, indicata dal sito come quella dove erano ambientate le scene di George Mc Fly nel 55. Bassi bassi, silenzio. Non c'è nessuno, ma nella villetta di fianco una famiglia cinese con dei bambini sta schiamazzando nel giardino. Siamo un attimino sospetti ad aggirarci così per la via. Una foto veloce. Sss, è proprio quella casa lì! Nell'altro lato della strada, poco più avanti, la casa di Beef dove viveva con la nonna nel 55. Ed eccolo: il garage!!! Nuuoooo il garage!!! Praticamente due idoti. 
Vittoriosi ci dirigiamo verso l'ultima tappa, passando prima per il quartiere di Hilldale, che nella realtà è ancora più bello che nel film, addirittura protetto all'ingresso da una sbarra che autorizza l'accesso solo ai residenti. Finalmente raggiungiamo l'imponente residenza in legno di Doc "the Blacker House", in Hillcrest Avenue, nel quartiere di Oak Knoll a Pasadena, considerata un gioiello dell'architettura di fine '800 firmata  Greene and Greene e inserita nel registro nazionale dei luoghi storici (pensa ti!). Realizzata in legno e nel tempo restaurata è rimasta un esempio dell'architettura americana di quell'epoca. Bellissima.
Ma soprattutto bellissima la "rimessa" di legno in cui Doc all'inizio del secondo film scopre la De Lorian a Martin.
Se ieri a Disneyland eravamo felici come due bambini, oggi siamo felici come due adolescenti.

Percorrere questo tour ci ha permesso di visitare degli angoli inusuali di Los Angeles, che nessun turista avrebbe mai visto se non per sbaglio. E di farci una nostra personale idea dell'America.
Rientriamo in hotel esausti ma con un sacco di riflessioni che ci rotolano nella testa sullo stile di vita americano, sulla mancanza dei centri urbani, sulla noiosa omologazione delle strade di Los Angeles, sulla bellezza delle ville dei miliardari... Visitare Los Angeles a modo nostro ci ha permesso di completare quell'idea degli Stati Uniti che ci eravamo già fatti a New York. Un paese gigantesco di cui si parla sempre ma che in realtà ha molto meno da dire di quanto sembra. Un paese giovane, senza storia, senza radici e che, anzi, le proprie radici le ha cancellate il più possibile. Che sembra sempre cercarne di nuove, a seconda della moda del momento. Modernista, dispersivo, consumista all'eccesso, dove il massimo dell'emozione è visitare quei posti già visti in qualche film. Un'immersione in questo universo ci voleva, soprattutto per poter capire più a fondo quello che vedremo dopo.
New York e Los Angeles sono due città estreme in ogni senso, affascinanti per certi aspetti, ma molto povere di bellezza, molto poco emozionanti.Almeno secondo me.Tutti dicono "che figata vivere a New York", come tutti dicono "che figata vivere in California". Io e Marco dopo esserci stati, diciamo che non ci vivremmo mai.
Sono soddisfatta di aver confermato le mie idee di sempre. Sono soddisfatta di aver visto con i miei occhi questi luoghi. E sono in fibrillazione all'idea che il bello debba ancora venire.
L'America che ho sempre sognato di incontrare mi aspetta al di là del deserto, lontano dai grattacieli e dalle ville, nel cuore dell'America, nel cuore della sua storia che è in parte anche la nostra storia.
E la mia storia...


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 22 giugno 2012

HoneyUSA, Palos Verde, ai confini di Los Angeles

3 agosto 2011 Los Angeles, Palos Verde Estates


Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare. 


Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village. 
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
 
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina. 

Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
 
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora. 

Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori. 
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr. 
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona. 
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
 
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese  e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra. 

Del villaggio di pescatori neanche l'ombra. 
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro. 
E non sanno cosa si perdono.

Ritorniamo verso nord, riattraversando per lungo la metropoli di Los Angeles. Niente Queen Mary (ma che cce frega di vedere una vecchia nave-albergo?) ma soprattutto niente Ports O'Call Village. Scopriremo solo mesi più tardi che il vecchio villaggio di pescatori si trova da tutt'altra parte rispetto a dove eravamo noi a Palos Verde Estates... pazienza...
Lungo l'autostrada a 6-7 corsie che ci riporta verso downtown notiamo del fumo nero provenire da un punto laggiù in mezzo alla città. Forse un incendio in qualche fabbrica di periferia.
Ce ne allontaniamo veloci.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui 





martedì 19 giugno 2012

HoneyUSA: tornare bambini a Disneyland

2 agosto 2011 - Los Angeles, Disneyland

Partiamo presto. Perchè siamo troppo emozionati all'idea di passare la giornata a Disneyland, il primo, l'originale e imitatissimo parco dei divertimenti aperto nel 1955 per volontà di Walt Disney. Ma anche perchè Disneyland Los Angeles dista 40 km dal centro, dove alloggiamo.

La signorina del navigatore ci conduce in un'autostrada (gratuita) a 6-7 corsie. Non so se le ho contate bene. Quando arriviamo ad Anaheim, il quartiere dove è situato il parco, sono già arrivati centinaia di pullman.
Parcheggio comodissimo, bus navetta, mandrie sconfinate di gente che si avvicina all'entrata ma è tutto molto organizzato e non c'è neanche un minuto di coda. Il biglietto costa le bellezza di 90 dollari a testa.
Certo, siamo stati a Gardaland e Mirabilandia, gira e rigira il concetto è quello. Ma qui volevamo venirci. Perchè il mondo Disney fa parte della nostra storia, della storia della nostra infanzia così come quella attuale, appassionati come siamo di cartoons e film di animazione.
Ci siamo fatti un regalo, ecco, l'abbiamo fatto al nostro essere bambini perchè man mano che passa il tempo ci rendiamo conto che dobbiamo crescere si, ma mai troppo. Dobbiamo continuare a giocare, non perdere mai la voglia di divertirci come quando eravamo bambini.

E' quello che abbiamo fatto, a parte il fatto che siamo rimasti bloccati dentro la giostra dei pirati e pure in quella di Toy Story, e a parte il fatto che l'unica pistola di Toy story che non funzionava era la nostra.
Disneyland Los Angeles non è poi così grande, forse è più grande Gardaland. E non ha tutte quelle giostre da brividi come le montagne russe e tutte le altre sulle quali ne' io ne' Marco ci divertiamo. A renderlo speciale sono i soggetti delle ambientazioni, tutte ispirate al mondo Disney e con un bel settore a tema Star Wars e Indiana Jones. Dopo la piazzetta in stile anni '30 e l'immancabile castello della Bella Addormentata con tutte le giostre della favole, si apre un laghetto con tanto di battello del Mississippi. C'è un bar interamente ispirato a New Orleans e una band di pirati sta cantando una canzone corsara con la chitarra nel piazzale. Laggù troneggia una splendida riproduzione del monte della Paramount Picture.

Gironzoliamo tra la folla come due bambini ai quali nessun adulto dice "aspetta".

E' pieno di gente obesa. Ma pieno. E di anziani invalidi che si trascinano con un girello o in carrozzina (?). E di neonati che strillano sotto il sole storditi dal caldo e dal casino.
Tutti in mano tengono qualcosa da mangiare di grasso, unto o dolce.
La giostrina della pace nel mondo con le barchette bianche che girano dentro una caverna decorata di pupazzi che rappresentano tutti i popoli del mondo, suona una musichetta diabolicamente ripetitiva.

Ma lo spettacolo più straordinario è all'imbrunire, quando inizia il musical con tutti i più famosi personaggi Disney che cantano e recitano dal castello al laghetto per finire con effetti speciali di luci e di fuoco, Topolino che sconfigge il drago della Bella Addormentata (???) e che dice qualcosa tipo "Never stop dreaming".
Fuochi d'artificio. E mi ritrovo a bocca aperta esattamente come il bambino seduto sulle spalle del papà in fianco a me.

"If you keep on believing the dream that you wish will come true", canticchio.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui 

sabato 2 giugno 2012

HoneyUSA, Los Angeles: Walk of Fame, luccicare sul marciapiede


1 agosto 2011, Los Angeles - Walk of Fame, luccicare sul marciapiede


Non poteva esserci la mia Ella nella "Rock Walk of Fame" perchè la sua stella si trova sul marciapiede lindo della Walk of Fame, quella "storica" via, nel quartiere di Hollywood, famosa per i marciapiedi lucidi ricoperti per tutta la lunghezza del viale affollato di stelle con il nome sopra. Dicono che li puliscano 6 volte al giorno.
E' questa la strada dove si trova il Kodak Theatre, dove scorrazzano le stelle di Hollywood per la consegna degli Oscar ed è pieno di turisti e di negozietti da turisti.
Ci arriviamo dopo aver parcheggiato comodamente in una viuzza laterale. La sensazione è quella di essere in via Bafile a Jesolo, solo che a Jesolo in via Bafile è molto più difficile trovare parcheggio.
Leggere tutti i nomi sulle stelle è impossibile: sono tantissimi. E poi c'è un sacco di gente che non conosciamo. Su alcune, specie quelle più lontane dal centro della via, c'è solo la stella con il nome e il simbolo di una cinepresa o un grammofono, una tv, un microfono o due maschere teatrali a seconda dell'arte in cui si è distinto il personaggio.
L'idea di dedicare una strada alle celebrità  fu della Camera di Commercio di Hollywood e risale al 1950 ma la costruzione non iniziò fino al 1958 e la prosa delle prime 8 stelle ( Joanne Woodward, Olive Borden, Ronald Colman, Louise Fazenda, Preston Foster, Burt Lancaster, Edward Sedgwick, e Ernest Torrence) fu solo nel 1960. Lucidate, valorizzate e aumentate negli anni, sono oggi in tutto circa 2500 e ne vengono aggiunte in continuazione.
La folla si concentra davanti a un edificio a forma di tempio cinese: si tratta del Grauman's Chinese Theatre, inaugurato nel 1927 per la prima de "Il re dei re" e sede di numerose altre anteprime nonchè di tre edizioni degli Academy Awards. Ad attirare la folla però non è il teatro in sè ma le numerose impronte nel cemento lasciate dalle star del cinema nel piazzale antistante l'entrata. Tutti cercano di fotografarsi con le mani nel calco delle star ma è impossibile scattare una foto isolata, tanta è la folla che calpesta le impronte.
Che scena buffa: invece che fotografare un'opera d'arte o un paesaggio tutta questa gente è qui per fotografare un calco di cemento con un nome scritto sopra.
Il marciapiede è zeppo di gente e di cianfrusaglie. Mimi immobili e gente travestita da supereroe che fa delle gag con i passanti e si fa scattare le foto in posa. Una ragazzina scialba con la chitarra a tracolla sta cantando qualcosa nella speranza di venir notata.
Qui circuita il sogno americano del diventare famosi. E mi chiedo chissà quanti, magari provenienti dalle cittadine di provincia di tutta l'America, ancora oggi vengono qui a sperare di essere notati e di far fortuna. Esattamente come i loro antenati che attraversarono il continente, sterminando bisonti e indiani, alla ricerca dell'oro californiano. Forse alla fine il vero "oro californiano" è proprio questo: il sogno della fama, vuoto e immorale come quello della ricerca dell'oro.
Anche noi, dal nostro puntino laggiù dall'altra parte dell'oceano, immersi come siamo di bellezze artistiche e naturali, non siamo esenti da questo richiamo che non riesco a non percepire come effimero.
Ora di cena. Decidiamo di cenare in un ristorantino scelto tra quelli consigliati dalla guida Lonely Planet. Non dovrebbe costare troppo, speriamo solo sia buono...  Si trova ad Hollywood:  Ristorante Cha cha cha (656 N Virgil Ave, 90004) specialità caraibiche e piatti multietnici. Localino losco da fuori, a ridosso del quartiere coreano, luce soffusa, veranda in legno e pareti dai colori accesi. Nel piatto uno splendido mix gustoso e agrodolce con riso, verdure e frutta. Intorno a noi pochi tavoli con coppiette del posto. Ottima scelta.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


lunedì 28 maggio 2012

HoneyUSA, Los Angeles: Rock Walk of Fame e il "santuario"


1 agosto 2011, Los Angeles - Rock Walk of Fame

Un cartello blu posizionato orizzontalmente rispetto al nostro senso di marcia indica Sunset Boulevard. Ci siamo dentro. Ai bordi della strada una fila di altissime palme.
Negli anni '20 questa strada sinuosa era sterrata e univa gli studios in via di sviluppo alle ville delle stelle sulla collina. Verso la metà degli anni '30 venne asfaltato e in mancanza del controllo delle autorità locali si trasformò in una zona dedita al mercato nero e al gioco d'azzardo. Qui ci sono i nightclub più esclusivi e storici alberghi frequentati dalle star del rock.
A destra notiamo The House of Blues, un autentico blues bar trasportato qui così com'è dal Mississippi.
A sinistra una grande insegna luminosa a forma di chitarra cattura l'attenzione di Marco: il Guitar Center.
Neanche il tempo di dire qualcosa ed ha già inchiodato e parcheggiato. Non oso fiatare, ma rifletto sulla facilità di trovare parcheggio sulla prima laterale a caso di Sunset Boulevard. E pure a gratis!
Lui, chitarrista, si ferma davanti all'ingresso del Guitar Center come davanti ad un santuario. Mi ricorda la prima volta che è entrato da Esse Music a Montebelluna (successivamente battezzato, non a caso, "Il santuario").
Entriamo, chitarre dappertutto. Lo vedo girovagare poi dirigersi dritto verso una stanza interamente dedicata alle Martin. Perso il marito. Ci sono chitarre d'epoca, chitarre da migliaia di dollari, chitarre usate da chissachi. Le prova, le assaggia, le ascolta. Penso alle parole ironiche di mio papà che ha sempre detto "In casa nostra si ammettono solo musicisti". Avrei mai potuto condivider la mia vita con qualcuno che non condividesse con me la mia passione per la musica? Con qualcuno che non sapesse suonare per me?
Le sue dita scivolano sulla Martin firmata John Mayer. Sta suonando un blues di Robert Johnson.
Qualcosa di profondo mi lega a quelle sonorità, il blues delle origini muove in me qualcosa che nessun altro genere fa. Dentro quel blues avverto tutta la sofferenza degli afroamericani che cercarono nella musica la via di salvezza dalla pazzia della schiavitù. Non è solo musica, c'è anche l'anima di quella gente che vibra nello stomaco. Spirtual, blues, soul: amo questa musica come se mi appartenesse, come se mi sentissi parte di quella sofferenza, di quel popolo.
Marco ha trovato anche la stanza dei vintage. Lo do per disperso.
Mi avvicino all'uscita e mi accorgo che sul tratto di marciapiede immediatamente fuori dalla porta ci sono delle impronte. Sono delle mani impresse nel cemento. Eric Clapton, i Queen, i Toto, BB.King, ...
Non ci eravamo neanche accorti di essere nella Rock Walk of Fame dove le star della musica hanno lasciato l'impronta delle loro mani esattamente come nella ben più famosa "Walk of Fame" le star del cinema!
Quando esce anche Marco ci perdiamo una buona mezz'ora a fotografare le impronte, a osservare la lunghezza delle dita dei chitarristi. Fotografo le impronte dei Deep Purple per mio padre. Marco si fa la foto, praticamente commosso, con le sue mani nelle impronte di Eric Clapton.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


domenica 27 maggio 2012

HoneyUSA - La normalità di Beverly Hills

1 agosto 2011, Los Angeles - la normalità di Beverly Hills

Nelle guide che ho studiato prima di partire indicavano la Walk of Fame e il Sunset Boulevard di Hollywood come imperdibili.
In effetti essere e Los Angeles e non fare un salto a vedere quelle che la strada più famosa della città, dove gravita il jet set del cinema holliwoodiano... sarebbe davvero sciocco. Non che mi interessi trovare i personaggi famosi, anzi, la trovo una cosa penosa andare in giro alla ricerca degli autografi e delle foto con le star. E' una cosa che non ho mai fatto e che non farei mai. Ma siamo in fondo distaccatamente curiosi di leggere i nomi sulle stelle e di osservare l'ampiezza delle mani delle star stampate sul cemento davanti al Mann's Chineese Theatre.

Con la nostra grigiastra Nissa Versa lasciamo Santa Monica e ci dirigiamo verso Hollywood. C'è il sole e l'aria è fresca e limpida. Clima eccezionale. Man mano che ci avviciniamo a Beverly Hills notiamo crescere l'accuratezza dei marciapiedi e delle strade. Ville bianche, villoni, quelle dei film, con il prato inglese davanti d'un verde brillante, grandi alberi ombrosi, giardini fioriti, aiuole. Ci sarebbe anche la possibilità di fare il tour delle ville delle star ma non ce ne può fregare di meno.

Imbocchiamo la prima strada che si arrampica sulla collina e decidiamo di spiare un po' il quartiere lontano dalla via principale. Finiamo su per una stradina di montagna, che si allontana dalla città. Ville bellissime ma anche case normali. Troppo fuori dalla città, ritorniamo indietro.
Sbuchiamo nel Beverly Boulevard, traffico. Penso al telefilm della mia adolescenza Bevery Hills 90210 e mi sembra tutto così "nomale". Io insieme a Marco in questa Nissan squanfida esattamente come Brenda e Dylan nella porsche. La cosa non mi emoziona particolarmente, mi sembra di stare in coda nel traffico di casa. Da qualcha parte qua intorno deve esserci Rodeo Drive, uno dei centri della moda internazionale. Ma l'idea di spendere il nostro tempo prezioso a guardare le vetrine delle marche di lusso piene di cose che tanto non potremmo mai comprare non ci invoglia neanche un po'.

Abbiamo sete. Vediamo un market con un parcheggio assolato e decidiamo di fermarci alcuni minuti per comprare un paio di bibite fresche. Mi stupisco di trovare un market così "da periferia" nel centro di Beverly Hills. Alla cassa un uomo che potrebbe essere indiano, per lo meno di origine. E il piccolo market sembra proprio uno di quelli etnici che si trovano anche nelle nostre città. Troviamo un frigo con delle bibite ghiacciate e corridoi di patatine. Io come al solito vado in cerca di qualcosa di salutistico, inutilmente.
Penso a quanto sono belli i nostri supermercati, piccoli o grandi che siano, in centro o in periferia, ricchi di prodotti sani, biologici e nutrienti, colorati, curati in ogni piccolo dettaglio, traboccanti di verdura e frutta fresca. Profumati di pane e focaccia al rosmarino...

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


venerdì 25 maggio 2012

HoneyUSA - Los Angeles- Santa Monica

1 agosto 2011, Los Angeles - Santa Monica

Santa Monica, la famosa location di Baywatch, assomiglia tanto a Bibione, sul litorale Adriatico: una profondissima spiaggia dalla sabbia fine, giostrine per i bambini, stabilimenti balneari, una bella passeggiata lungomare con le palme protese verso il cielo. Tira molta aria, fa quasi freddo. Indosso la felpa.
Passiamo nei dintorni di Muscle Beach, dove si allenava Swartznegger (si, proprio quello lì che è diventato governatore dello stato della California ...e questo la dice lunga...).
Ci fermiamo a mangiare una pizza insulsa al Pizza Hut del Pier di Santa Monica, con le celebri giostre sulla piattaforma di legno che si allunga sull'oceano. 
Siamo partiti da New York alla ricerca dell'identità americana e finiremo nelle pianure dell'Arizona. Il nostro è un viaggio a ritroso. Quindi partiamo dalla fine anche per il nostro breve tratto di Route 66 in programma: questo è il punto in cui si conclude la mitica Mother Road, numerosi bikers stanno riposando dopo la traversata in moto. Quanto mi piacerebbe percorrerla tutta in moto!!
I miei sogni sventolano su questo molo come una bandiera al vento.
Sulla spiaggia ragazzi con l'asciugamano prendono il sole esattamente come a Jesolo. 
A dir la verità, niente di speciale a Santa Monica a parte in lontananza le scogliere rocciose che scendono fino a riva. Laggiù deve esserci la Malibu Lagoon, paradiso dei surfisti. Ci vorrebbero i Beach Boys di sottofondo.
Guardiamo il panorama, le colline selvagge che circondano l'ampia piana dove si distende Los Angeles. E pensare che tutto ciò che c'è di costruito è così recente: praticamente fino ad un secolo fa qui c'erano solo poche case di legno... E pensare che qui gli indiani Chumasca nel XVI secolo fondarono il loro villaggio più esteso, Hamaliwo, che contava oltre 1000 persone. I nativi residenti in questa zona la popolavano ben 2500 anni prima dell'arrivo degli europei. 
Furono i portoghesi ad arrivare qui per primi. Nel 1542 Juan Rodriguez Cabrillo raggiunse dal Messico quest'isola dalle meraviglie naturalistiche e la chiamó California esattamente come quell'isola fantastica dove era ambientato un romanzo cavalleresco spagnolo dell'epoca, Las Sagrad de Esplanadiam. Nel 1769 la Spagna decide di colonizzare il territorio e istituisce 21 missioni francescane, ciascuna a 48 km di distanza dall'altra, il che allora significava una giornata di cavallo, formando quello che venne chiamato El Camino Real. Si procedeva lungo il Camino con l'obiettivo di far conoscere il Vangelo alle popolazioni native, ma anche alla ricerca di manodopera a basso costo. Andò a finire con lo sterminio.
Anche qui, come ovunque nelle Americhe, gli europeo furono colpevoli della diffusione di malattie che comportarono la decimazione della popolazione indigena.
Nessuna traccia di questo passato in questa città. Tutto nuovo, come niente fosse. Grandi divertimenti, grandi eccessi a Los Angeles, per non pensare al passato, per non pensare affatto.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

giovedì 24 maggio 2012

Immunità al lusso, il regalo dei poveri

I poveri che ho incontrato lungo la mia strada durante i miei viaggi in Africa o nell'Est Europa mi hanno fatto un regalo. Uno, che non ho potuto rifiutare e del quale ora non posso più fare a meno. Me ne rendo conto davvero solo ora.
Al di là delle classiche cose che si dicono quando si incontra qualcuno che soffre o che vive in condizioni di disagio, cioè "è più quello che ricevo di quello che do". Questo lo dicono tutti coloro che vivono l'esperienza del volontariato, è la grande sorpresa riservata a chi dona gratuitamente, il di più evangelico.
Ma c'è un regalo speciale che porto dentro di me, al di là dei loro tanti insegnamenti di vita, di coraggio, di fede e di speranza. Ed è un regalo che credo di portarmi dentro in particolare dalla baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, uno dei 200 slum della metropoli dove milioni di persone vivono in condizioni disumane, a pochi passi dai grattacieli del centro.
L'aver incontrato la povertà estrema a pochi metri dalle ville dei miliardari anche italiani ha innescato in me una sorta di immunità al fascino del lusso. Il lusso non solo non mi affascina, mi irrita, mi infastidisce, urta la mia sensibilità. La povertà estrema che ho visto e annusato a Nairobi mi ha reso ipersensibile al lusso, in senso negativo.
Lo considero un grande regalo perchè vivo molto più serenamente e con maggiore distacco dai beni materiali, i quali per me hanno un valore solo sul piano affettivo e non su quello monetario. Certo, mi piacciono le belle cose, ma non soffro della loro assenza nella mia vita, non le bramo. Penso che non possano dornarmi gioia più di quanta me ne donino (a gratis) un bel tramonto dal terrazzo di casa o il fiorire di una piantina o il sorriso di una persona cara.

Mi rendo conto che in un momento come quello attuale, in cui tutti si lamentano della crisi e delle tasse (e molti non avrebbero nulla di cui lamentarsi...), in cui tutti vorrebbero guadagnare di più, vorrebbero comprare di più, vorrebbero avere più cose... beh io mi sento incredibilmente e forse un po' inconsciamente serena nella mia condizione.
Anche se mi risulta di essere quella nelle condizioni economiche peggiori tra tutti i nostri amici e conoscenti. Anche se siamo gli unici tra i nostri amici a non aver comprato casa e ad essere in affitto in un miniappartamento. Anche se il mio armadio non è mai stato così scarno (ma tanto scarno!).

Mi sento serena e ritengo di non dovermi lamentare di nulla perchè possiedo tutto ciò di cui ho bisogno e molto di più. Possiedo molto superfluo, anche se non ho gioielli o abiti firmati.
Il superfluo è molto più di quello che pensiamo, basta considerare che rientriamo in quel 20% di popolazione mondiale che vive con l'80% delle risorse del pianeta... Il nostro di più è rubato ai poveri. Lo dicono tutti coloro che operano al fianco dei poveri.
Ben venga la crisi che ci aiuti a riscoprire una nuova dimensione di sobrietà e di rispetto dei poveri.
Già, rispetto. Perchè se nella mia vita, che è una vita semplice ma non povera, c'è molto superfluo, allora che dire del lusso? Se il nostro di più è rubato ai poveri, il lusso li insulta.

A pensarci bene forse il regalo dei poveri non è solo un'immunità al fascino del lusso ma implica anche una responsabilità: la sua condanna.

domenica 20 maggio 2012

HoneyUSA:Venice to Venice

1 agosto 2011 - Los Angeles: Venice to Venice

Cominciamo da Venice. E da dove sennò? Ore di macchina in coda nel traffico. Venice ovviamente non ha nulla a che vedere con Venezia,  ma il clima che si respira in questo quartiere, i suoi colori e la calma serena che si prova attraversando i canali e i piccoli ponti di legno bianco ricordano vagamente la lentezza della mia laguna.
Venice fu costruita nel 1900 da un industriale del tabacco, un certo Abbot Kinney, il quale realizzò questo grazioso quartiere con una serie di canali artificiali (lunghi in tutto piu di 11 km!), ponticelli in legno e vere e proprie gondole veneziane con tanto di gondolieri importati direttamente dalla Serenissima. Non aveva però fatto bene i calcoli riguardo alle maree e la zona cominciò ad avere problemi di ristagnazione delle acque. Molti canali furono interrati e oggi ne rimangono davvero pochi.
Le villette affacciate sul Grand Canal sembrano delle residenze estive marittime e infatti la zona è frequentata da molti cittadini della metropoli che trascorrono qui le vacanze e i weekend, godendo del clima spettacolare, asciutto e temperato tutto l'anno.

I miei capelli qui stanno che è una meraviglia. Niente a che fare con l'umidità di Venezia, quella vera. 
Passeggiando per le "calli" di Venice troviamo qualche scoiattolo che si arrampica sulle palme, pochissima gente, la spiaggia deserta. Nessuna opera d'arte, niente arte, niente storia.Negli Stati Uniti definiscono "antico" qualcosa che risale al 1800, per intenderci. E questa parte dell'America, tra l'altro, si sviluppò solo alla fine del 1800 con il completamento della ferrovia e l'arrivo dei pionieri cercatori d'oro.

Andiamo a toccare con le punte dei piedi l'oceano Pacifico, gelato.
Numerosi cartelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami.
Due veneziani a Venice sono decisamente ridicoli. Un senso di superiorità sprezzante ci pervade.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

mercoledì 16 maggio 2012

HoneyUSA: La jeep dei nostri sogni...e la Nissan della nostra realtà

1 agosto 2011

Primo giorno a Los Angeles dobbiamo andare a prendere l'auto a noleggio che abbiamo prenotato e che ci accompagnerà per tutto l'itinerario finale del nostro viaggio. Guardiamo la mappa della città, dobbiamo fare un isolato a occhio e croce, facciamo una passeggiata.
Stesso fatale errore di New York. La mappa di Los Angeles sembra indicare le distanze di una grande città, ma questa non è una città: è una regione! E Los Angeles nel complesso è grande quanto il Veneto! Una distesa di periferie con casette basse, povere nella maggior parte dei casi, da miliardari nella zona di Beverly Hills. In centro il cuore dell'agglomerato urbano, "downtown" con i grattacieli che spuntano nel mezzo come una formazione rocciosa in un deserto.
Quando arriviamo al punto di consegna dell'auto abbiamo già attraversato cinque o sei ospedali, parchi, banche, uffici, un paio di tangenziali interne (si perchè dentro Los Angeles c'è una fitta rete di vere e proprie autostrade).
Prima di noi un'altra coppia di giovani sposini ha appena ritirato le chiavi di un fiammante jeeppone rosso. Bellissimo. Io e Marco ci guardiamo elettrizzati e ci immaginiamo già sfrecciare sulla Route 66 con la jeep, i finestrini spalancati e il braccio tamarro fuori, Rayban e chewingum, quando ci indicano una macchinetta grigiastra, tipo utilitaria, orrenda e soprattutto minuscola! Bella: una Nissan Versa.
Ma non avevamo indicato "mid-size" come tipologia di auto? Il ragazzo che ci consegna l'auto ci dice che questa E' una mid-size e che comunque le jeep le ha finite quindi ci dobbiamo accontentare. Io rido. Marco è furioso. Tutti i suoi sogni di guidare un'auto migliore della nostra Punto sfumano velocemente.
Ora si tratta di imparare a guidare con il cambio automatico. Un po' di inchiodate perchè si schiaccia il freno al posto della frizione che non c'è. Poi ci si fa l'abitudine. Almeno abbiamo il navigatore che parla italiano. Per fortuna abbiamo il navigatore. Pronti via.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 11 maggio 2012

HoneyUSA: California dream&nightmare

1 agosto 2011 - California dream&nightmare

La California rappresenta per me un conflitto tra la mia natura anticonformista e alcuni miti della mia adolescenza. Qui, in questa stessa città  in cui ci troviamo, nel quartiere di Beverly Hills, hanno ambientato il telefilm cult della mia generazione, ma questa è anche la città del cinema Hollywoodiano e del modello americano della plastica che ho sempre combattuto. Questa è la città dove sono nati i cartoni animati della Disney che tanto amo, qui si trovano gli studi della Pixar e poco distante i geni di Mountain View stanno costruendo il futuro. Ma questa è anche la città degli eccessi dello star system, un mondo che non solo non mi intessa ma che odio follemente.
Per far la pace con gli Stati Uniti mi aggrappo sempre alla musica. Credo che la musica americana, in tutte le sue sfumature, sia il prodotto migliore di questa folle società. Qui si è fatta la storia della musica moderna, e ciò che è stato costruito lo si deve alla varietà, alla ricchezza della diversità di popolazioni presenti in questo continente.
Dobbiamo il blues, gli spirituals, il gospel ai neri delle piantagioni di cotone del sud, dobbiamo il folk e il country ai contadini irlandesi che hanno conquistato il west, dobbiamo il rock agli allegri californiani pieni di speranze e il jazz alle contaminazioni più intellettuali della East Coast. Man mano che passano i giorni divento sempre più consapevole del motivo per cui sono qui. Da queste contaminazioni etniche e culturali, da questi orizzonti e scorci, da questi rumori e profumi nasce la mia musica preferita. Questo viaggio negli States è quindi anche una sorta di pellegrinaggio musicale. Amen.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

mercoledì 9 maggio 2012

HoneyUSA: Los Angeles

31 luglio 2011: a Los Angeles

Siamo atterrati a Los Angeles che era già buio.
Con +5 ore di stanchezza sulle spalle abbiamo preso il primo taxi e attraversato una serie infinita di quartieri periferici, tangenziali, autostrade.
Che strano. Sulla cartina della città l'aeroporto sembrava molto vicino alla zona dove si trova il nostro albergo e invece sono 40 minuti che il taxi corre. Mah.
Prevediamo una salassata gigantesca.

Il nostro hotel si trova in un quartiere di coreani, infatti anche l'hotel è coreano e all'accoglienza ragazze dai tratti somatici orientali ci accolgono cordialmente. Troveremo in questa città una popolazione molto variegata dal punto di vista etnico, con molti più ispanici e orientali rispetto a New York.
La cosa mi incuriosisce. Ma siamo troppo stanchi per qualsiasi riflessione antropologica.
Crolliamo sul letto senza nemmeno guardare fuori dalla finestra della camera.

Al mattino seguente la sorpresa. È il 1 agosto 2011 e siamo molto distanti da casa. Qui è mattina, in Italia è sera.
Spalanco le pesanti tende che coprono la vetrata: là fuori una distesa di case, palazzi, alberghi e altissime palme a perdita d'occhio. Una collina poco distante interrompe la monotonia del panorama.
Guardo meglio, eh si ho visto bene: quella laggiù è la collina di Hollywood con la celeberrima scritta bianca che campeggia sul dorso!!!!! Siamo ad Hollywood! Siamo in California!!!!

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

domenica 6 maggio 2012

HoneyUSA: direzione West


31 luglio 2011 volo Toronto-Los Angeles

Abbiamo fatto le corse, ma ce l'abbiamo fatta a prendere il nostro aereo che ci condurrà dalla altra parte del paese per entrare nel vivo della nostra avventura americana: Los Angeles e poi la Route 66, il Grand Canyon, la Monument Valley.....
Lo ammetto, è questa la parte del viaggio che attendo con più trepidazione. Ho sognato una vita di vedere i panorami del west, ho studiato un sacco di guide e di libri, ho pregustato mille volte l'emozione.
Se il nostro viaggio di nozze lo facciamo in America è anche per questa tappa, forse principalmente per questo. Almeno da parte mia.

Mi ha sempre affascinato capire i meccanismi e le vicende storiche che sono alla base della nostra cultura occidentale così fortemente influenzata dal potere degli Stati Uniti. Credo che per capire davvero l'attualità economico-politica del nostro mondo, anche europeo, non si possa prescindere dalle basi dell'identità americana che passano sì per New York e le grandi tematiche dei diritti e dell'immigrazione, ma anche necessariamente per la barbarie dello sterminio dei nativi e della colonizzazione del west.
Devo rendere omaggio a queste vittime. Ai miei amici indiani glielo devo.

Lasciamo quindi Toronto e la East Coast per addentrarci di più nella storia e nella natura americana. Già, la natura. Ci aspettano grandi emozioni dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Adrenalina.

L'autista del pulmino che ci ha accompagnato alle cascate di Niagara ci ha mollato in mezzo ad una strada ampia ma poco trafficata dicendoci "adesso arriva il taxi per l'aeroporto". Eravamo un po' preoccupati a dir la verità perché il volo partiva alle 20 ed ed a l'ultimo diretto alla west coast. Se l'avessimo perso sarebbe stato un gran bel casino.
E invece per fortuna é andato tutto liscio. Siamo in volo, belli comodi, affamati e stanchi dopo una giornata intera in giro col pulmino. Ora non ci resta che goderci un po' di pastrocci americani per la cena in aereo e in 5 ore saremo a destinazione.
Col cavolo!
Niente cena su questo volo. Aspettiamo, aspettiamo. Vediamo arrivare una hostess sorridente con un carrello. Non fa che strisciare delle card su un dispositivo, poi consegna dei pacchettini agli altri viaggiatori. Sta strisciando delle carte di credito! Ecco perchè sorride! Dobbiamo pagarci la cena se vogliamo mangiare!
Sono arrabbiatissima. Con tutto quello che ci sono costati sti voli neanche un panino??
Leggiamo il menu, qualsiasi cosa costa tantissimo e prevedibilmente fa schifo. Sfodero i miei ritz e ceno, e che cavolo. È una questione di principio. E brontolo ad alta voce, in italiano però.
Mi metterò a guardare un film e così mi passa, penso. Ma non ci hanno dato le cuffie. Chiamo la hostess e chiedo le cuffie, lei sempre col sorriso finto mi risponde che per le cuffie sono 3 euro. Poi aggiunge che per guardare i film bisogna pagare 15 euro. Sono sempre più incazzata. Tieniti le cuffie e vai a quel paese me ne starò qui col broncio a sgranocchiare i miei ritz. Le mie guerre americane sono solo all'inizio.


Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio 
clicca qui


mercoledì 2 maggio 2012

Stevia, una dolce rivoluzione naturale?

Uno zucchero a zero calorie, che non provoca carie ai denti e che può essere usato anche dai diabetici in quanto non innalza la glicemia?

Sembra fantascienza e invece no, esiste davvero ed esiste in natura, da sempre, sapienza antica di popoli indigeni sudamericani.

Si chiama “Stevia”: un piccolo dettaglio che tra una strage e l’altra quei geni dei conquistadores europei si sono dimenticati di annotare…oppure che le lobby legate alle multinazionali dello zucchero hanno impedito di divulgare per evidenti motivi di interesse economico…

La notizia è di portata storica. Le riviste e i siti di gastronomia, alimentazione e green philosophy ne parlavano da tempo ma solo da pochi mesi il prodotto è ufficialmente in commercio anche nei principali supermercati italiani.
La piccola responsabile di questa dolce rivoluzione naturale, la “Stevia”, è una pianta di origine sudamericana le cui foglie possiedono un’elevatissima capacità dolcificante (ben 300 volte maggiore rispetto al saccarosio, il comune zucchero bianco da cucina), ma senza alcun tipo di valore nutritivo, il che significa: zero calorie. Zero!

Ma perchè mai questa piantina è rimasta pressochè sconosciuta fino a poco tempo fa?
Non solo era sconosciuta, ma è stata considerata addirittura "fuorilegge" nel mercato internazionale per il sospetto che alcuni suoi componenti fossero cancerogeni.
Oggi è stata dichiarata sicura per la salute umana dalla FAO e dall’OMS e dal 2011 anche dall’Unione Europea, la quale ha autorizzato la vendita. Ma anche l'aspartame è stato ampiamente autorizzato alla vendita e poi invece è emerso che si sapeva fin da subito della sua cancerogenicità.

Ad ascoltare i nutrizionisti e i naturopati Stevia sembra essere davvero la soluzione di tutte le battaglie contro lo zucchero, quello bianco raffinato, davvero nocivo. Sarà davvero così?
Pare che l'unica vera e propria pecca sia il fatto che lascia un retrogusto piacevole di liquirizia che purtroppo altera il gusto del caffè. Ma tanto il caffè va bevuto amaro....
Interessante argomento da approfondire...



Per saperne di più sullo zucchero bianco....(SE PROPRIO VOLETE SAPERLO...)
Lo zucchero bianco è già stato da tempo condannato per le sue conseguenze dannose per la salute dovute all’eccesso di sostanze chimiche che intervengono nel suo lungo processo di produzione. Lo zucchero bianco, che ingeriamo non solo come dolcificante quotidiano di caffè e tè ma che è presente in innumerevoli pietanze più o meno confezionate, e' il prodotto finale di una lunga trasformazione industriale che uccide e sottrae tutte le sostanze vitali e le vitamine presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero che sono il punto di partenza per la produzione dello zucchero.Inutile chiedersi qual è il motivo di un processo simile: lo zucchero bianco è esteticamente più bello di quello grezzo e inoltre ormai il nostro palato si è abituato a quel gusto innaturale e fatica ad apprezzare quello originale. Pazzesco no?Lo zucchero bianco, cosi' come viene attualmente prodotto, e' praticamente una sostanza innaturale e dalle caratteristiche tossiche.Il succo zuccherino proveniente dalla prima fase della lavorazione della barbabietola o della canna da zucchero, viene sottoposto a complesse trasformazioni industriali: prima viene depurato con latte di calce che provoca la perdita e la distruzione di numerose sostanze organiche, proteine, enzimi e sali di calcio. Per eliminare poi la calce in eccesso il succo zuccherino viene trattato con anidride carbonica e infine con acido solforoso per eliminare il colore scuro. Solo alla fine di questo procedimento chimico viene sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione. Ma non finisce qui perché così si produce lo zucchero ghezzo (quello di canna per intenderci).Lo zucchero, per essere “gradevole” agli occhi degli europei, viene filtrato e decolorato con carbone animale e infine, per eliminare gli ultimi riflessi giallognoli, viene colorato con il colorante blu oltremare o con il blu idantrene (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno).Insomma, quello che consideriamo innocente zucchero è una miscela trattata con calce, resine, ammoniaca e acidi vari, al sapore di barbabietola da zucchero.Nessuna traccia di quelle vitamine, sali minerali, enzimi, oligoelementi presenti nella sostanza originaria, anzi. Per poter essere assimilato e digerito dal nostro organismo lo zucchero bianco utilizza vitamine e sali minerali già presenti nel nostro corpo, provocando processi fermentativi con produzione di gas e tensione addominale, alterazione della flora batterica etc etc…I danni provocati da questo dolce veleno sono numerosi e dimostrati, ma è talmente presente nella nostra cultura alimentare, in innumerevoli prodotti e in generale nel nostro palato che sembra impensabile eliminarlo dalla nostra dieta. In tanti hanno provato a imitarlo artificialmente ma senza successo in quanto aspartame, saccarina, acesulfame e altri dolcificanti artificiali sono altamente dannosi (ne ha parlato recentemente anche una puntata di Report).Questo spiega abbastanza esplicitamente come mai solo oggi si parli di questi effetti nocivi e soprattutto come mai solo oggi si sviluppi il commercio di uno sgradito concorrente commerciale. la Stevia, uno "zucchero" naturale, non calorico, tutto da scoprire...




Data la scarsezza di informazioni sull'argomento mi sono documentata su alcuni portali tematici elaborando un sunto che spero non contenga troppe inesattezze:


Alcune fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Zucchero
http://notizie.guidaconsumatore.com/004651_zucchero-bianco-o-di-canna/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/13/il-caso-ora-in-italia-anche-stevia.html
http://www.lucaavoledo.it/2012/01/stevia-dolcificante-naturale-finalmente.html
http://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/4801-dolcificanti-naturali-10-valide-alternative-allo-zucchero-bianco
http://www.eticamente.net/1837/zucchero-bianco-un-vero-e-proprio-veleno.html
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2012/04/aspartame-zucchero-o-stevia-rebaudiana.html







sabato 28 aprile 2012

HoneyUSA: Niagara Falls

31 luglio 2011. Niagara Falls

Niagara Falls, Canada. L'autista del pulmino che ci ha portato stamattina da Toronto alle cascate del Niagara era una specie di pakistano che parlava un inglese molto buffo e ogni volta che prendeva il microfono per illustrare le bellezze turistiche del panorama noi due ci scompisciavamo come due adolescenti in gita delle medie dietro i sedili del bus. Che bauchi.
Insieme a noi altri turisti, americani, che non facevano che fotografare ogni cosa, dalla fermata per la pausa pipi allo spiazzo che dava sulla foresta... tipo giapponesi a Venezia. Due ore di viaggio filate e poi nelle ultime due ore una decina di  fermate. Su e giù dal pulmino a vedere cosa? Io e Marco ci guardiamo: ma cosa c'è da vedere? Boh. Risate. Gli altri si fanno migliaia di foto in posa con questo paesaggio non meglio precisato alle spalle. Altre risate.

(Piccolo appunto coniugale: quando trovi la persona con cui condividere una vita non è sempre tutto perfetto e idilliaco, ma capisci che al tuo fianco hai la persona giusta proprio quando ti rendi conto che è proprio lui il tuo compagno di viaggio, il compagno di risate, il compagno di vita. E ci sono dei momenti forse banali ma che ti fanno capire questo, che ti fanno pensare che non hai nessuna età e che vorresti trovarti in quella situazione anche tra 20 o 50 anni... Le nostre risate nascosti dietro i sedili del bus: ecco uno di quei momenti!).

Una delle fermate è alla graziosissima cittadina di Niagara-on-the-lake, dove ci siamo fatti un salto nel passato sette-ottocentesco della East Coast. La cittadina è uno dei più begli esempi conservati dell'epoca. Sembra di stare dentro un film, tutto colorato, pieno di fiori e casette basse. Un fantastico  negozio di cappelli (dove vendono anche i cappelli originali di Indiana Jones) e poi diverse botteghe di dolci, quelle da film con il pasticcere che lavora in vetrina. Il primo negozio che assomiglia a una pasticceria che vediamo negli States. Questa pittoresca cittadina era la capitale britannica dell'Alto Canada a fine 700, e molti dei suoi abitanti erano lealisti che morirono durante la guerra di indipendenza. Insomma un po' di storia. Finalmente. Una tappa che meritava davvero, questa. Piacevolissima. Passeggiare per la via principale dopo giorni di grattacieli e traffico ci ha fatto assaporare un po' estetica europea. Una nuotata tra i colori e quella "misura d'uomo" che a New York ci era mancata tanto.

Ripartiamo in direzione delle cascate. Una strada serpeggia lungo il bosco fitto. Stiamo raggiungendo il confine con gli Stati Uniti e le cascate. Dicono che si senta il rumore in lontananza ma noi siamo dentro un pulmino quindi... niente magia. Girato l'angolo si apre la valle delle cascate, ma prima delle cascate si vedono gli alberghi, orrende costruzioni anni 80 che deturpano il paesaggio in modo vergognoso.

Acque Tuonanti, come veniva chiamata questa località nella lingua dei nativi iroquesi, sarebbe un posto spettacolare immerso nella natura, che dà tutta l'idea della potenza della terra, dell'acqua, uno scenario spettacolare ...se non fosse per le tonnellate di cemento arrampicate sulla riva. 52 metri di salto, la più grande cascata del Nord America. Bellissima. Una grande emozione passarci vicino con il mitico battello "Maid of mist". Dopo due ore di coda ti consegnano un bellissimo poncho impermeabile e poi via con questo battello che man mano che ti avvicini sembra sempre più piccolo rispetto all'imponenza della cascata. E poi a un certo punto un tuffo in una nuvola di pioggia fina che ti fa mancare il respiro.
Nel giro di 10 secondi tutto è finito, ne esci fradicio e felice come un bambino in una giostra.
Un assaggio di cascata e ti senti un po' Pocahontas.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 27 aprile 2012

HoneyUSA: Lo zio d'America

30 luglio 2011 - New York to Toronto

Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).

I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....

Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.

Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

giovedì 26 aprile 2012

Grillo non è l'antipolitica

Puzza di stantio. Presente quell'odore che si sente nelle case chiuse da tempo, negli armadi delle case di montagna prese in affitto per l'estate? Ecco sentire anche ieri, 25 aprile, dalle sagge parole del Presidente Napolitano una caduta di stile a difesa della politica tumefatta che abbiamo al potere oggi e contro il "primo demagogo" che osa attaccarla... mi ha fatto provare quella stessa sensazione di vecchio, di anacronistico, di ammuffito.
Possibile che ancora non abbiano capito che l'errore più grave che può fare la politica oggi è considerare antipolitica tutto ciò che si azzarda a criticarla, e in particolare Beppe Grillo?
Preciso subito: Grillo mi piace, anche se non sempre. Non sono un sua fan scatenata, non appartengo al movimento 5 stelle anche se ne condivido la maggior parte del programma, ma seguo con attenzione quanto sta creando perché lo ritengo una delle migliori espressioni di "politica dal basso" che la società civile abbia saputo sviluppare negli ultimi 10-15 anni.
Certo, Grillo sbaglia quando generalizza. Io sono sempre stata la prima a dire che non può esserci solo marcio, che qualcuno che si salva ci deve pur essere. Faccio fatica a salvare qualcuno, a dir la verità, ma continuo a crederci. Di Grillo si criticano i toni, aggressivi, urlati, irrispettosi, provocatori.
È vero, Grillo esagera spesso e volentieri, soprattutto quando la mette sul personale contro tutto e contro tutti, secondo una volontà di attaccare gli avversari sulla persona che non posso condividere.
Ma ricordiamoci in che paese viviamo, chi abbiamo avuto al governo fino a pochi mesi fa, e cosa abbiamo al governo ora. Non si può ragionare come se fossimo in un paese normale, gli italiani arrivano sempre al punto di aver bisogno di qualcuno che urla. Siamo un paese anomalo, dobbiamo esserne coscienti. Per cui non possiamo aspettarci reazioni normali e politically correct.

Anch'io, come i più moderati, vorrei una politica corretta, democratica e ponderata, dove ci si affronta con il dialogo costruttivo e si collabora alla costruzione di un paese migliore nell'interesse del bene comune. Il sogno di Veltroni non mi dispiaceva, ma era stato tirato fuori al momento sbagliato. Quella volta bisognava alzare la voce contro Berlusconi, non ignorarlo e giocare a non nominarlo nemmeno.
Stiamo ancora vivendo una fase anomala, abbiamo ancora bisogno di rispondere in modo forte a quello che sta accadendo. E rispondere con forza, dal basso, puntando il dito contro quella politica che tradisce la sua vocazione e il suo mandato, non è antipolitica ma l'espressione più alta della politica democratica nel suo significato più originario.
Io ce l'ho a morte con la sinistra (da donna di centro-sinistra) con il Partito Democratico in particolare, per non aver capito tutto questo, per non aver fatto suo il programma di Grillo quando era il momento, per non aver fatto di tutto per raccogliere quel malcontento popolare contro la vecchia politica berlusconiana e per elevarlo a "politica" ufficiale.
Questo doveva fare il PD quella volta, e ormai è troppo tardi, fuori dalla storia anch'esso. Pensare di relegare al di fuori della politica tutto quel movimento che si è creato a partire dall'iniziativa di un comico all'avanguardia tecnologica, è da mummie, fa parte di un vecchio modo di concepire la politica e il mondo e non fa che accentuare la distanza tra la politica e la popolazione. Io non ho mai votato per il movimento 5 stelle, ma avrei voluto votare per il suo programma incarnato da un partito politico come il PD. Questo non è avvenuto, il PD ha perso un'elettrice (pazienza), ma più che altro ha perso una grande occasione di cambiamento dall'interno.
Oggi quelle stesse persone che si scagliavano contro Grillo anni fa quando proponeva con il V-day di modificare la legge elettorale per reintrodurre le preferenze e il limite di due legislature per mandato, propongono le sue stesse idee come proprie. Ma oggi è troppo tardi, gli elettori li hai già persi, la politica gli elettori li ha persi quasi tutti e alle prossime elezioni la vera maggioranza sarà quella degli astenuti.

Mi piacerebbe tanto poter dire che Grillo è solo un comico provocatore, ma non è così. Grillo sta interpretando il sentimento di una certa fascia della popolazione che, staremo a vedere i numeri nelle prossime elezioni amministrative, non può essere ignorata o minimizzata o considerata "antipolitica". Politica anticasta, democrazia diretta, chiamiamola con un altro nome. Ma non antipolitica.
Antipolitica era quella che era al governo fino a dicembre scorso, insulto alla politica è l'esistenza stessa in parlamento di un partito come la Lega, vergogna per la la politica è stato avere Berlusconi, un dittatore mascherato, come presidente del consiglio per tanti anni... Vogliamo smettere di giocare con le parole e chiamare le cose con il loro giusto nome?

martedì 24 aprile 2012

Honey USA: fingerfood of NY

NY-29 luglio 2011

Abbiamo scelto di visitare questa città come prima tappa di un viaggio alla scoperta dell'identità americana. Passare da New York era una tappa obbligata. Qui hanno avuto inizio molte storie e molti sogni. Se dovessi consigliare degli assaggi di New York in grado di saziare un po' di curiosità e di sete di conoscenza insieme partirei proprio da qui, prima di immergersi nel caos di Times Square e della 5 Avenue: queste sono cose che si vedono già nei film. La NY dei grattacieli e dei negozi, dei marciapiedi affollati e dei taxi presi al volo, delle insegne giganti e del traffico la conosciamo già. Sembra di esserci sempre vissuti. E avendo poco tempo a disposizione, dovendo scegliere, noi abbiamo preferito concentrarci su altro.
Ecco alcuni suggerimenti di percorso, basati sulla nostra minuscola esperienza:

1. Le origini.


Ellis Island e la Statua della libertà. Il giro con il battello sull' Hudson merita la coda chilometrica. Lo skyline di Manhattan da laggiù è mozzafiato e regala tutta l'emozione dei migranti in via di fortuna che attraccavano a Ellis Island e sognavano una vita nuova nel nuovo continente. Bellissimo il museo. Peccato invece che per visitare la Statua della Libertà dall'interno e salire fin sulla corona serva prenotarsi mesi prima. Di ritorno dal tragitto si approda a Castle Clinton, antica fortezza rotonda, ai piedi dei grattacieli luccicanti della zona di Wall Street. Un bel contrasto. Da Castle Clinton un'ampio viale conduce a Ground Zero. Da vedere.

2. Villages.

I quartieri storici di NY sono anch'essi densi di storia. Tra tutti merita Chinatown dove si scopre come i cinesi abbiano ingoiato Little Italy. Colorato. Pittoresco. Qui si assaggia un po' di storia...Le guide mi avevano fatto ingolosire anche di Soho, Greenwich e ovviamente Harlem...ma serviva almeno un'altra giornata...




3. Ponte di Brooklyn. 

Prendendo la metropolitana che ti porta nel quartiere di Brooklyn è possibile imboccare la passeggiata pedonale che consente in una mezz'oretta di attraversare il celebre ponte e di rientrare a Manhattan. Panorama spettacolare e scammellata salutare per digerire gli hot dog e le patatine fritte.








4. High line.

Nel quartiere di Chelsea la vecchia linea ferroviaria che serviva gli antichi macelli della città è stata recuperata e trasformata in passeggiata-giardino. Si cammina sospesi sopra il traffico e tra vecchi grattacieli, passeggiando in mezzo a piacevoli aiuole botaniche.





5. Central Park. 


Da non perdere per nessun motivo al mondo la fantastica passeggiata dentro questo polmone verde circondato dai grattacieli. Silenzio surreale. Perdersi nei vialetti, tra le rocce e i laghetti, le statue e le panchine. Meriterebbe portarsi le scarpe da running e provare l'ebbrezza come i newyorkesi veri di una salutare corsetta. Per non parlare della ricerca degli scorci dove hanno girato "Come d'incanto" e dello zoo di "Madagascar"...


Per la prossima volta...
Impossibile visitare NY in 4 giorni da cima a fondo, solo assaggi. Ci siamo quindi appuntati per le prossime volte altre tappe: visita al MOMA, visita a Greenwich Village e Soho, visita a Harlem e partecipazione ad una Gospel Mass, passeggiata lungo l'Hudson in rollerblade, giro in elicottero (?) tra i grattacieli, visita all'ultimo piano del Top of the Rock, cena in un ristorantino con vista su Manhattan, tour notturno di locali blues&jazz, giro in barchetta sul lago di Central Park, portare cv al New York Times....

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui