mercoledì 12 dicembre 2012

Mai dimenticare oggetti in treno

Lesson learned. La mia borsa della palestra sta viaggiando da stamattina per il triveneto a bordo di un treno interregionale.
L'avevo messa sul portabagagli in alto e mi ero persa via a leggere il mio libro. Arrivata a Conegliano sono scesa, dimenticandomene bellamente fino al momento di uscire dall'ufficio, poco fa, quando mi sono resa conto che mi mancava la borsa. 
Insomma, ho combinato la mia del 12.12.12.
Allo sportello della biglietteria della stazione ho chiesto informazioni su come fare in caso di smarrimento e la signora dall'altra parte del vetro, con la faccia sinceramente dispiaciuta, mi ha consigliato di rivolgermi alla polizia ferroviaria, avvisandomi però di non farmi troppe illusioni. 
I poliziotti infreddoliti dentro la stanzetta, gentilissimi e scuotendo la testa in segno di sconforto, hanno provato a telefonare ai colleghi di Trieste, che era la destinazione del mio treno stamattina. Loro non sanno niente. Dicono di provare a sentire quelli delle pulizie. Ma nemmeno quelli delle pulizie hanno trovato niente. 
E quindi? -Chiedo io -Che si fa?
Niente. Non si fa proprio niente. Perché anche se qualcuno trova un oggetto smarrito in un treno non esiste un luogo in ci vengano raccolti gli oggetti smarriti. Nessun servizio "Lost&Found" per Trenitalia. Perdi una cosa e boh. Chi la trova la raccoglie e se la tiene. 
Peccato non ci fosse alcun documento dentro, se anche qualcuno la trova è ha il buon cuore di volerla restituire non può che consegnata alla polizia, come avverrebbe se la trovasse per la strada. 
E comunque chi la raccoglie non é molto fortunato: non c'era dentro alcun oggetto di valore, anzi, ma tutte cose che comunque mi erano utili: un paio di scarpe da ginnastica comprate in offerta, un paio di pantaloni nuovi (comprati quest'anno accidenti!!) da Decathlon insieme alla maglietta e a due asciugamani sempre della Decathlon. La roba da doccia e un paio di calzini non fanno testo. Mi secca solo per il lucchetto dell'armadietto e per il cardiofrequenzimetro nonché per i guanti da palestra comprati un mese fa per pochi euro. 
Beh insomma: ho appena scritto la mia lettera a babbo natale :(

domenica 28 ottobre 2012

A spasso nel Grand Canyon


6 agosto 2011
A spasso nel Grand Canyon 


L'aria è tersa, fresca ma non troppo. Siamo pur sempre sui 2000 metri, anche se essendo su un altopiano non ce ne rendiamo conto. Il giorno dopo la prima vista del Grand Canyon al risveglio ho ancora gli occhi pieni di meraviglia e di immensità. Ma la gioia più grande è sapere che potrò riempirmene ancora per tutta la giornata. Ci attende infatti un giorno intero da trascorrere a spasso nel Grand Canyon.
Ci incamminiamo di buon'ora lungo il sentiero che dal MotherPoint costeggia il Canyon verso Ovest.
E' una passeggiata magnifica, senza pretese, completamente in piano, una discreta lingua di asfalto curato perfettamente inserita nell'ambiente caratteristico della Kaibab Forest, cestini per la spazzatura qua e là, panchine all'ombra e al sole, spiazzi ampi per fotografare e poi punti panoramici che si sporgono sullo strapiombo protetti da un parapetto.
Gente di tutti i tipi: coppie, giovani, sportivi, anziani, famigliole con bambini, scolaresche...
Ci sono parecchi turisti che vengono da ogni dove, ma il sentiero non è affollato, anzi. Sembra che in questa immensità ci sia spazio per tutti.
Laggiù lontano all'orizzonte, sull'altro versante del Canyon notiamo del fumo innalzarsi: è un vasto incendio, come è frequente trovare in questa stagione. Lo osserveremo bruciare per tutto il giorno.
E' difficile distogliere lo sguardo dalle rocce lontano, è una sorta di ipnosi. Le ere hanno disegnato delle irregolari fasce orizzontali e la montagna sembra essere stata fatta a fette da un gigantesco coltello seghettato.  oppure sembra piuttosto che una gigantesca mano abbia strappato con violenza l'altopiano creando una cicatrice profonda. Laggiù scorre il fiume Colorado. Dio che emozione. E' lontanissimo, dal color marrone intenso, rigoglioso.
Mi prometto che la prossima volta veniamo qui una settimana intera e ci facciamo tutti i percorsi di trekking compreso il tour sulle rapide del Colorado. Per chi ama la natura questa è una località straordinaria in cui trascorrere delle vacanze degne di questo nome. Si possono trascorrere ore intere seduti su una panchina ad ammirare il panorama. E il sentiero è adatto a persone di qualsiasi età e forma fisica, ci sono infatti anche persone in carrozzina, anziani col bastone, bambini in passeggino...
Ecco, diciamo che l'unica cosa di cui non mi fiderei è di venire qui con dei bambini piccoli: la maggior parte del sentiero è completamente esposto, non che sia pericoloso percorrerlo, ma non ci sono protezioni sicure davanti allo strapiombo. Ci sono infatti molti ragazzi che si avventurano nelle sporgenze più vertiginose per farsi delle foto eroiche. Non sono molto coraggiosa in questi casi, anzi, direi che mi sembrano decisamente incoscienti e stupidi quelli che si arrischiano fin sul margine del Canyon. Sarà forse che ho letto che gli incidenti sono frequenti. Numerosi sono anche i casi di suicidi, molti dei quali però dubbi, poichè la vista dell'abisso può provocare vertigini e pare che più di qualche suicidio sia stato in realtà solo la vertigine di un incosciente.
Passeggiamo godendoci il sole e la frescura, fermandoci alle panchine più panoramiche.
Ho portato nella borsa il mio libro "Gli spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi, che avevamo lasciato a metà durante il tragitto in auto. E questo mi sembra proprio il luogo ideale nel quale tornare ad immergersi nella storia di Crazy Horse. Silenzio.

venerdì 26 ottobre 2012

Solo posto in piedi

Questo treno è una deprimente metafora della nostra società.
Dei vagoni sempre più sporchi e fuori moda, dove d'estate fa troppo freddo per l'aria condizionata, d'inverno troppo caldo per il riscaldamento oppure al contrario troppo caldo o troppo freddo perché non funziona l'impianto e i finestrini sono bloccati. 
Alla fermata di Mogliano questo treno, che porta ogni giorno a Trieste un sacco di pendolari, viene letteralmente assalito da folle di adolescenti che indossano l'ultimo maglione di lana acquistato anche se ci sono 20 gradi, che alle 7 di mattina puzzano già di fumo come un vecchio al bar, e che vocianti si riversano nei vagoni sperando di trovare quattro posti vicini per chiacchierare con gli amici a voce alta, giustamente, con quella spensieratezza che è un diritto alla loro età. Finiscono per trascorrere tutto il tragitto fino a Treviso in piedi, lungo il corridoio, perché non ci sono abbastanza posti per tutti e la prima classe é vuota.
Io, per essermi seduta per sbaglio in prima classe, ancora accecata dal sonno, mi sono presa una multa di 10 euro e 37 centesimi. Senza battere ciglio. 
Nel frattempo il solito gruppetto di mendicanti maleodoranti si nasconde nei bagni per poter viaggiare senza biglietto e i controllori non fanno neanche più la fatica ...
E a pensarci bene è assurdo che ci sia la prima classe vuota e la seconda insufficiente, come é assurdo che tutta questa gente percorra ogni giorno chilometri in treno in un verso mentre ce  n'è altrettante dall'altra parte del binario che li percorre nel senso contrario. É assurdo che i ragazzi non trovino il loro posto, come é assurdo che invece lo trovino sempre i mendicanti. É assurdo prendere una multa di 10 euro e 37 centesimi perché si ha sonno la mattina, come é assurdo che stiamo tutti sudando mettere fuori ci sono più o meno 10 gradi.
Esattamente come nella società che ci siamo costruiti, dove non c'è mai posto per i giovani, ma sempre per i furbi. Dove si inquina con riscaldamento e aria condizionata a palla invece che aprire semplicemente la finestra. Dove siamo ligi nel rispettare regole stupide e dove invece siamo incapaci di poca semplice educazione. Dove siamo troppo impegnati a guardare fuori dal finestrino trascorrendo ore preziose della nostra vita ingabbiati dentro un treno per rendersi conto che fuori albeggia, che le foglie sugli alberi si stanno seccando, che il Piave é rigoglioso e che siamo già quasi a novembre. 
La vita é tutto ciò che scorre lá fuori mentre noi siamo in treno. 

sabato 13 ottobre 2012

Grand Canyon, immensa emozione


5 agosto 2011
Grand Canyon, immensa emozione

Nella Hall dell'albergo un uomo che sembra un po' plastificato (tipo Ken con i capelli di plastica) e un po' boy scout sta seduto dietro un tavolino di legno illuminato da una piccola lampada graziosa, fermo immobile. Su un supporto informativo c'è scritto che è lì per dare informazioni turistiche sul Grand Canyon. E' troppo finto, ci viene da ridere, ma approfittiamo subito di questo servizio del Grand Hotel per pianificare la giornata di domani.

L'omino, sempre in modo plastico, come avesse un interruttore dietro la schiena e un disco registrato che parte a comando, ci illustra tutte le possibilità che il Grand Canyon offre ai turisti, dal giro in elicottero (bello ma troppo costoso per le nostre tasche) al trekking giù per il Canyon (fantastico, ma troppo lungo: occorrono almeno due giorni per scendere fino al fiume e risalire!), alla passeggiata a cavallo per la foresta (!!!), alla semplice passeggiata lungo il South Rim, che è il versante del Canyon dove ci troviamo.
Data l'ora decidiamo di dare intanto una veloce sbirciatina al South Rim prima di rientrare per cena nel fichissimo Saloon-ristorante dell'albergo dove c'è anche un palchetto dove pare proprio che tengano concertini folk (!!!) e ringraziamo il Ken-boy scout che rimane lì seduto al suo tavolino, con la schiena dritta e i suoi occhiali spessi.

A pochi metri dall'Hotel troviamo la sbarra che limita l'ingresso nel Grand Canyon National Park. Fu il presidente Theodore Roosevelt nel 1908 a istituire quest'area come parco nazionale. Pare che ne fosse innamorato e ci venisse a caccia di puma. Si, di puma.
7 euro di pedaggio, ma almeno il biglietto vale fino a domani. Glieli diamo volentieri considerando che abbiamo pagato 7 euro per entrare a Calico Ghost Town e ben 80 a testa per Disneyland LA.

Ci inoltriamo nel bosco fitto di pini altissimi dal fusto dritto e proteso verso il cielo. Sembrano essere lì ritti a cercare di sbirciare oltre, esattamente come sto facendo io, nella speranza di vedere il Grand Canyon aprirsi da un momento all'altro. Non va proprio così: dopo pochi minuti troviamo le indicazioni per diversi parcheggi e all'improvviso capitiamo in una turisticissima piattaforma asfaltata di parcheggi ben ordinati. Numerosissimi pullman affollano l'area, fiumi di gente che si dirige verso una piazza con bagni pubblici e punto informazioni, vari bus navetta che conducono a diversi punti panoramici. Superorganizzato!

E poi notiamo il sentiero che, cartina alla mano, dovrebbe condurci alla vista del Canyon. Siamo talmente presi dal seguire la cartina per capire esattamente in che punto del South Rim ci troviamo che nemmeno ci accorgiamo che dopo pochi passi si apre dinanzi a noi uno spettacolo mozzafiato.

Ci avviciniamo ammutoliti al limite del sentiero che sbocca sullo strapiombo senza alcuna protezione.
Davanti a noi la "cosa" più grande che abbiamo mai visto. Un'emozione indescrivibile di meraviglia, senso di infinito e piccolezza nello stesso tempo. Spariscono i pullman, il vociare dei turisti, le insegne luminose del Mc Donalds di Tusayan. Sparisce tutto di fronte all'immensa bellezza della natura.
E questo è uno dei suoi capolavori.
Mi mancano gli aggettivi idonei.
E' qualcosa di troppo grande per le nostre unità di misura. Mi mancano i termini di paragone, mi mancano le parole, mi manca il fiato.
Non riesco a dire nulla, solo gli occhi reggono la scena.
E il  cuore.
Ho realizzato uno dei più grandi sogni della mia vita.

Verso il Grand Canyon


5 agosto 2011
Verso il Grand Canyon

Verde. Era da un bel po' che non vedevamo questo colore. Finalmente boschi. Imbocchiamo la strada retta che da Williams prosegue verso nord abbandonando la Route 66, diretti a Tusayan, la località dove pernotteremo due giorni per goderci la bellezza del Grand Canyon.
Devo ammettere di aver calcolato bene i tempi delle varie tappe, in fin dei conti si tratta di poche ore di viaggio al giorno con varie soste. Non siamo per niente affaticati. Anche perchè al di là della strada in se' il tempo da dedicare alle singole località è persino troppo rispetto a quel che c'è da vedere. Anche le attrazioni turistiche in questo paese sono diluite nello spazio sconfinato del suo territorio. Appena un piccolo assaggio rispetto a quanto si trova nelle nostre città italiane, nei piccoli borghi, brulicanti di angoli storici antichissimi tutti da scovare per i quali ci si potrebbe perdere giorni e giorni. Qui invece ti viene sbattuto tutto in faccia nel giro di pochi minuti. Per questo apprezzo anche il tragitto, la lunga strada nel nulla che ti conduce a destinazione. E' un vuoto che serve ad amplificare l'emozione della meta. O almeno finora è stato così.
Ma ho grandi aspettative per quest'ultima parte del viaggio, anche se non so esattamente cosa aspettarmi.
Ho visto foto e video a vagonate del Grand Canyon, ho letto e studiato la storia delle sue rocce, ho sognato mille volte le vertigini del suo abisso ma ho come la sensazione che sarà un'emozione superiore a quanto io possa immaginarmi.

Un po' Garcia Lopez de Cardenas, lo spagnolo che nel 1540 partì dal Nuovo Messico alla ricerca di un misterioso fiume di cui parlavano gli indiani Hopi, un po' John Wesley Powell, il maggiore statunitense che alla fine del XIX secolo guidò la prima spedizione scientifica in quest'area (ma un po' più comodamente), anche noi ci troviamo senza rendercene conto sul Colorado Plateau, l'altopiano che il fiume Colorado in milioni di anni ha eroso fino a creare una gola immensa lunga 446 km e profonda fino a 1.600 metri con una  larghezza che varia dai 500 metri ai 27 km.
1.600 metri, più di un chilometro e mezzo di abisso a strapiombo: non riesco nemmeno a immaginare questa grandezza.

Orogenesi, tettonica a zolle...per capire fino in fondo l'origine di questo capolavoro della natura serve una lezione di geografia. Quello che so è che questo è un museo a cielo aperto della storia della terra da 2 miliardi di anni fa in poi. Finalmente troviamo un po' di storia negli Stati Uniti!

E' metà pomeriggio quando raggiungiamo il nostro albergo, il Grand Hotel di Tusayan, uno splendido albergo in stile montanaro, tutto in legno scuro, sul limite della foresta. La signora dell'agenzia ce l'aveva detto che questo era un bell'albergo ma non pensavo a questo punto. Decisamente al di sopra del nostro standard!

Sopra il letto in camera troviamo una boule con ghiaccio e uno spumante non ben precisato. Non è Valdobbiadene Docg, ma non si può essere troppo esigenti.

venerdì 12 ottobre 2012

Una piccola riflessione politica

Mi sento, mio malgrado, parecchio distante dal PD. E non mi sono mancate le occasioni per dirlo.
Non sono mai stata un'iscritta, ne' una fan sfegatata, ma diciamo che nel PD ho sempre visto quella che avrebbe dovuto essere la mia "casa" politica, per vicinanza ideologica e culturale, il partito in cui avrei dovuto riconoscermi "naturalmente" per il mio percorso formativo, cattolico-progressista, social-democratico.
Sono di fatto un'elettrice delusa e mancata del PD.
Il PD ha tradito sul nascere il sogno che doveva interpretare, non riuscendo mai a innescare quel vero distacco dal passato e quella vera opposizione al berlusconismo che avrebbe dovuto incarnare. 
Tutta quella mollezza politica quando era il momento di tirare fuori le unghie non gliel'ho mai perdonata, pur non smettendo mai di sperare in un cambiamento sostanziale capace di riconquistarmi.

Poi tra crisi, governo tecnico e grillini il panorama politico é molto cambiato. E in questi ultimi giorni non si fa che parlare della partita per le primarie tra Renzi, Bersani e Vendola come se dalla vittoria di uno di questi tre candidati dipendesse non solo il futuro del partito ma anche della politica. 
Ancora una volta mi trovo a ragionare in termini di voto utile. Un paio di riflessioni così, banali e superficiali, al di lá delle mie personali intenzioni di voto, che per il momento non riguardano il PD. 

Bersani mi piace, é un politico di esperienza e di spessore, sa parlare in modo chiaro e convincente, ma in lui gli italiani non possono che vedere la sinistra del passato, quella sinistra che non si é opposta sufficientemente a Berlusconi quando era il momento di farlo e che si é sempre mescolata al resto della casta, approfittando dei privilegi senza ottenere alcun risultato nella lotta agli sprechi e alle prepotenze della politica. Non credo sia lui la persona giusta per convincere gli elettori a dare il proprio sostegno al PD alle prossime elezioni politiche.

Anche Vendola mi piace, é un politico di esperienza e di spessore, parla in modo molto idealista e progressista, mi riconosco in molte sue affermazioni, ma per quanto la sua sessualità a me non provochi alcun tipo di problema, temo che come candidato nazionale possa essere penalizzato in questo da quella parte più conservatrice degli elettori che magari non votano tradizionalmente a sinistra ma che, delusi da come stanno andando a finire il PDL e la Lega, magari potrebbero essere persuasi dal votare un tipo come Renzi.

Infatti Renzi potrebbe davvero essere la persona giusta. Mi piace, certo, perché é giovane certo, perché dice finalmente quello che tante persone come me pensano ( cioè che é il momento di un cambio generazionale generale ai vertici). Non faccio l'errore di esaltarlo come fosse il messia della sinistra. Sicuramente in lui ci sono degli aspetti e delle posizioni controverse, ma é proprio in questo che sta la sua forza a livello di eleggibilità nazionale. Rappresenta quel nuovo che in questi momenti di crisi la gente insegue in modo irrazionale, a pelle. Esattamente come fece nel 94. 
Mi chiedo come mai le gerarchie del partito non vogliano approfittare di questa carta, nascondendosi dietro le quinte e continuando il percorso che hanno iniziato. Me lo chiedo e anche mi rispondo: sanno benissimo che non hanno futuro alle spalle di Renzi, lui l'ha detto chiaramente. 

Renzi é accusato di essere troppo sbilanciato verso destra rispetto allo standard del Pd. Ma credo sia anche una questione di generazione. E la nostra generazione é infatti sicuramente molto meno marmorizzata sui tradizionali pilastri della cultura politica della sinistra. Basti pensare al mondo del lavoro, nel quale abbiamo perso tutti i nostri diritti e per il quale ora siamo disposti ad accettare condizioni moooolto "liberaliste" pur di lavorare... Una maggiore apertura al dialogo sui temi classici della destra liberale, cosa di cui accusano Renzi, non é un peccato mortale, ci sono molti aspetti (penso ad esempio il famigerato art 18...) sui quali ci sono secondo me molti margini di discussione. Oggi una maggiore apertura non può che essere la carta vincente per andare a raccogliere consensi in quel micidiale centro moderato dove pare che si affossino gli italiani tra un ventennio e l'altro.

Indipendentemente dalle mie opinioni personali posso affermare quindi che a livello strategico Matteo Renzi potrebbe essere la persona giusta a rappresentare quel poco di cambiamento necessario alla politica monolitica del Pd. Quel poco di rinnovamento sufficiente a contrastare l'ondata dei grillini che - preparatevi- supererá ogni aspettativa.
A dir la verità non mi auspico un governo grillino ( anche se per me non regge l'argomento classico anti-grillino che cioè si tratta di ragazzi impreparati e digiuni alla politica: perché la Minetti, la Carfagna o Calderoli lo erano??). Condivido la maggior parte dei punti del programma del Movimento a 5 Stelle (a proposito, l'avete mai letto?) ma non vorrei vederlo al governo. Sarebbe come ammettere la sconfitta definitiva della politica tradizionale. Forse é quello che ci vuole, ma forse anche no, o almeno non cosi, non ora. Sono un po' rivoluzionaria, è vero, ma alla fine non auguro mai le rivoluzioni, perchè implicano la violenza. Preferisco i cambiamenti graduali dall'interno. E infatti spero sempre che la loro propositivitá e la loro spinta al cambiamento venga raccolta dai partiti istituzionali come occasione di rinnovamento profondo. Illusa. Forse però non mi dispiacerebbe vedere qualche grillino al parlamento, potrebbero bastarne una manciata per vederne delle belle. 

O forse sono solo troppo sognatrice e mi illudo ancora una volta che una qualche svolta sia ancora possibile, che esistano ancora dei politici illuminati che hanno a cuore l'interesse pubblico e la legalità, che non intraprendano questa strada solo per prestigio personale e per rubare meglio....

Ho una concezione troppo elevata della politica, quella vera, con la P maiuscola per arrendermi e per non sperare in un cambiamento. Un cambiamento che forse, facendo le mosse giuste, potrebbe essere il PD a guidare, insieme ai suoi ipotetici alleati. O che altrimenti sarà necessariamente in mano ai grillini, o a una rivoluzione. 

Io mi chiedo da che parte voglio stare. E non ho ancora deciso. 
Intendo se fare una rivoluzione oppure no...


p.s. non cito minimamente PDL, Lega o UDC come luoghi del cambiamento e non serve spiegare il perchè...




lunedì 3 settembre 2012

HoneyUSA: Inside Cars





5 agosto 2011
Kingman-Hackberry - Peach Springs - Williams -Tusayan (Grand Canyon)

Ci troviamo nel bel mezzo di Cars, il film di animazione della Disney ambientato in una cittadina (Radiator Springs) che vive la sua gloria, il suo declino e la sua rinascita lungo la Route 66. Cioè, non ci troviamo nel film, ma in quel tratto di strada di cui il film parla.
Per arrivare fino a Williams dove prenderemo il bivio che ci condurrà verso nord al Grand Canyon ci sono due strade: una è l'Interstate 40, l'autostrada che prosegue l'itinerario fatto finora in linea retta lungo il deserto, l'altra è uno dei tratti ancora intatti della route 66 che serpeggia armoniosamente lungo i pendii della vallata vicina. Allungheremo la strada solo di una mezz'oretta e optiamo per immergerci nella storia di questa gloriosa strada americana.
Sulla guida parlano di graziose cittadine frequentate da nostalgici, caratteristici store e bazar pieni di cianfrusaglie ispirate alla Route 66. Ho seguito la traccia di questo tratto su google maps, ho segnato le varie stazioni...Siamo troppo curiosi.
La strada continua ad essere sempre semideserta ma quando imbocchiamo la deviazione per Hackberry iniziamo a preoccuparci: siamo sicuri che questo tratto di strada sia ancora percorribile e che non finiremo impantanati nella sabbia dispersi nel deserto?
Non c'è nessuno, ma proprio nessuno. Eppure l'asfalto non è preso malissimo, quindi vuol dire che la strada è aperta, che ci passa qualcuno ogni tanto.
Localizzo lassù a metà del pendio arido una roulotte isolata. Dio mio, ma non ci abiterà mica qualcuno?
Ne vediamo diverse, sempre isolate, qua e là.
All'improvviso sulla sinistra appare una baracca. Deve essere il celebre Hackberry General Store, una specie di museo a cielo aperto della Route 66, che conserva intatto tutto lo spirito della vecchia Mother Road. Parcheggiamo. Non c'è nessuno. Davanti c'è una vecchia pompa di benzina vintage con tanto di cartello cigolante nel silenzio surreale. Una vecchia ford nera arrugginita giace a un lato della baracca, una corvette arancione luccica sull'altro. Varie insegne degli anni '50, un vecchio frigorifero. Molto suggestivo.
Ci godiamo il cigolio dell'insegna Coca Cola finchè non ci raggiunge una carovana di Harley rombanti.
Invidiaaaaaaaaaaaaaaa.

Ripartiamo alla volta di Peach Springs, la cittadina alla quale i creatori di Cars si sono ispirati per ambientare il loro capolavoro di animazione. E non la troviamo. Sulla cartina ci risulta superata ma non abbiamo visto nessuna città da chilometri. Ritorniamo indietro perchè forse quelle due case ....
Infatti, Peach Springs erano proprio quelle due case.
In questo tratto la Route 66 sembra essere rimasta quella degli anni '50, tutto è intatto, tutto è immobile.
Ma è deserto, desolato. Amaro.
Proseguiamo dritti fino a Williams dove pranziamo in uno splendido locale sulla strada tutto anni '50, il -
Williams Twister Soda Mountain & the Route 66. 96 km a sud del Grand Canyon Williams è la stazione di partenza del treno che porta al Canyon (GRAND CANYON RAILWAY). Celebre per ristoranti e motel nostalgici, il nome Williams deriva da Bill Williams (1787-1849) uomo di montagna e cacciatore di pelli che visse per un periodo insieme agli indiani Osage nel Missouri. La città si sviluppò intorno alla ferrovia che arrivò verso il 1880 e quando fu costruito un raccordo con il South Rim Williams divenne un centro turistico. Alla fine degli anni 50 era una popolare area di servizio sulla route 66. La città conserva l’atmosfera della frontiera e gli abitanti indossano ancora il cappello da cowboy.
Io indosso i miei stivali texani. Finalmente nel loro habitat.

Sbricio nei negozi di souvenir ma faccio fatica a trovare qualcosa che non sia Made in China e per principio non compro nulla.

giovedì 30 agosto 2012

HoneyUSA: Metriotes

Metriotes
4 agosto 2011 Kingman

Tutta colpa della metriotes, penso. Antiche reminescenze del ginnasio affiorano insieme alle rocce a bordo strada. Tutta colpa del silenzio. Il mio cervello viaggia più veloce di questa Nissan Versa. Ci stiamo avvicinando a Kingman.
Metriotes, che sia quella parola che tanto amavo scrivere nel diario in quei veraci caratteri greci ad avermi immunizzato al contagio del sogno americano?
Metriotes, cioè la moderazione, l'equilibrio, il senso della misura... non sono l'esatto opposto di quell'esagerazione smisurata che sembra caratterizzare ogni cosa in questo smisurato paese?
E sarà forse quella mia razionale ricerca continua di equilibrio a rendermi così insofferente nella società americana che è tutto tranne che equilibrata?
Ci troviamo nel bel mezzo di un'icona di quell'American Dream che da New York a Hollywood attira da secoli come una calamita sognatori in cerca di un'occasione da ogni parte del mondo. Anch'io ho sognato di essere qui, di indossare stivali texani e godermi il vento in faccia lungo la Route 66.
Indosso i miei stivali texani (realizzo solo ora che hanno 15 anni questi stivali!), mi godo il vento in faccia ma  mi sento immune, pur essendo stata attirata fin qui. Mi sento affascinata ma protagonista. Mi sto facendo un'idea tutta mia di questo posto, sto perfezionando i contorni delle immagini accumulate nella mia mente con la tv.
O forse è solo disincanto? 
Respiro la  limpida magnificenza del paesaggio, mi inebrio di questi spazi aperti e dei loro colori, del loro silenzio. Eppure non mi sento trascinata nel vortice. Ogni chilometro in più che faccio mi sento più europea, più italiana. Mi sento come se stessi ricomponendo un pezzo alla volta quello che ero seduta in quella sedia al quarto piano del Palazzo Bollani, quando feci conoscenza degli amici indiani.
Le mie solite seghe mentali.

Il volantino dice "Kingman: the heart of Route 66", mi aspettavo una cittadina caratteristica e accogliente, invece non è che la solita distesa di monotone e modeste casette in fila, spaccata a metà da una strada ampia.
Ricordo che nella guida si raccomandavano tanto di trovare un albergo lontano dalla stazione poichè questa è anche un punto di snodo importantissimo per la Pacific e l'Atlantic Railroad. Fortunatamente il nostro albergo si trova a debita distanza dallo sferragliare di rotaie e treni merci.
La cittadina di Kingman si trova in effetti nel cuore della mitica Route 66, che la attraversa in pieno. In realtà il tratto di Route 66 che attraversa Kingman non si chiama Route 66 bensì "Andy Devine Avenue" in omaggio all'attore Andy Devine che era originario del luogo.
Troviamo un volantino turistico della città nella hall dell'hotel: sembra essere una location molto frequentata dai turisti considerando la quantità di iniziative e attrattive pubblicizzate. C'è persino un museo dedicato alla Route 66 ma purtroppo lo troviamo chiuso. In attesa che si faccia ora di cena decidiamo di visitare il Locomotive Park che altro non è che una vecchia locomotiva gigantesca adagiata su un prato verde. Un paio di foto di rito sulla locomotiva e davanti al cartello che indica Route 66 e poi un tuffo nella piscina dell'hotel.

Ceniamo in una nota steak house lì vicino dove servono bistecche gigantesche ( e a detta di Marco buonissime) e per fortuna anche panini vegetariani.

Kingman non è niente di che, ma forse è giusto così. Se la protagonista è la Strada, la Mother Road, le cittadine che la toccano sono solo delle tappe anonime, devono stare in secondo piano. Se il sogno americano deve spingere le persone a proseguire la strada non deve esserci niente a farti desiderare di restare, no?

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui


sabato 18 agosto 2012

HoneyUSA: Needles


Needles
4 agosto 2011, Los Angeles-Kingman


Barstow è alle nostre spalle da poco e sulla destra incrociamo il cartello che segnala l'ingresso nello stato dell'Arizona, con quella stella al centro e raggi rossi e gialli su un piano blu. Un'emozione. Siamo davvero in Arizona! Wow!!!
Cantiamo a squarciagola "Arizona wait meeee I'm coming' hoooome" come se non fossero passati 15 anni dall'ultima volta. Mitici Fragile...
Ah che bei ricordi, le nostre prime suonate insieme... L'avremmo mai immaginato 15 anni fa di arrivare a questo punto? Mah, forse io si, o almeno era quello che sognavo e talvolta i sogni si avverano!

Cambiato stato: dalla California all'Arizona ma diciamoci la verità, non è che cambi granchè: per ancora un centinaio di chilometri la lunga strada nel deserto continua a serpeggiare come ha fatto finora. Ma è comunque un sogno: la meta più desiderata del nostro viaggio è proprio qui, a pochi giorni di distanza!

Sulla nostra destra compaiono delle rotaie e dei lunghissimi treni merci dalle locomotive arancioni accompagnano il nostro tragitto susseguendosi frequentemente. Avranno un centinaio di carrozze! E chissà che cosa contengono! Qui su queste rotaie scorre il benessere americano: merci imbarcate in Cina attraversano l'intero continente e magari poi vengono nuovamente imbarcate verso l'Europa. Qui su queste rotaie in qualche modo scorre anche la globalizzazione di cui ci cibiamo quotidianamente anche a casa nostra... E pensare che queste rotaie, simbolo di benessere economico e commerciale sono state, dal punto di vista dei nativi americani, anche il simbolo della sopraffazione dei bianchi, strumento acceleratore del progresso come della sconfitta dei popoli autoctoni. E noi che corriamo su questo asfalto non siamo da meno. Sono consapevole che abbiamo scelto di fare un viaggio molto poco ecosostenibile e forse anche poco coerente con alcuni miei principi, ma dovevo farlo per chiudere il cerchio di questa storia e sono sicura che alla fine ogni tappa assumerà il giusto significato.

Deserto, e ancora deserto, finchè arriviamo alla cittadina di Needles, adagiata nella Mohave Valley che se la si vede nella mappa sembra un'oasi verde nella desolazione più arida dell'Arizona. E noi, forse un po' ingannati da quella macchia di colore ci aspettiamo di trovare una meta di ristoro. Fermiamo la Nissan Versa, che è ancora incredibilmente ineccepibile e parcheggiamo davanti a un market, al sole perchè non c'è neanche uno straccio di ombra. Facciamo per scendere dalla macchina ma un'ondata di calore ci sbatte in faccia come uno schiaffo. Un caldo impressionante, ma davvero impressionante. Una sensazione che non avevo mai provato, come di schiacciamento a terra. Un peso. Ci guardiamo stralunati e corriamo (letteralmente) dentro il market. Lo solita aria condizionata a palla non ci fa passare la sensazione inedita. 
Ma che è? 80 gradi?
Dimenticavamo forse di essere ancora nel cuore del deserto.
Peccato che la Nissan Versa su cui viaggiamo non disponga del dispositivo di rilevamento della temperatura esterna. Non sapremo mai quale sia la temperatura.

(E invece si: qualche giorno dopo avremmo scoperto leggendo un giornale del posto che in quei giorni di inizio agosto la cittadina di Needles registrava le temperature più elevate dell'intero Paese con una media di 50 gradi centigradi. E noi abbiamo provato l'ebbrezza...).


mercoledì 8 agosto 2012

HoneyUSA: Indiani o Cowboy?


4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman

Cartolina di Barstow nel 1920
Ripartiamo da Calico. In pochi minuti siamo di nuovo a Barstow e senza passare per il centro ce ne allontaniamo per imboccare l'Interstate 40 diretti a Kingman dove ci fermeremo per la notte. Ci attendono altri 230 chilometri di deserto prima della prossima fermata a Needles e poi ancora un altro centinaio di chilometri fino a Kingman. Riprendo in mano il libro di Zucconi dove l'avevo lasciato. Avevamo appena letto la storia del massacro dell'Acqua Azzurra, nei dintorni di Fort Laramie (Wyoming), dove nel 1955 furono massacrati tra indescrivibili atrocità 170 Sioux e fatti prigionieri altri 76.

Tra coloro che sopravvissero e non furono catturati c'era anche un ragazzo di circa 12- 13 anni che si era allontanato dagli amici per cacciare un cerbiatto e che rientrando per cena al villaggio scoprì di aver perso gli amici e i parenti nella carneficina. Quel ragazzo era soprannominato Riccetto a causa della capigliatura insolitamente riccia per un Lakota, ma sarebbe stato conosciuto più tardi con il nome di Crazy Horse, Cavallo Pazzo.
La sua leggendaria storia di eroica resistenza allo sterminio da parte dell'Uomo Bianco iniziò proprio con queste vicende.
I capi superstiti del massacro discussero a lungo sul da farsi: p. 54 "I guerrieri volevano battersi, gridando che se l'anno prima avessero potuto spazzare via il forte sguarnito questa strage non sarebbe successa, che i Uas'ichu (i bianchi) avevano aggredito un villaggio in pace e parlavano come sempre con lingua doppia, accusando di un'aggressione loro che invece l'avevano subita" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).

Man mano che negli anni ho letto libri sulla storia dei nativi americani mi ha sempre maggiormente tormentato una domanda: avrebbero forse potuto reagire in altro modo gli indiani all'invasione della propria terra? Hanno forse sbagliato strategia difensiva? Potevano forse evitare i massacri, magari rifiutando loro per primi la violenza? O forse avrebbero dovuto al contrario combattere di più, molto prima e senza troppi scrupoli contro l'invasore e fermare i bianchi quando erano ancora poche centinaia nelle colonie della costa Est? O forse era un destino inevitabile quello di soccombere alla superiorità tecnologica degli europei? In fondo nella storia è sempre stato così, e così è nella natura: sopravvive il più forte, il più furbo, quello con strumenti e tecnologie più potenti... Ecco perchè ho sempre tifato per le vittime della storia e non ho mai potuto sopportare i potenti.


Da pacifista qual sono sempre stata mi viene difficile appoggiare qualsiasi lotta armata. Ma gli indiani mi hanno sempre messo in discussione.
E infatti sono curiosa di continuare a leggere la storia di Crazy Horse, nella speranza di avere finalmente un'idea chiara sulla questione indiana. Leggerla mentre attraversiamo questi territori deve avere un significato più profondo. Non è qui in Arizona che sono ambientati i fatti dei Sioux, ma anche qui ci sono stati episodi di conflitto e massacri, anche queste montagne hanno potuto assistere al drastico cambiamento di civiltà dominante, ne hanno indubbiamente pagato il prezzo.
E io, vissuta nell'800 americano, come mi sarei schierata? Al fianco di chi avrei difeso i miei ideali? Avrei creduto più nel progresso o nella difesa delle tradizioni dei nativi?


Mi faccio queste domande da quando avevo 14-15 anni, nella mia cameretta avevo appeso un acchiappasogni e guardando le puntate della Signora del West, mi identificavo nella idealista Dr Mike, la mia unica vera eroina di sempre. Oggi che di anni ne ho 30 continuo ad identificarmi nella stessa eroina ma con quel po' di disincanto in più che mi è stato regalato dalla vita e dalle esperienze. Ci credo ancora all'idilliaco paesetto del west che nel telefilm si chiama Colorado Springs? No proprio.

La visita a Calico mi ha fatto vedere le cose ulteriormente da un'altra angolatura. La vita della frontiera non era così paradisiaca come sembra nei telefilm (che essendo fatti da americani non possono essere certo troppo critici con quella che è la loro storia). In questi villaggi polverosi ed isolati si lavorava come muli, nelle peggiori condizioni igieniche e in un clima di generale anarchia, che significa la legge della jungla. Posti come Calico erano abitati da gente senza radici, migranti in cerca di fortuna, miserabili, ladri e criminali di vario genere, persone che cercavano di fare affari per costruirsi una vita migliore un po' come potevano. Ne veniva fuori una comunità variegata talvolta integrata e solidale ma molto spesso chiusa e in conflitto, dove ciò che mancava di più era una storia nella quale identificarsi. In fondo la "storia", per molti americani, è proprio questa.
Se la sono costruita alla meno peggio come quella cittadina arrampicata sulla montagna brulla di Barstow, quattro baracche di legno trasformate in museo esattamente come hanno trasformato in gloriosa una storia tragica e di sopraffazione, in progresso ciò che è stato genocidio.
Marco continua a guidare, io continuo a leggere a voce alta. Il paesaggio si fa terribilmente bello e monotono. E io mi sento sempre più parte di questa natura, di questa terra e della sua storia: in qualche modo protagonista, in qualche modo complice, in qualche modo colpevole.


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martedì 31 luglio 2012

HoneyUSA: Calico Ghost Town

4 agosto 2011: Los Angeles-Kingman

Calico Ghost Town. Una strada isolata nel deserto si allonta appena da Barstow rendendo man mano più visibile quella grande scritta bianca sulla montagna, a mò di Hollywood: Calico, la scritta deve essere fatta di sassi bianchi. Tanto triste come cosa. Un carretto dipinto a colori pastello dà il benvenuto all'ingresso di un ampio parcheggio assolato. Ingresso 6 dollari a testa. Vabbè. 
Calico non è in verità una reale ghost town ma una realistica ricostruzione di quella che doveva essere la minuscola cittadina mineraria arrampicata sulla brulla montagna desertica fondata nel 1881 e che nel giro di qualche decennio, dopo aver raggiunto i 3500 abitanti, si è velocemente spopolata arrivando a contare 5 residenti. 
Negli anni '50 un certo Walter Knott scoprì questa cittadina ormai quasi fantasma e decise di trasformarla in un museo vivente di quella che era stata la vita di numerose cittadine gemelle nel Vecchio West di fine '800.

Calico era una città mineraria. Quassù vi arrivarono alcuni minatori e definirono questa località "calico-coloured", cioè variopinta, variegata, per la bellezza delle sfumature delle rocce arancio. Vi trovarono una vena d'argento e presto la città crebbe con un suo ufficio postale, un giornalino settimanale, hotel, negozietti, una scuola, la chiesa, uno sceriffo e persino due dottori. L'apice si ebbe nel 1890 quando si scoprì anche una vena di Borace e arrivarono minatori da tutto il paese con l'apertura di centinaia di miniere nei dintorni. Ma è nello stesso anno che il prezzo dell'argento subì un pesante crollo e l'attività di Calico fu drasticamente ridimensionata, portando un conseguente importante spopolamento. Così velocemente come era cresciuta Calico improvvisamente divenne una città fantasma.


Entrando per la via principale (l'unica!) si ha l'impressione di essere nel villaggio West di Gardaland, ne' più ne' meno. Mancano solo la musichetta di sottofondo e i gadget di Prezzemolo.Però, pur sapendo che si tratta di una ricostruzione, la cosa ha un certo fascino. C'è il saloon, dove è stato allestito un ristorante, con un bel portico in legno e delle sedie a dondolo su cui ci sediamo all'ombra. Tra i vari negozietti di souverin c'è anche una abitazione-museo che racconta la storia di quella che è stato il personaggio simbolo di questa cittadina: Lucy Lane, una donna che visse a Calico per 70 anni. Lucy Lane arrivò a Calico con la famiglia quando aveva circa 10 anni e a 18 sposò John Robert Lane il quale aprì il general store della città. Nel periodo del declino di Calico la coppia se ne andò per qualche anno per poi ritornare definitivamente. John Robert morì nel 1934 ma Lucy Lane visse fino al 1967, all'età di 93 anni, sempre a Calico. 


Con il sovrapprezzo di 1 euro è possibile anche visitare una miniera. Poche centinaia di metri dentro la roccia in uno stretto cunicolo da percorrere a piedi dove ogni tanto ci sono dei pupazzi che simulano la vita dei minatori. Vitaccia. Poi c'è il trenino, la scuola e uno spazio dove fanno giochi per bambini.
Il paesetto finisce con la fine della strada. Fa un caldo secco e ventilato. Altri turisti stanno passeggiando divertiti, tra cui anche un gruppo di italiani che fanno un casino pazzesco. Come al solito. 
6 dollari forse sono un po' eccessivi, col senno di poi, però la visita meritava. Il panorama è spettacolare, le rocce qui intorno sono splendide e la cittadina ben ricostruita. Ma l'ebbrezza della vita nel villaggio del West non mi coglie neanche un po'. Anzi. E non invidio neanche un po' la signora Lucy Lane che ha passato tutta la vita arrampicata su queste montagne brulle a vendere scatolette ai minatori...

giovedì 26 luglio 2012

HoneyUSA: Il Casus Belli della Soluzione Finale indiana

4 agosto 2011, Los Angeles-Barstow
I capi Cheyenne e Sioux che firmarono il trattato di Fort Laramie 1851 
(Spotted Tail, Roman Nose,
Old Man Afraid of His Horse, Lone Horn, 
Whistling Elk, Pipe, and Slow Bull)
Lontano da questo deserto, più a nord-est, nel 1842, un primo convoglio di 100 carovane partì dalla cittadina di Indipendence sul Missouri, un affluente del Mississippi, diretto ad ovest, tracciando per la prima volta quello che poi divenne il Sentiero dell'Oregon.
Fu allora che ebbero inizio nel West i primi scontri tra disperati immigrati europei, irlandesi, tedeschi, polacchi o scandinavi, in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo, e i fieri padroni di casa che vedevano inspiegabilmente invadere la loro sacra terra nativa e attaccavano le carovane razziando e talvolta uccidendo i coloni. Nessuno aveva chiesto loro il permesso di passare, anzi. Era del tutto evidente che l'Uomo Bianco si credeva padrone di quella terra e vi transitava ignaro e pure con una vena di arroganza e di superiorità.

Di fronte ai ripetuti attacchi indiani i migranti chiesero la protezione dell'esercito, le Giacche Blu, i soldati federali. La Casa Bianca, per tenere a tacere le lamentele dei coloni, che erano elettori marginali, avevano risolto la questione concedendo qualche reparto di Cavalleria e costruendo qualche forte di legno. 
E soprattutto convincendo gli Indiani del territorio a firmare un trattato nel 1951 a Fort Laramie nel quale alcuni capi Lakota Sioux si impegnarono a consentire un passaggio indisturbato alle carovane dirette altrove e per nulla interessate a stabilirsi in quelle praterie deserte in cambio di un'inviolabile garanzia di sovranità sul territorio e di viveri, coperte e denaro. Sembrava un affare da tutti i punti di vista. 
E probabilmente il Governo degli Stati Uniti avrebbe continuato ad ignorare la questione se non fosse accaduto un episodio, uno di quegli episodi che ogni tanto si studiano sui libri di storia come la "miccia" che scatena un inferno ben più grande, il casus belli che ha portato alla definitiva condanna dei nativi Nord-Americani, la Soluzione Finale di quello che è considerato essere dagli storici contemporanei il più grande genocidio della storia dell'umanità.

Casus belli è quello che accadde per la Prima Guerra Mondiale con l'attentato di Sarajevo dove morì l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria, erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico insieme alla moglie Sofia, uccisi nel 1914 per mano del rivoluzionario Gavrilo Princip. Diciamo un pretesto che viene usato dai belligeranti per giustificare un attacco che in realtà ha ben più pofondi motivi...
E il casus belli delle ultime guerre indiane fu infinitamente più stupido. Dannatamente stupido.

Continuo? ci provo. Si si continua! Mi risponde Marco, ormai preso dalla storia più che dalla noiosa guida nel deserto. Leggo a voce alta: "p. 35 Era accaduto che la vacca di un pioniere della setta religiosa protestante dei Mormoni, in viaggio anche lui lungo il sentireo dell'Oregon, arrivata alle porte di Fort Laramie si fosse improvvisamente spaventata ed imbizzarrita, all'udire le grida di un gruppetto di ragazzi Lakota che giocavano alla guerra correndo sui loro piccoli ponies. Nella sua corsa cieca la vacca aveva travolto un tipi, infilzato con le corna panni stesi ad asciugare, terrorizzato vecchie intente a cucire, travolto culle di bambini che dormivano e divertito moltissimo i ragazzi del villaggio che la inseguivano correndo e strepitando, dunque eccitando ancora di più la povera bestia. Finalmente un Mineconju, un indiano di un'altra delle sette tribù Lakota ospite per caso di quel villaggio Brulè, un tale chiamato Fronte Alta, si era stancato di tutto quel casino, aveva imbracciato il suo schioppo e aveva abbattuto l'animale. Visto che la mucca era comunque morta e gli indiani non sprecavano mai niente di commestibile, le donne l'avevano immediatamente scuoiata e cucinata, scoprendo con grande disappunto che la povera bestia, dopo giorni e giorni di cammino, era magari e dura come un vecchio mocassino bollito" (Gli spiriti non dimenticano, Vittorio Zucconi).

Situazione apparentemente comica. Ma non lo fu. Il mormone proprietario della vacca si infuriò a tal punto da costringere il maggiore Fleming di Fort Laramie a inviare, per trattare con il capo villaggio per a consegna del colpevole Fronte Alta, un distaccamento dei suoi soldati peggiori guidato da un certo tenente Grattan, uno sbarbatello al primo incarico e, come si diceva nel gergo, pieno di "Piss and winegar", ovvero "piscio e aceto", furia e acida ambizione. 
Inutili furono le trattative con Orso che conquista, il capo del villaggio dove la vacca aveva concluso la sua fuga, che si era offerto di ripagare l'animale per evitare conflitti e soprattutto scongiurare la mancata consegna dei viveri promessi con il trattato di Fort Laramie. La richiesta di consegna di Fronte Alta non poteva essere esaudita poichè Fronte Alta era un ospite del villaggio e su di lui Orso che conquista non aveva alcuna autorità. Grattan stava perdendo la pazienza. L'interprete, un mezzosangue già ubriaco fradicio pur essendo mattina, iniziò a urlare al drappello di guerrieri che avevano accompagnato il loro capo "Sioux merdosi e vigliacchi, mia madre lo diceva sempre che siete una banda di porci, vi ammazzerò tutti e vi mangerò il cuore". I guerrieri risposero con urla di guerra. Orso che conquista tentò di trattenerli e di far ragionare il tenente ricordando che non aveva senso combattere data la superiorità numerica dei suoi guerrieri rispetto ai soldati. Ma le sue parole stuzzicarono il "piss and winegar" di Grattan il quale diede l'ordine di aprire il fuoco. Fu una carneficina: sul campo caddero il drappello militare, 28 giacche blu, compreso il comandante, e una dozzina di indiani, compreso Orso che conquista. Sopravvisse solo una giovane recluta tedesca che si trascinò fino al forte e fece appena in tempo a raccontare l'accaduto al maggiore Fleming prima di morire per le ferite. 

Il resto della storia è facilmente immaginabile. Il maggiore Fleming parte con una spedizione di uomini diretto al villaggio per vendicare la morte dei suoi uomini e il tutto si conclude, nonostante i tentativi pacificatori dei capi villaggio, con il primo freddo massacro dell'intera tribù, con donne e bambini fatti a pezzi, e che verrà ricordato come il Massacro dell'Acqua Azzurra, dal nome del torrente vicino a cui era accampato il villaggio. E' questo il primo espisodio, ahimè non l'ultimo, della Soluzione Finale Indiana. E tutto per colpa di una stupida mucca.

Chiudo il libro. "Assurdo, assurdo" commento, mentre entriamo nella cittadina polverosa di Barstow per fermarci a fare benzina e far riposare la nostra japo che fino ad ora si è comportata benissimo. Entriamo nel market della pompa di benzina, dentro ci sono tre-quattro persone obese e malconce e aria condizionata a palla. Cerco qualche bibita fresca, magari un tè.. Nel frigo ci sono solo bottiglioni da due litri dal colore fluorescente con nomi sconosciuti e per niente invitanti. Idem con il reparto patatine. Cerco inutilmente qualcosa di sano. Ma niente da fare. Vendono carne secca in barrette, arachidi, caramelle gommose. 5 minuti qua dentro e sono già del tutto congelata.
Là fuori la cittadina è adagiata in una valle brulla che si trova esattamente a metà strada tra Los Angeles e Las Vegas. Ma il nostro itinerario non prevede alcuna visita a Las Vegas. Riprendiamo la macchina diretti a Calico, a una manciata di chilometri dal centro. Nella guida la descrivevano come una delle ultime "Ghost Town", una città fantasma, un vecchio centro minerario conservato alla perfezione come un museo a cielo aperto di quella che doveva essere la vita nel "Far West" nell'800. Proprio in quegli anni in cui si svolgevano i fatti del nostro libro, ma dall'altra parte del "fuoco", dalla parte dei coloni in cerca di fortuna.

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giovedì 12 luglio 2012

HoneyUSA: Il Sentiero dell'Oregon


(HONEY USA, 4 Agosto 2011: Los Angeles - Kingman)

Continuo a leggere il libro di Zucconi (Gli Spiriti non dimenticano).
"Marco continuo?" Un cenno muto con la testa. Forse vuol dire che non gli dispiace.

"p. 31 (...) Perchè mai l'esercito degli Stati Uniti e quelle tribù, la cui esistenza era a mala pena nota ai bianchi appena qualche anno prima, fossero arrivati alla vigilia di una guerra nel 1955, era qualcosa che ne' il Colonnello (William Harney, nda), ne' gli indiani avevano capito bene".

Ecco, questo sì che è sempre interessante: perchè mai si arriva a una guerra? Ho sempre adorato studiare le cause delle guerre, chissà, forse nella speranza di capire come si sarebbero potute prevenire... E capire come sia potuto succedere lo sterminio di una popolazione di milioni di indigeni in poco meno di cento anni è decisamente fondamentale per capire la storia americana e in generale la storia contemporanea occidentale. Sono sempre stata convinta che all'origine di tante scelte e strategie di politica internazionale ci sia sempre un ancentrale motivo legato alle basi della propria storia. Così come per noi lo sono più direttamente la storia romana, la civiltà greca e il cristianesimo, così per gli americani i fatti del 1800 in questi territori devono essersi sedimentati in profondità costruendo inconsapevoli ideologie e attitudini di pensiero.


Zucconi racconta che da quel 1804 della prima spedizione governativa di Lewis e Clark mandata dalla Casa Bianca fino al Pacifico agli anni 50 dell'800, indigeni e immigrati nelle pianure si erano guardati a distanza con una certa reciproca indifferenza e disprezzo. Ma senza alcun importante episodio conflittuale. I conflitti con gli indiani ovviamente vi furono fin dall'inizio dell'invasione del Nuovo Mondo sulla costa Est del Nord America, lì dove gli europei si radicarono maggiormente e proseguirono sanguinolenti anche fino a fine '700. (Per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_indiane)

Ad Ovest, nelle praterie, fino a metà '800 i nativi invece sopravvissero quasi del tutto indisturbati per precipitare velocemente in guerra nel giro di pochi decenni.

Tutto cominciò quando venne aperto il sentiero dell'Oregon, la via che dal Mississippi conduceva al Pacifico attraversando le sconfinate praterie territorio degli indiani nativi che lì avevano vissuto per millenni basando la loro civiltà e sopravvivenza sul caratteristico bisonte.
Una semplice rotta disegnata su una mappa che ritraeva agli occhi dei miserabili contadini europei un continente sconfinatamente libero. Quanto basta per scatenare una guerra. Ma chi cavolo aveva detto che quella terra era libera?

Chiudo il libro e guardo fuori. Sempre lo stesso paesaggio lunare. Dovremmo essere quasi arrivati a Barstow, la nostra prima vera e propria fermata nel deserto. Continuo a pensare a come noi europei siamo andati sempre in giro per il mondo come fosse casa nostra, a sottomettere e ad ammazzare popolazioni intere. Con che diritto? Con che convinzione di superiorità? E se gli europei avevano all'epoca il diritto di cercar fortuna altrove, lontano dalle carestie e dalle guerre, perchè allora non dovrebbero averlo ad esempio oggi gli africani?
Domande, domande. Amo e odio follemente la storia.


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mercoledì 11 luglio 2012

HoneyUSA: Mojave Desert


4 agosto 2011 Mojave Desert

Profili di montagne antiche dai colori sbiaditi, rocce rossastre dalle forme insolite, lisci pendii che si allungano a valle, ciuffi radi di piante grasse impolverate. Ma soprattutto la strada: una infinita lingua d'asfalto adagiata tra le rocce, lì come per sbaglio, che si perde all'orizzonte. Distanze alle quali non siamo abituati. Deserto a perdita d'occhio.

Il Mojave Desert si estende per circa 38.000 kmq nell'entroterra a un centinaio di km da Los Angeles. E' un altopiano con numerosi bacini salati e precipitazioni scarsissime ma nonostante l'aridità ci sono circa 2000 specie vegetali che si sono ambientate e sopravvivono in queste condizioni climatiche. In quest'area ci sono anche molti giacimenti minerari (tungsteno, oro, argento, ferro, borace, potassio e salgemma) e pure delle basi militari, come ad esempio la base aerea militare Edwards AFB, luogo di atterraggio alternativo a Cape Canaveral per gli Shuttle in rientro dalle missioni spaziali. All'interno del Mojave Desert si trova il punto più basso e caldo del Nord America: la Death Valley (-89 metri sotto il livello del mare). Purtroppo non ci potremo andare perchè in agosto la Valle della Morte è chiusa per ovvi motivi di eccesso di calore...

Viaggiamo con l'aria condizionata, come consigliato da tutte le guide e i siti internet. Ogni tanto incrociamo dei grandi tir che sfrecciano (ma neanche troppo) lunga la strada semideserta. Ai lati della strada solo deserto, sassi, polvere. Lontano dei piccoli vortici sembrano danzare per la valle. Uno ci attraversa in pieno lasciandoci fortunatamente indenni e solo appena scossi nella corsia assolata. Pezzi di copertoni di tir a bordo strada.

Incrociamo nella corsia opposta un tir con il motore in fiamme accostato sulla destra, uno spaventoso fumo nero che si innalza fino al cielo, l'autista che parla al cellulare (speriamo) con i soccorsi.

Ci guardiamo. Segno della croce. E speremo ben.

Se dovesse bloccarsi per qualche motivo la nostra auto in mezzo al deserto saremmo spacciati. Dai piccola japo, ce la puoi fare - la incoraggiamo.

Proviamo ad accostare pochi minuti per lasciar raffreddare il motore e per raccogliere un po' di sabbia - ricordo per la collezione di mio padre. La temperatura esterna è indescrivibile. Resistiamo solo pochi minuti e poi ci rimettiamo in marcia diretti alla prossima tappa Barstow.

L'Interstate 15 come l'interstate 40 è una doppia lingua di asfalto che serpeggia nel deserto, una doppia corsia in andata e una doppia corsia in ritorno separate da un'ampia striscia di terra centrale. Entrambe costruite verso la fine degli anni '40 andando a sostituire la vecchia Mother Road, la Route '60, usata negli anni '20 per raggiungere la nascente Los Angeles e diventata negli anni un'icona del viaggio americano. Non c'è illuminazione, non ci sono guard rail ma solo appena qualche cartello con l'indicazione delle miglia che distano dalla prossima città. Sempre troppe. Tutto intorno nulla e nessuno. Una sensazione insolita di solitudine, piacevole a dir la verità, dopo il caos delle metropoli e i grattacieli. Finalmente il viaggio assume dimensioni umane, dimensioni naturali.


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venerdì 6 luglio 2012

HoneyUSA: partenza da Los Angeles, direzione Barstow

USA CAR TOUR California-Arizona


HONEY USA, 4 Agosto 2011: partenza da Los Angeles direzione Barstow

Los Angeles. Chiudiamo le valigie e le carichiamo in macchina. Mattina presto. Tappa da Starbucks per la colazione, cartina alla mano, navigatore ma soprattutto il mio malloppo di appunti di viaggio minuziosamente preparato nei mesi precedenti. Ho passato serate intere a cercare informazioni ed itinerari, a disegnare la mappa sull'agenda rossa, a calcolare i chilometri e le soste di questa ultima tratta del nostro viaggio negli States: da Los Angeles ci addentreremo nel Deserto del Mojave passando per Barstow e Needles per raggiungere Kingman. Da lì proseguiremo per il Gran Canyon e infine per la Monument Valley rientrando per Sedona fino a Phoenix. E poi... a casa, a cominciare una nuova vita.


Il primo giorno è il più duro: dovremmo attraversare per 5-6 ore di macchina il deserto, lungo una strada che, vista su Google Earth, per chilometri sembrava essere completamente nuda.

Marco è alla guida, elettrizzato all'idea di sfrecciare nel deserto lungo la drittissima Interstate 15 che andrà ad incontrare la Interstate 40 che a tratti sostituisce la vecchia Route 66. Peccato solo non avere sotto i piedi una bella macchina adeguata alla situazione ma un catorcio giapponese... Dettagli, trascurabili dico io. Lui invece, impugnando la misera Nissan Versa, è più ingrugnato che mai.
Prendo posizione al suo fianco con asciugamano, riserva d'acqua, crackers. Sfodero, per la gioia del mio consorte, il libro che ho conservato per quest'ultima tratta del nostro viaggio. Si tratta di  "Gli Spiriti non dimenticano" di Vittorio Zucconi. Una specie di biografia di Crazy Horse, l'ultimo guerriero indiano, colui che sconfisse il generale Custer e che si arrese per ultimo alla supremazia degli "invasori" bianchi. Ci attendono giornate intere di viaggio lungo strade drittissime che si addentrano nel cuore del territorio considerato sacro dai Nativi Indiani. Quale lettura migliore di questa?

Marco inizialmente sbuffa. Ma io comincio a leggere ad alta voce e gli dico: "fidati".

"Introduzione. Nel 1804 quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clark attraversò per la prima volta l'intero continente nordamericano dall'Oceano Atlantico al Pacifico, sul territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti  viveva un milione di indigeni e galoppavano liberi almeno 50 milioni di bisonti. Alla fine del secolo, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237 mila indiani. In 90 anni erano morti, in guerra o di malattia, il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza" (Gli Spiriti non dimenticano,Vittorio Zucconi)

Cominciamo bene, Vittorio. Ma sapevo che sarebbe andata a finire così. Era inevitabile per me finire con l'addentrarmi in questo genocidio. E forse nessuno dovrebbe mai mettere piede negli Stati Uniti senza prima rendere un omaggio di conoscenza a quei milioni di vittime, tra schiavi neri africani e nativi americani, con il cui sangue si è costruito questo paese.
Ed era proprio qui che volevo arrivare in questo viaggio, dopo New York, dopo Los Angeles, dopo il divertimento e il progresso, il lusso e la modernità americana. Nel silenzio del deserto chiedere per l'ennesima volta scusa per ciò che i miei antenati immigrati europei hanno fatto a queste popolazioni.
L'avevo fatto nella savana africana, lo farò anche nel deserto americano.

Autostrada a 6-7 o 8 corsie. Ci allontaniamo sempre più dalla costa addentrandoci nella valle in cui è adagiata la metropoli di Los Angeles. Alle nostre spalle i grattacieli si fanno sempre più piccoli. Mi chiedo chissà quando potremo mai tornare. Molto probabilmente mai. Man mano che l'autostrada sorpassa le periferie di Covina, Pomona, Upland, Ontario le montagne aride si avvicinano. Una lunga fila di tralicci ci affianca per chilometri. Coda nel traffico diretto - chissà - a Las Vegas. Imbocchiamo l'Interstate 15 in direzione Barstow e siamo catapultati all'improvviso in un paesaggio lunare. Appena un'oretta da Los Angeles e siamo nel Mojave Desert.

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giovedì 5 luglio 2012

HoneyUSA, Back to the Future Tour a Los Angeles

3 agosto, Los Angeles: Back to the Future Tour
Presente quando guardi un film e c'hai uno vicino che anticipa tutte le battute nonchè i rumori di fondo? Ecco questo è Marco quando guardiamo la saga di Ritorno al Futuro (Back to the Future), il film prodotto nel 1985 da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis con attori protagonisti  Michael J. Fox e Christopher Lloyd.

Siamo sempre stati appassionati di quel film, geniale nella trama e negli effetti speciali (per l'epoca...) e quel film, anzi, quei tre film, sono stati girati proprio qui a Los Angeles. Potremmo mica perderci l'occasione di andare a vedere alcune location dove Doc e Martin con la macchina del tempo hanno girato alcune scene?

In internet Marco aveva trovato un sito che elencava tutte le location principali con tanto di indirizzo: la casa dove abitava George Mc Fly nel 1955 e la casa di Beef, la scuola dove si ambientano numerose scene del 1° e del 2° film, il parcheggio del Twin Pine's Mall dove parte la De Lorian per il suo primo viaggio nel tempo, la casa del preside, il quartiere di Hilldale dove abita la famiglia Mc Fly, la vecchia e bellissima casa di legno dove abitatava Doc nel 1955.... e poi infine anche la Monument Valley, dove è ambientato il terzo film... eh si, nei prossimi giorni raggiungeremo anche quella!

Questo si che è un bel giro turistico alternativo! Dopo Disneyland ora tocca a uno dei nostri film preferiti!
Un po' in stile Goonies ci avventuriamo alla scoperta di questo itinerario.Non esistono indicazioni ufficiali, dovremmo proprio andare all'avventura!
Tabella degli indirizzi alla mano cerchiamo intanto di capire sulla cartina dove sono situate le varie tappe e ne selezioniamo alcune. Certo che i produttori di Back to the Future hanno scorrazzato parecchio per la città alla ricerca del set ideale: sono tutte sparse qua e là nell'intera valle! 
Decidiamo di partire dal Twin Pine's Mall, il piazzale del market da cui parte la macchina del tempo nel primo film. Si trova in un quartiere di Los Angeles dal nome Industry nella zona est della metropoli. 
Km e km di autostrada semideserta in mezzo a periferie omologate e comuni quanto quelle appena viste lungo l'attraversata verticale della città in direzione e ritorno da Palos Verde.Il navigatore ci conduce in una zona commerciale e ci fa raggiungere un ampio parcheggio, sempre semideserto. Rallentiamo. Nessuna scritta richiama la location del film, c'è un centro commerciale del tutto differente dal Twin Pine's Mall del film. Marco scende e perplesso si guarda intorno. Scendo anch'io, ma niente, forse abbiamo sbagliato indirizzo o forse non è rimasto più nulla di quello che c'era negli anni '80. Ma all'improvviso Marco ha un'illuminazione: "Quella è la discesa dei libici!!!!!" e indica una vietta in discesa che fa ingresso nel piazzale.
"Ma certo! - concordo io - lì è da dove arrivano i libici per fucilare Doc!!!". Come due cretini (per fortuna non c'era nessuno) ci mettiamo a recitare le parti del film "Mi hanno trovato! Non so come ma mi hanno trovato! Scappa Martin, i libici!!!!!!" E corriamo su e giù per il piazzale scattando foto e filmando il panorama. Il tutto - ricordo- in un banalissimo parcheggio di un supermercato di periferia. Troppo bello! Eravamo davvero nel piazzale dove è stata girata quella scena. (c'è chi si accontenta di poco per essere felice).
Supereccitati ci rimettiamo in macchina decisi a raggiungere la prossima meta: la scuola di George e Martin McFly. Km e km e ci arriviamo proprio davanti: completamente riammodernata dall'epoca, ma è proprio quella e nella viuzza li vicino dovrebbe esserci (almeno lo dice il sito internet) la casa del preside, quella presa d'assalto dai teppisti nel film 2 ambientato nel futuro alternativo. Troviamo anche la casa azzurrina del preside, oggi abitata da qualche ignaro vecchietto. Per la strada non c'è un'anima viva. Ma dove sono tutti? ci chiediamo.
Ripartiamo alla volta della casa di George Mc Fly. Sulla stessa strada dovrebbe esserci anche quella di Beef, con il garage da cui esce con l'auto su cui è nascosto Martin nel 2 film. Ci addentriamo in un bel quartiere residenziale attraversato da vie ombrose. A destra e sinistra villette tipicamente americane, il prato inglese davanti senza alcuna recinzione. Tipo due spie rallentiamo fino a fermarci davanti alla villetta al civico 58, indicata dal sito come quella dove erano ambientate le scene di George Mc Fly nel 55. Bassi bassi, silenzio. Non c'è nessuno, ma nella villetta di fianco una famiglia cinese con dei bambini sta schiamazzando nel giardino. Siamo un attimino sospetti ad aggirarci così per la via. Una foto veloce. Sss, è proprio quella casa lì! Nell'altro lato della strada, poco più avanti, la casa di Beef dove viveva con la nonna nel 55. Ed eccolo: il garage!!! Nuuoooo il garage!!! Praticamente due idoti. 
Vittoriosi ci dirigiamo verso l'ultima tappa, passando prima per il quartiere di Hilldale, che nella realtà è ancora più bello che nel film, addirittura protetto all'ingresso da una sbarra che autorizza l'accesso solo ai residenti. Finalmente raggiungiamo l'imponente residenza in legno di Doc "the Blacker House", in Hillcrest Avenue, nel quartiere di Oak Knoll a Pasadena, considerata un gioiello dell'architettura di fine '800 firmata  Greene and Greene e inserita nel registro nazionale dei luoghi storici (pensa ti!). Realizzata in legno e nel tempo restaurata è rimasta un esempio dell'architettura americana di quell'epoca. Bellissima.
Ma soprattutto bellissima la "rimessa" di legno in cui Doc all'inizio del secondo film scopre la De Lorian a Martin.
Se ieri a Disneyland eravamo felici come due bambini, oggi siamo felici come due adolescenti.

Percorrere questo tour ci ha permesso di visitare degli angoli inusuali di Los Angeles, che nessun turista avrebbe mai visto se non per sbaglio. E di farci una nostra personale idea dell'America.
Rientriamo in hotel esausti ma con un sacco di riflessioni che ci rotolano nella testa sullo stile di vita americano, sulla mancanza dei centri urbani, sulla noiosa omologazione delle strade di Los Angeles, sulla bellezza delle ville dei miliardari... Visitare Los Angeles a modo nostro ci ha permesso di completare quell'idea degli Stati Uniti che ci eravamo già fatti a New York. Un paese gigantesco di cui si parla sempre ma che in realtà ha molto meno da dire di quanto sembra. Un paese giovane, senza storia, senza radici e che, anzi, le proprie radici le ha cancellate il più possibile. Che sembra sempre cercarne di nuove, a seconda della moda del momento. Modernista, dispersivo, consumista all'eccesso, dove il massimo dell'emozione è visitare quei posti già visti in qualche film. Un'immersione in questo universo ci voleva, soprattutto per poter capire più a fondo quello che vedremo dopo.
New York e Los Angeles sono due città estreme in ogni senso, affascinanti per certi aspetti, ma molto povere di bellezza, molto poco emozionanti.Almeno secondo me.Tutti dicono "che figata vivere a New York", come tutti dicono "che figata vivere in California". Io e Marco dopo esserci stati, diciamo che non ci vivremmo mai.
Sono soddisfatta di aver confermato le mie idee di sempre. Sono soddisfatta di aver visto con i miei occhi questi luoghi. E sono in fibrillazione all'idea che il bello debba ancora venire.
L'America che ho sempre sognato di incontrare mi aspetta al di là del deserto, lontano dai grattacieli e dalle ville, nel cuore dell'America, nel cuore della sua storia che è in parte anche la nostra storia.
E la mia storia...


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venerdì 22 giugno 2012

HoneyUSA, Palos Verde, ai confini di Los Angeles

3 agosto 2011 Los Angeles, Palos Verde Estates


Ultimo giorno a Los Angeles. Domani mattina partiremo per il nostro viaggio lungo la Route 66. Oggi vogliamo goderci la città da una prospettiva tutta nostra. Sulla guida avevo letto della possibilità di visitare gli Studios della Paramount o della Warner Bros o della Sony, ma per farlo era necessario prenotarsi per tempo e poi avevamo già speso 180 dollari per l'ingresso a Disneyland...
Decidiamo così di costruirci un nostro personale itinerario per dare un'ultima occhiata a questa gigantesca metropoli, nella quale chissà quando mai avremo l'occasione di ritornare. 


Sulla guida mi ero appuntata una località che mi pareva interessante e fuori dal comune: Palos Verde, le alte scogliere sull'oceano Pacifico a sud di Los Angeles, con il faro di Point Fermin dell'epoca vittoriana e il grazioso Ports O'Call Village. 
Da quelle parti poi dove esserci anche la vecchia Queen Mary, il transatlantico che negli anni '30-'40 salpava ogni settimana da Southampton in Inghilterra diretto a New York City. Tutte le celebrità di allora si imbarcavano su questa nave dalla lussuosa prima classe e durante la guerra fu adibita persino al trasbordo delle truppe. Nel 1967, dopo 1001 traversate la Queen Mary fu acquistata dalla città di Long Beach (un distretto a sud di Los Angeles) e lì è ancorato definitivamente, trasformato in albergo e meta turistica.
 
Decidiamo di avventurarci quindi sulla costa sud e imbocchiamo l'autostrada. Il navigatore indica circa 40 minuti. Sembrava - ovviamente - molto più vicino sulla cartina. 

Percorriamo chilometri e chilometri di autostrada a 6 corsie, tagliando in verticale la metropoli. Là fuori una sconfinata distesa di periferie. Sembra tutto indistintamente uguale al quartiere precedente. Cartelloni pubblicitari con messaggi religiosi. Ci colpisce una pubblicità della Fiat 500 presentata come la grande novità automobilistica per il mercato americano. Ci sbudelliamo dalle risate all'idea che questi americani, abituati a strade a 6 corsie e a macchinoni minimo delle dimensioni di un Suv, possano inspiegabilmente convertirsi all'uso di una piccolissima (per quanto graziosa) Fiat 500. E infatti continuiamo ad essere con la nostra Nissan Versa, ovunque ci spostiamo, quelli con l'auto più piccola e misera della situazione.
 
Fuori dall'autostrada la strada comincia a salire. Dovremmo essere già arrivati sulle scogliere.Siamo su un altipiano alberato, quasi selvaggio. La strada serpeggia in mezzo a delle ville spettacolari, per lo più bianche o azzurre, che si arrampicano ordinatamente sulla collina tutte rivolte verso (ipoteticamente) l'oceano. Che però non si vede ancora. 

Cartelli stradali indicano dei sentieri a piedi verso il mare. Forse ci troviamo proprio sopra la scogliera!Al primo agglomerato di case che sembra un centro abitato con un piccolo market ci fermiamo a chiedere informazioni. Ho un vago ricordo di aver visto una foto nella guida (si, ma l'ho lasciata a casa per il peso e tra i miei appunti non l'ho riportato nel dettaglio) di un villaggio di pescatori caratteristico qui a Palos Verde, ma in mezzo a queste villone da miliardari non mi sembra ci sia nulla che ricordi un villaggio di pescatori. 
Siamo a Palos Verde Estates, un quartiere residenziale progettato negli anni '30 (si, qui a Los Angeles tutto è iniziato negli anni '30) da un famoso architetto paesaggista, un certo Frederick Law Olmsted Jr. 
Secondo il censimento del 2010 questa è una delle località più ricche degli Stati Uniti (81° posto), la spiaggia qui sotto le scogliere è un vero e proprio paradiso dei surfisti, mentre qui sopra immerso nel verde c'è un esclusivo golf club.Chiediamo a diversi passanti se sanno indicarci il "centro storico", il "vecchio villaggio", ma ci guardano tutti storto come se avessimo chiesto dove trovare una pizza napoletana nel deserto dell'Arizona. 
Finalmente raggiungiamo il faro. Ed ecco finalmente la piena vista dell'oceano aprirsi davanti a noi.Uno spettacolo di vento e luce.Laggiù sotto di noi la scogliera sprofonda nel mare creando una deserta spiaggetta rocciosa e piena di alghe verdi. Vento freddo dall'oceano. Laggiù tra dicembre e gennaio, marzo e aprile si possono vedere le balene.Non c'è nessuno a parte noi due. Che meravigliosa pace!
 
La strada prosegue costeggiando il promontorio serpeggiando lungo il costone con improvvise ripide discese  e salite. Avendo avuto un'automobile più grintosa sarebbe stato uno spasso... Ma non ci scoraggiamo e ci godiamo il panorama dell'oceano e delle rocce a strapiompo da una parte e delle villone dall'altra. 

Del villaggio di pescatori neanche l'ombra. 
Finisce che pranziamo in un ristorantino messicano all'interno di un centro commerciale all'aperto, unico punto di incontro e di shopping tra tante case. Qui funziona così, non esistono i quartieri serviti di negozietti, panificio, farmacia, macelleria e fruttivendolo. Col cavolo! Ci sono quartieri giganteschi pieni di casette ordinate e tutte uguali e poi il supermercato dove si trova un po' di tutto.Che peccato - penso - che in un posto meraviglioso come questo non ci sia un altrettanto meraviglioso centro, una piazza, un centro storico. Ma dimentico che non siamo in Europa e che qui il "centro città" non esiste. O per lo meno esiste una cosa che si chiama "downtown" ma non ha nulla a che vedere con la nostra concezione di piazza.
Strana gente questi americani, hanno tanto spazio senza un centro. 
E non sanno cosa si perdono.

Ritorniamo verso nord, riattraversando per lungo la metropoli di Los Angeles. Niente Queen Mary (ma che cce frega di vedere una vecchia nave-albergo?) ma soprattutto niente Ports O'Call Village. Scopriremo solo mesi più tardi che il vecchio villaggio di pescatori si trova da tutt'altra parte rispetto a dove eravamo noi a Palos Verde Estates... pazienza...
Lungo l'autostrada a 6-7 corsie che ci riporta verso downtown notiamo del fumo nero provenire da un punto laggiù in mezzo alla città. Forse un incendio in qualche fabbrica di periferia.
Ce ne allontaniamo veloci.

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martedì 19 giugno 2012

HoneyUSA: tornare bambini a Disneyland

2 agosto 2011 - Los Angeles, Disneyland

Partiamo presto. Perchè siamo troppo emozionati all'idea di passare la giornata a Disneyland, il primo, l'originale e imitatissimo parco dei divertimenti aperto nel 1955 per volontà di Walt Disney. Ma anche perchè Disneyland Los Angeles dista 40 km dal centro, dove alloggiamo.

La signorina del navigatore ci conduce in un'autostrada (gratuita) a 6-7 corsie. Non so se le ho contate bene. Quando arriviamo ad Anaheim, il quartiere dove è situato il parco, sono già arrivati centinaia di pullman.
Parcheggio comodissimo, bus navetta, mandrie sconfinate di gente che si avvicina all'entrata ma è tutto molto organizzato e non c'è neanche un minuto di coda. Il biglietto costa le bellezza di 90 dollari a testa.
Certo, siamo stati a Gardaland e Mirabilandia, gira e rigira il concetto è quello. Ma qui volevamo venirci. Perchè il mondo Disney fa parte della nostra storia, della storia della nostra infanzia così come quella attuale, appassionati come siamo di cartoons e film di animazione.
Ci siamo fatti un regalo, ecco, l'abbiamo fatto al nostro essere bambini perchè man mano che passa il tempo ci rendiamo conto che dobbiamo crescere si, ma mai troppo. Dobbiamo continuare a giocare, non perdere mai la voglia di divertirci come quando eravamo bambini.

E' quello che abbiamo fatto, a parte il fatto che siamo rimasti bloccati dentro la giostra dei pirati e pure in quella di Toy Story, e a parte il fatto che l'unica pistola di Toy story che non funzionava era la nostra.
Disneyland Los Angeles non è poi così grande, forse è più grande Gardaland. E non ha tutte quelle giostre da brividi come le montagne russe e tutte le altre sulle quali ne' io ne' Marco ci divertiamo. A renderlo speciale sono i soggetti delle ambientazioni, tutte ispirate al mondo Disney e con un bel settore a tema Star Wars e Indiana Jones. Dopo la piazzetta in stile anni '30 e l'immancabile castello della Bella Addormentata con tutte le giostre della favole, si apre un laghetto con tanto di battello del Mississippi. C'è un bar interamente ispirato a New Orleans e una band di pirati sta cantando una canzone corsara con la chitarra nel piazzale. Laggù troneggia una splendida riproduzione del monte della Paramount Picture.

Gironzoliamo tra la folla come due bambini ai quali nessun adulto dice "aspetta".

E' pieno di gente obesa. Ma pieno. E di anziani invalidi che si trascinano con un girello o in carrozzina (?). E di neonati che strillano sotto il sole storditi dal caldo e dal casino.
Tutti in mano tengono qualcosa da mangiare di grasso, unto o dolce.
La giostrina della pace nel mondo con le barchette bianche che girano dentro una caverna decorata di pupazzi che rappresentano tutti i popoli del mondo, suona una musichetta diabolicamente ripetitiva.

Ma lo spettacolo più straordinario è all'imbrunire, quando inizia il musical con tutti i più famosi personaggi Disney che cantano e recitano dal castello al laghetto per finire con effetti speciali di luci e di fuoco, Topolino che sconfigge il drago della Bella Addormentata (???) e che dice qualcosa tipo "Never stop dreaming".
Fuochi d'artificio. E mi ritrovo a bocca aperta esattamente come il bambino seduto sulle spalle del papà in fianco a me.

"If you keep on believing the dream that you wish will come true", canticchio.

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