domenica 6 maggio 2012

HoneyUSA: direzione West


31 luglio 2011 volo Toronto-Los Angeles

Abbiamo fatto le corse, ma ce l'abbiamo fatta a prendere il nostro aereo che ci condurrà dalla altra parte del paese per entrare nel vivo della nostra avventura americana: Los Angeles e poi la Route 66, il Grand Canyon, la Monument Valley.....
Lo ammetto, è questa la parte del viaggio che attendo con più trepidazione. Ho sognato una vita di vedere i panorami del west, ho studiato un sacco di guide e di libri, ho pregustato mille volte l'emozione.
Se il nostro viaggio di nozze lo facciamo in America è anche per questa tappa, forse principalmente per questo. Almeno da parte mia.

Mi ha sempre affascinato capire i meccanismi e le vicende storiche che sono alla base della nostra cultura occidentale così fortemente influenzata dal potere degli Stati Uniti. Credo che per capire davvero l'attualità economico-politica del nostro mondo, anche europeo, non si possa prescindere dalle basi dell'identità americana che passano sì per New York e le grandi tematiche dei diritti e dell'immigrazione, ma anche necessariamente per la barbarie dello sterminio dei nativi e della colonizzazione del west.
Devo rendere omaggio a queste vittime. Ai miei amici indiani glielo devo.

Lasciamo quindi Toronto e la East Coast per addentrarci di più nella storia e nella natura americana. Già, la natura. Ci aspettano grandi emozioni dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Adrenalina.

L'autista del pulmino che ci ha accompagnato alle cascate di Niagara ci ha mollato in mezzo ad una strada ampia ma poco trafficata dicendoci "adesso arriva il taxi per l'aeroporto". Eravamo un po' preoccupati a dir la verità perché il volo partiva alle 20 ed ed a l'ultimo diretto alla west coast. Se l'avessimo perso sarebbe stato un gran bel casino.
E invece per fortuna é andato tutto liscio. Siamo in volo, belli comodi, affamati e stanchi dopo una giornata intera in giro col pulmino. Ora non ci resta che goderci un po' di pastrocci americani per la cena in aereo e in 5 ore saremo a destinazione.
Col cavolo!
Niente cena su questo volo. Aspettiamo, aspettiamo. Vediamo arrivare una hostess sorridente con un carrello. Non fa che strisciare delle card su un dispositivo, poi consegna dei pacchettini agli altri viaggiatori. Sta strisciando delle carte di credito! Ecco perchè sorride! Dobbiamo pagarci la cena se vogliamo mangiare!
Sono arrabbiatissima. Con tutto quello che ci sono costati sti voli neanche un panino??
Leggiamo il menu, qualsiasi cosa costa tantissimo e prevedibilmente fa schifo. Sfodero i miei ritz e ceno, e che cavolo. È una questione di principio. E brontolo ad alta voce, in italiano però.
Mi metterò a guardare un film e così mi passa, penso. Ma non ci hanno dato le cuffie. Chiamo la hostess e chiedo le cuffie, lei sempre col sorriso finto mi risponde che per le cuffie sono 3 euro. Poi aggiunge che per guardare i film bisogna pagare 15 euro. Sono sempre più incazzata. Tieniti le cuffie e vai a quel paese me ne starò qui col broncio a sgranocchiare i miei ritz. Le mie guerre americane sono solo all'inizio.


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mercoledì 2 maggio 2012

Stevia, una dolce rivoluzione naturale?

Uno zucchero a zero calorie, che non provoca carie ai denti e che può essere usato anche dai diabetici in quanto non innalza la glicemia?

Sembra fantascienza e invece no, esiste davvero ed esiste in natura, da sempre, sapienza antica di popoli indigeni sudamericani.

Si chiama “Stevia”: un piccolo dettaglio che tra una strage e l’altra quei geni dei conquistadores europei si sono dimenticati di annotare…oppure che le lobby legate alle multinazionali dello zucchero hanno impedito di divulgare per evidenti motivi di interesse economico…

La notizia è di portata storica. Le riviste e i siti di gastronomia, alimentazione e green philosophy ne parlavano da tempo ma solo da pochi mesi il prodotto è ufficialmente in commercio anche nei principali supermercati italiani.
La piccola responsabile di questa dolce rivoluzione naturale, la “Stevia”, è una pianta di origine sudamericana le cui foglie possiedono un’elevatissima capacità dolcificante (ben 300 volte maggiore rispetto al saccarosio, il comune zucchero bianco da cucina), ma senza alcun tipo di valore nutritivo, il che significa: zero calorie. Zero!

Ma perchè mai questa piantina è rimasta pressochè sconosciuta fino a poco tempo fa?
Non solo era sconosciuta, ma è stata considerata addirittura "fuorilegge" nel mercato internazionale per il sospetto che alcuni suoi componenti fossero cancerogeni.
Oggi è stata dichiarata sicura per la salute umana dalla FAO e dall’OMS e dal 2011 anche dall’Unione Europea, la quale ha autorizzato la vendita. Ma anche l'aspartame è stato ampiamente autorizzato alla vendita e poi invece è emerso che si sapeva fin da subito della sua cancerogenicità.

Ad ascoltare i nutrizionisti e i naturopati Stevia sembra essere davvero la soluzione di tutte le battaglie contro lo zucchero, quello bianco raffinato, davvero nocivo. Sarà davvero così?
Pare che l'unica vera e propria pecca sia il fatto che lascia un retrogusto piacevole di liquirizia che purtroppo altera il gusto del caffè. Ma tanto il caffè va bevuto amaro....
Interessante argomento da approfondire...



Per saperne di più sullo zucchero bianco....(SE PROPRIO VOLETE SAPERLO...)
Lo zucchero bianco è già stato da tempo condannato per le sue conseguenze dannose per la salute dovute all’eccesso di sostanze chimiche che intervengono nel suo lungo processo di produzione. Lo zucchero bianco, che ingeriamo non solo come dolcificante quotidiano di caffè e tè ma che è presente in innumerevoli pietanze più o meno confezionate, e' il prodotto finale di una lunga trasformazione industriale che uccide e sottrae tutte le sostanze vitali e le vitamine presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero che sono il punto di partenza per la produzione dello zucchero.Inutile chiedersi qual è il motivo di un processo simile: lo zucchero bianco è esteticamente più bello di quello grezzo e inoltre ormai il nostro palato si è abituato a quel gusto innaturale e fatica ad apprezzare quello originale. Pazzesco no?Lo zucchero bianco, cosi' come viene attualmente prodotto, e' praticamente una sostanza innaturale e dalle caratteristiche tossiche.Il succo zuccherino proveniente dalla prima fase della lavorazione della barbabietola o della canna da zucchero, viene sottoposto a complesse trasformazioni industriali: prima viene depurato con latte di calce che provoca la perdita e la distruzione di numerose sostanze organiche, proteine, enzimi e sali di calcio. Per eliminare poi la calce in eccesso il succo zuccherino viene trattato con anidride carbonica e infine con acido solforoso per eliminare il colore scuro. Solo alla fine di questo procedimento chimico viene sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione. Ma non finisce qui perché così si produce lo zucchero ghezzo (quello di canna per intenderci).Lo zucchero, per essere “gradevole” agli occhi degli europei, viene filtrato e decolorato con carbone animale e infine, per eliminare gli ultimi riflessi giallognoli, viene colorato con il colorante blu oltremare o con il blu idantrene (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno).Insomma, quello che consideriamo innocente zucchero è una miscela trattata con calce, resine, ammoniaca e acidi vari, al sapore di barbabietola da zucchero.Nessuna traccia di quelle vitamine, sali minerali, enzimi, oligoelementi presenti nella sostanza originaria, anzi. Per poter essere assimilato e digerito dal nostro organismo lo zucchero bianco utilizza vitamine e sali minerali già presenti nel nostro corpo, provocando processi fermentativi con produzione di gas e tensione addominale, alterazione della flora batterica etc etc…I danni provocati da questo dolce veleno sono numerosi e dimostrati, ma è talmente presente nella nostra cultura alimentare, in innumerevoli prodotti e in generale nel nostro palato che sembra impensabile eliminarlo dalla nostra dieta. In tanti hanno provato a imitarlo artificialmente ma senza successo in quanto aspartame, saccarina, acesulfame e altri dolcificanti artificiali sono altamente dannosi (ne ha parlato recentemente anche una puntata di Report).Questo spiega abbastanza esplicitamente come mai solo oggi si parli di questi effetti nocivi e soprattutto come mai solo oggi si sviluppi il commercio di uno sgradito concorrente commerciale. la Stevia, uno "zucchero" naturale, non calorico, tutto da scoprire...




Data la scarsezza di informazioni sull'argomento mi sono documentata su alcuni portali tematici elaborando un sunto che spero non contenga troppe inesattezze:


Alcune fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Zucchero
http://notizie.guidaconsumatore.com/004651_zucchero-bianco-o-di-canna/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/13/il-caso-ora-in-italia-anche-stevia.html
http://www.lucaavoledo.it/2012/01/stevia-dolcificante-naturale-finalmente.html
http://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/4801-dolcificanti-naturali-10-valide-alternative-allo-zucchero-bianco
http://www.eticamente.net/1837/zucchero-bianco-un-vero-e-proprio-veleno.html
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2012/04/aspartame-zucchero-o-stevia-rebaudiana.html







sabato 28 aprile 2012

HoneyUSA: Niagara Falls

31 luglio 2011. Niagara Falls

Niagara Falls, Canada. L'autista del pulmino che ci ha portato stamattina da Toronto alle cascate del Niagara era una specie di pakistano che parlava un inglese molto buffo e ogni volta che prendeva il microfono per illustrare le bellezze turistiche del panorama noi due ci scompisciavamo come due adolescenti in gita delle medie dietro i sedili del bus. Che bauchi.
Insieme a noi altri turisti, americani, che non facevano che fotografare ogni cosa, dalla fermata per la pausa pipi allo spiazzo che dava sulla foresta... tipo giapponesi a Venezia. Due ore di viaggio filate e poi nelle ultime due ore una decina di  fermate. Su e giù dal pulmino a vedere cosa? Io e Marco ci guardiamo: ma cosa c'è da vedere? Boh. Risate. Gli altri si fanno migliaia di foto in posa con questo paesaggio non meglio precisato alle spalle. Altre risate.

(Piccolo appunto coniugale: quando trovi la persona con cui condividere una vita non è sempre tutto perfetto e idilliaco, ma capisci che al tuo fianco hai la persona giusta proprio quando ti rendi conto che è proprio lui il tuo compagno di viaggio, il compagno di risate, il compagno di vita. E ci sono dei momenti forse banali ma che ti fanno capire questo, che ti fanno pensare che non hai nessuna età e che vorresti trovarti in quella situazione anche tra 20 o 50 anni... Le nostre risate nascosti dietro i sedili del bus: ecco uno di quei momenti!).

Una delle fermate è alla graziosissima cittadina di Niagara-on-the-lake, dove ci siamo fatti un salto nel passato sette-ottocentesco della East Coast. La cittadina è uno dei più begli esempi conservati dell'epoca. Sembra di stare dentro un film, tutto colorato, pieno di fiori e casette basse. Un fantastico  negozio di cappelli (dove vendono anche i cappelli originali di Indiana Jones) e poi diverse botteghe di dolci, quelle da film con il pasticcere che lavora in vetrina. Il primo negozio che assomiglia a una pasticceria che vediamo negli States. Questa pittoresca cittadina era la capitale britannica dell'Alto Canada a fine 700, e molti dei suoi abitanti erano lealisti che morirono durante la guerra di indipendenza. Insomma un po' di storia. Finalmente. Una tappa che meritava davvero, questa. Piacevolissima. Passeggiare per la via principale dopo giorni di grattacieli e traffico ci ha fatto assaporare un po' estetica europea. Una nuotata tra i colori e quella "misura d'uomo" che a New York ci era mancata tanto.

Ripartiamo in direzione delle cascate. Una strada serpeggia lungo il bosco fitto. Stiamo raggiungendo il confine con gli Stati Uniti e le cascate. Dicono che si senta il rumore in lontananza ma noi siamo dentro un pulmino quindi... niente magia. Girato l'angolo si apre la valle delle cascate, ma prima delle cascate si vedono gli alberghi, orrende costruzioni anni 80 che deturpano il paesaggio in modo vergognoso.

Acque Tuonanti, come veniva chiamata questa località nella lingua dei nativi iroquesi, sarebbe un posto spettacolare immerso nella natura, che dà tutta l'idea della potenza della terra, dell'acqua, uno scenario spettacolare ...se non fosse per le tonnellate di cemento arrampicate sulla riva. 52 metri di salto, la più grande cascata del Nord America. Bellissima. Una grande emozione passarci vicino con il mitico battello "Maid of mist". Dopo due ore di coda ti consegnano un bellissimo poncho impermeabile e poi via con questo battello che man mano che ti avvicini sembra sempre più piccolo rispetto all'imponenza della cascata. E poi a un certo punto un tuffo in una nuvola di pioggia fina che ti fa mancare il respiro.
Nel giro di 10 secondi tutto è finito, ne esci fradicio e felice come un bambino in una giostra.
Un assaggio di cascata e ti senti un po' Pocahontas.

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venerdì 27 aprile 2012

HoneyUSA: Lo zio d'America

30 luglio 2011 - New York to Toronto

Non potevamo, proprio non potevamo passare per gli States e non andare a far visita allo zio Luigi a Toronto. Fratello della mia nonna paterna lo zio Luigi compie quest'anno 90 anni e vive a Toronto da quando trent'enne se ne andò da Venezia per cercare lavoro nei cantieri navali di questa nascente città canadese.
Lucido e arzillo come se gli ultimi 20 anni li avesse trascorsi a giocare a golf (appunto) lo zio Luigi ci ha accolto a braccia aperte nella sua casetta in un quartiere residenziale della periferia di Toronto e non ha voluto sentir ragioni che dormissimo in albergo. Tanto lui in quella grande casa vive ora tutto solo e di camere libere ne ha.
Toronto. Ad appena due ore di volo da NY, questa grande città canadese affacciata sul lago Michigan l'abbiamo vista solo dal finestrino del taxi e dalla finestra della villetta dello zio. Abbiamo trascorso tutta la giornata insieme a lui oggi, a sentire i suoi racconti, a cucinare insieme per la cena e a ripercorrere insieme a lui una storia che milioni di italiani della sua generazione hanno vissuto. Lo zio, che sarebbe lo zio di mio papà, vive solo da 15 anni, da quando se ne è andata la moglie, anch'essa italiana di origine. Sono tanti gli italiani che vivono in questa città, molti in questo quartiere. Tanto che lo zio fa parte di un coro che canta canzoni popolari abbruzzesi e va a messa nella chiesa cattolica qui vicino dove celebrano la messa in italiano. (Ci siamo andati insieme, in macchina. E lui guidava!).

I suoi figli vivono a 40 minuti di macchina da qui. E lui è contento perchè sono "vicini".
Lo zio Luigi venne qui a cercare qualcosa di meglio. Non è fuggito dalla fame e dalla miseria, perché a Venezia negli anni 40 era certo più dura di adesso ma non si moriva di fame. Ma era appena finita la guerra e lui era costretto a fare due lavori per campare. I miei nonni hanno deciso di restare e alla fine tra tanti sacrifici a loro non è andata poi così male. Hanno lavorato una vita, avuto famiglia e figli e pur senza troppi agi hanno comunque avuto una vita serena. Lo zio però giustamente dice che all'epoca non poteva sapere che in Italia le cose sarebbero migliorate e non appena sentì che al di là dell'oceano c'era un'opportunità di lavoro non ci pensò due volte e partì lasciando qui i genitori, i fratelli e gli amici. E una moglie con un bambino piccolo.
Stette via dei mesi senza far ritorno a casa e all'epoca mica c'era skype (cosa che invece oggi usa molto bene...). Poi il lavoro laggiù divenne una sicurezza e prese la difficile decisione di trasferirsi con l'intera famiglia definitivamente a Toronto. Una decisione che la zia non ha mai condiviso e che ha fatto molta fatica ad accettare. Io e Marco ascoltavamo oggi le sue parole come due bambini e ci immaginavamo noi due, alle prese con una scelta simile. Situazione tra l'altro non così remota....

Quando ero piccola e a Venezia mi raccontavano di questo zio emigrato in America che viveva in una villa, che giocava a golf e che trascorreva l'inverno in Florida a casa della figlia che aveva sposato un informatico miliardario. Immaginavo una vita di lussi e agi e un po' invidiavo i miei lontani cugini. Ma venire qui e notare che la villa di cui si parlava non è che una casetta a schiera molto semplice, dove lo zio vive solo in un quartiere dove anche per fare la spesa deve prendere la macchina perché le distanze sono esagerate e i figli sono lontani più di 40 minuti di macchina da lui pur abitando nella stessa città... Beh le cose si dimensionano un po'.

Lo zio Luigi è un pittore straordinario. Nel salotto della taverna ha appeso un quadro meraviglioso in cui è tratteggiata a inchiostro Venezia, la sua città. Ci mostrava questo quadro con orgoglio e con evidente nostalgia. A Venezia lo zio ci è tornato spesso, e infatti l'abbiamo conosciuto durante le sue visite. Ma credo che quando si nasce in una città come Venezia sia davvero difficile stare lontano a lungo. Noi siamo mestrini, a Venezia ci andiamo anche tutti i giorni, volendo, ma non ci siamo nati. Credo che sia particolarmente difficile allontanarsi da tanta bellezza per passare le giornate in uno di questi quartieri anonimi e giganti alle porte di una città enorme che a malapena si conosce di sfuggita...
Ho notato che lo zio faceva di tutto per convincerci e convincersi di al fatto bene a lasciarsi alle spalle Venezia e a cominciare una nuova vita qua.E ha fatto sicuramente bene se pensiamo a come se la passano i suoi figli rispetto ai miei genitori, dal punto ci vista economico, certo.
Ma non mi ha convinto. I suoi occhi che guardavano quel quadro di Venezia non mi hanno convinto.

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giovedì 26 aprile 2012

Grillo non è l'antipolitica

Puzza di stantio. Presente quell'odore che si sente nelle case chiuse da tempo, negli armadi delle case di montagna prese in affitto per l'estate? Ecco sentire anche ieri, 25 aprile, dalle sagge parole del Presidente Napolitano una caduta di stile a difesa della politica tumefatta che abbiamo al potere oggi e contro il "primo demagogo" che osa attaccarla... mi ha fatto provare quella stessa sensazione di vecchio, di anacronistico, di ammuffito.
Possibile che ancora non abbiano capito che l'errore più grave che può fare la politica oggi è considerare antipolitica tutto ciò che si azzarda a criticarla, e in particolare Beppe Grillo?
Preciso subito: Grillo mi piace, anche se non sempre. Non sono un sua fan scatenata, non appartengo al movimento 5 stelle anche se ne condivido la maggior parte del programma, ma seguo con attenzione quanto sta creando perché lo ritengo una delle migliori espressioni di "politica dal basso" che la società civile abbia saputo sviluppare negli ultimi 10-15 anni.
Certo, Grillo sbaglia quando generalizza. Io sono sempre stata la prima a dire che non può esserci solo marcio, che qualcuno che si salva ci deve pur essere. Faccio fatica a salvare qualcuno, a dir la verità, ma continuo a crederci. Di Grillo si criticano i toni, aggressivi, urlati, irrispettosi, provocatori.
È vero, Grillo esagera spesso e volentieri, soprattutto quando la mette sul personale contro tutto e contro tutti, secondo una volontà di attaccare gli avversari sulla persona che non posso condividere.
Ma ricordiamoci in che paese viviamo, chi abbiamo avuto al governo fino a pochi mesi fa, e cosa abbiamo al governo ora. Non si può ragionare come se fossimo in un paese normale, gli italiani arrivano sempre al punto di aver bisogno di qualcuno che urla. Siamo un paese anomalo, dobbiamo esserne coscienti. Per cui non possiamo aspettarci reazioni normali e politically correct.

Anch'io, come i più moderati, vorrei una politica corretta, democratica e ponderata, dove ci si affronta con il dialogo costruttivo e si collabora alla costruzione di un paese migliore nell'interesse del bene comune. Il sogno di Veltroni non mi dispiaceva, ma era stato tirato fuori al momento sbagliato. Quella volta bisognava alzare la voce contro Berlusconi, non ignorarlo e giocare a non nominarlo nemmeno.
Stiamo ancora vivendo una fase anomala, abbiamo ancora bisogno di rispondere in modo forte a quello che sta accadendo. E rispondere con forza, dal basso, puntando il dito contro quella politica che tradisce la sua vocazione e il suo mandato, non è antipolitica ma l'espressione più alta della politica democratica nel suo significato più originario.
Io ce l'ho a morte con la sinistra (da donna di centro-sinistra) con il Partito Democratico in particolare, per non aver capito tutto questo, per non aver fatto suo il programma di Grillo quando era il momento, per non aver fatto di tutto per raccogliere quel malcontento popolare contro la vecchia politica berlusconiana e per elevarlo a "politica" ufficiale.
Questo doveva fare il PD quella volta, e ormai è troppo tardi, fuori dalla storia anch'esso. Pensare di relegare al di fuori della politica tutto quel movimento che si è creato a partire dall'iniziativa di un comico all'avanguardia tecnologica, è da mummie, fa parte di un vecchio modo di concepire la politica e il mondo e non fa che accentuare la distanza tra la politica e la popolazione. Io non ho mai votato per il movimento 5 stelle, ma avrei voluto votare per il suo programma incarnato da un partito politico come il PD. Questo non è avvenuto, il PD ha perso un'elettrice (pazienza), ma più che altro ha perso una grande occasione di cambiamento dall'interno.
Oggi quelle stesse persone che si scagliavano contro Grillo anni fa quando proponeva con il V-day di modificare la legge elettorale per reintrodurre le preferenze e il limite di due legislature per mandato, propongono le sue stesse idee come proprie. Ma oggi è troppo tardi, gli elettori li hai già persi, la politica gli elettori li ha persi quasi tutti e alle prossime elezioni la vera maggioranza sarà quella degli astenuti.

Mi piacerebbe tanto poter dire che Grillo è solo un comico provocatore, ma non è così. Grillo sta interpretando il sentimento di una certa fascia della popolazione che, staremo a vedere i numeri nelle prossime elezioni amministrative, non può essere ignorata o minimizzata o considerata "antipolitica". Politica anticasta, democrazia diretta, chiamiamola con un altro nome. Ma non antipolitica.
Antipolitica era quella che era al governo fino a dicembre scorso, insulto alla politica è l'esistenza stessa in parlamento di un partito come la Lega, vergogna per la la politica è stato avere Berlusconi, un dittatore mascherato, come presidente del consiglio per tanti anni... Vogliamo smettere di giocare con le parole e chiamare le cose con il loro giusto nome?

martedì 24 aprile 2012

Honey USA: fingerfood of NY

NY-29 luglio 2011

Abbiamo scelto di visitare questa città come prima tappa di un viaggio alla scoperta dell'identità americana. Passare da New York era una tappa obbligata. Qui hanno avuto inizio molte storie e molti sogni. Se dovessi consigliare degli assaggi di New York in grado di saziare un po' di curiosità e di sete di conoscenza insieme partirei proprio da qui, prima di immergersi nel caos di Times Square e della 5 Avenue: queste sono cose che si vedono già nei film. La NY dei grattacieli e dei negozi, dei marciapiedi affollati e dei taxi presi al volo, delle insegne giganti e del traffico la conosciamo già. Sembra di esserci sempre vissuti. E avendo poco tempo a disposizione, dovendo scegliere, noi abbiamo preferito concentrarci su altro.
Ecco alcuni suggerimenti di percorso, basati sulla nostra minuscola esperienza:

1. Le origini.


Ellis Island e la Statua della libertà. Il giro con il battello sull' Hudson merita la coda chilometrica. Lo skyline di Manhattan da laggiù è mozzafiato e regala tutta l'emozione dei migranti in via di fortuna che attraccavano a Ellis Island e sognavano una vita nuova nel nuovo continente. Bellissimo il museo. Peccato invece che per visitare la Statua della Libertà dall'interno e salire fin sulla corona serva prenotarsi mesi prima. Di ritorno dal tragitto si approda a Castle Clinton, antica fortezza rotonda, ai piedi dei grattacieli luccicanti della zona di Wall Street. Un bel contrasto. Da Castle Clinton un'ampio viale conduce a Ground Zero. Da vedere.

2. Villages.

I quartieri storici di NY sono anch'essi densi di storia. Tra tutti merita Chinatown dove si scopre come i cinesi abbiano ingoiato Little Italy. Colorato. Pittoresco. Qui si assaggia un po' di storia...Le guide mi avevano fatto ingolosire anche di Soho, Greenwich e ovviamente Harlem...ma serviva almeno un'altra giornata...




3. Ponte di Brooklyn. 

Prendendo la metropolitana che ti porta nel quartiere di Brooklyn è possibile imboccare la passeggiata pedonale che consente in una mezz'oretta di attraversare il celebre ponte e di rientrare a Manhattan. Panorama spettacolare e scammellata salutare per digerire gli hot dog e le patatine fritte.








4. High line.

Nel quartiere di Chelsea la vecchia linea ferroviaria che serviva gli antichi macelli della città è stata recuperata e trasformata in passeggiata-giardino. Si cammina sospesi sopra il traffico e tra vecchi grattacieli, passeggiando in mezzo a piacevoli aiuole botaniche.





5. Central Park. 


Da non perdere per nessun motivo al mondo la fantastica passeggiata dentro questo polmone verde circondato dai grattacieli. Silenzio surreale. Perdersi nei vialetti, tra le rocce e i laghetti, le statue e le panchine. Meriterebbe portarsi le scarpe da running e provare l'ebbrezza come i newyorkesi veri di una salutare corsetta. Per non parlare della ricerca degli scorci dove hanno girato "Come d'incanto" e dello zoo di "Madagascar"...


Per la prossima volta...
Impossibile visitare NY in 4 giorni da cima a fondo, solo assaggi. Ci siamo quindi appuntati per le prossime volte altre tappe: visita al MOMA, visita a Greenwich Village e Soho, visita a Harlem e partecipazione ad una Gospel Mass, passeggiata lungo l'Hudson in rollerblade, giro in elicottero (?) tra i grattacieli, visita all'ultimo piano del Top of the Rock, cena in un ristorantino con vista su Manhattan, tour notturno di locali blues&jazz, giro in barchetta sul lago di Central Park, portare cv al New York Times....

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martedì 10 aprile 2012

Ladra di giardini

Penso di aver cominciato ad abituarmi a vivere a Mogliano Veneto solo in questi giorni.
Ho ricominciato a correre. E per me finchè non ci corro dentro una località è come esserci solo di passaggio. Mentre corro invece riesco a fissare nella mente e nel cuore tanti piccoli particolari e dettagli che fanno della mia house una home.
E correre tra le vie di Mogliano, zona est, tra le villette a schiera e le ville col giardino, i vicoli siepati e i marciapiedi rosa è stata una bella emozione, una sorta di benvenuto che questa cittadina ha voluto regalarmi.

A Mogliano ci dormo, non ci vivo. Ecco perché non avevo notato il labirinto di stradine con tutte quelle meravigliose casette che vi si affacciano. Io sono una tipo da condominio, da quartiere di palazzoni e asfalto. Qui intorno mi sento come in vacanza, in quei villaggi vacanze della riviera adriatica, con tutti quei bungalow assolati, il verde, gli alberi, i fiori.
Mentre corro sbircio nei giardini sempre deserti. Ma come si fa ad avere una casa col giardino e non starci il più possibile lá fuori? Quei giardini verdi, con l'erbetta appena tagliata, ricoperti di margheritine socchiuse al tramonto, sembrano essere lì per me, perché io possa sbirciarli liberamente e goderne con gli occhi come fossero di mia proprietà. Che sia vietato rubare con gli occhi la bellezza?

E allora mentre corro immagino le mie mille vite dentro quelle ville, mi immagino nella veranda a leggere un libro, o là sotto a quelle quercie giganti, su una coperta a fare un pic nic.
Corro e sogno. Lì a quella finestra hanno appeso un fiocco rosa. Immagino come deve essere bello crescere dei bambini in un giardino.
Corro e sogno più forte. Non so se avrò mai una casa mia, o un giardino. Nel frattempo mi godo la bellezza gratuita della mia nuova città.
Corro e penso se sarà la mia città per sempre o se si tratta solo di una tappa intermedia e provvisoria.
Corro e immagino di abitare altrove, ovunque.
Corro e sogno di correre altrove, ovunque. Ladra di bellezza e di giardini.

giovedì 29 marzo 2012

Vinitaly 2012, no wifi no party

Una volta ci si accordava sempre "se ci perdiamo il punto di ritrovo é qui". Oggi con i cellulari non lo facciamo più. E quando i cellulari non funzionano si va in tilt. Come al Vinitaly, la più grande fiera internazionale dell'enologia che si è conclusa ieri a Verona e alla quale ho partecipato per il terzo anno come pr di alcune cantine.
I cellulari hanno sempre avuto problemi di connessione al Vinitaly, dicono quelli che c'erano anche 10-20 anni fa. Saranno i padiglioni in cemento, sarà il sovraccarico delle linee dovuto a una moltitudine di gente che cerca di telefonare...fatto sta che proprio li, alla fiera che è fatta apposta per sviluppare business e dare visibilità alle aziende gli attuali strumenti essenziali di comunicazione (telefono cellulare, connessione internet da cellulare o ipad) non funzionavano affatto. O comunque quando funzionavano funzionavano male.
Agenti che correvano in giro a cercare quei clienti con cui avevano appuntamento, giornalisti twittomani incazzati neri, pr e addette stampa disperate attaccate al telefono per cercare di prendere la linea...
Per carità, è vero che si è lavorato lo stesso...ma con che disagi!
Oggi siamo talmente abituati a gestire le nostre attività via wifi, soprattutto chi si occupa di comunicazione, che si rischia di mandare a quel paese un progetto intero per assenza di connessione internet. Attività sui social, invio di comunicati stampa, recall telefonico, visualizzazione della posta...tutto il mio lavoro si basa fondamentalmente su due strumenti: il telefono e il pc connesso ad internet. Senza sono disoccupata.
Che dire, una fiera delle dimensioni del Vinitaly é assurdo che non preveda adeguate soluzioni al problema del sovraccarico delle linee.
Però mi fa pensare alla mia dipendenza dalla rete, lavorativamente parlando. E non solo. Alla dipendenza dalla rete di tutto ciò che gravita intorno alla comunicazione.
Se per qualche motivo dovesse un giorno essere tagliata la connessione internet e telefonica saremmo davvero perduti. Un po' come nel film di Kevin Costner "the postman", bisognerebbe ricominciare a viaggiare ...

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lunedì 12 marzo 2012

HoneyUsa: New York. Things to eat or not.


29 luglio 2011. New York. Things to eat or not.

Muffin, hot dog, hamburger, pollo fritto. Marco sta approcciando gli States attraverso un suo personale tour gastronomico che comincia agli angoli delle strade dove ci sono i baracchini con i pakistani che vendono hot dog fumanti e che finisce dentro i fast food di Manhattan.

Per me, che ho letto "Se niente importa" di J. S. Foer e non sazia ho completato l'opera con "Ecocidio" di Jeremy Rifkin, l'unica cosa commestibile finora in questo paese resta il pane. Anche se - intendiamoci- si tratta di sicuro di pane stracolmo di conservanti e grassi idrogenati.
Per fortuna qui sotto l'appartamento c'è un piccolo supermercato, fornitissimo di bibite dai colori fluorescenti grandi 5 litri. Gironzolo nelle corsie e leggo le etichette dei prodotti. La faccia schifata.
Trovo un vassoio di plastica con frutta a pezzi. 12 dollari. Tutto costa tanto. Tutto sembra plastica.
Ho comprato un po' di carote. Ma sanno di plastica.

Marco si inciucca di Big Mac, io di Caesar Salad al Mc Donald. Miodio, proprio io. La disperazione.
Patatine fritte con ketchup. Sono solo tre giorni che mangiamo qui e mi sembra già un'eternità. Sento il bisogno fisico di  qualcosa di integrale, di sano. Di non unto, di non fritto.
Sono sicura che basterebbe solo sapere dove andare e si troverebbero migliaia di ristorantini etnici, caratteristici, magari anche italiani. Ma non ho fatto in tempo a studiarmi le guide gastronomiche di NY. E comunque so già che saremmo ugualmente schizzinosi.
Italiani viaggiatori del cavolo. Pochi giorni lontano dalla salsa di pomodoro e scatta la crisi d'astinenza.
Posso amare follemente l'incontro con altre culture e civiltà. Ma non posso sopravvivere senza la salsa di pomodoro.
Che poi, strano a pensarlo, ma il pomodoro è stato importato in Europa proprio dall'America, dove la coltivazione della pianta del pomodoro era diffusa già in epoca precolombiana in Messico e Perù.

Sarà che amo le cose genuine, originarie. Avverto la necessità delle cose vere. Soprattutto qui in America, dove sembra che invece sia tutto finto, esattamente come il cibo che ci finisce nel piatto.

Se vuoi leggere l'intero diario di viaggio clicca qui

venerdì 9 marzo 2012

5 anni fa

Accidenti, sono già passati 5 anni dal mio primo post. (Perchè CAFFE' AMARO http://blog.libero.it/caffeamaro/2337296.html). Un post in cui spiegavo perchè la scelta di questo nome "caffè amaro"per il mio blog.
A distanza di 5 anni confermo: molto meglio il caffè amaro, aiuta a vedere le cose con occhi diversi.
Il disincanto necessario per una sognatrice inguaribile come me.

5 anni fa mi presentavo alla rete (http://blog.libero.it/caffeamaro/2340006.html), convinta che essere una blogger fosse un preciso dovere per una giornalista come me che ha il privilegio di incontrare e conoscere persone e realtà ad altri inaccessibili, che ha l'opportunità di viaggiare nel terzo mondo, di vedere le cose dal backstage...
5 anni fa facevo la giornalista a tempo pieno, ma purtroppo a portafoglio vuoto. Un caffè amaro mi ha aiutato a scegliere la mia strada e oggi sono convinta di aver fatto la scelta giusta, la più razionale - come sempre - anche se il mio cuore batte ancora forte quando prendo in mano i libri di Terzani e di Kapuscinski. Pulsano di vita e di sogni ancora oggi.

5 anni fa avevo dei sogni. Alcuni si sono infranti non appena hanno toccato il suolo della realtà, altri invece li ho frantumati io con i miei errori, altri sono fioriti splendidamente, altri invece sono ancora incartati.
5 anni fa non sapevo ancora cosa avrei fatto da grande, oggi ho le idee un po' più chiare. So benissimo cosa voglio, ma ancora oggi non so cosa aspettarmi dal futuro.

Anche oggi, come 5 anni fa, mi ritrovo qui a scrivere sul mio blog, convinta che abbia un senso. E ancora oggi, come 5 anni fa, non sono ben sicura di aver capito quale sia questo senso. Condividere, forse...

Condividere è una parola che mi piace, che dà senso alla mia voglia di scrivere e di raccontarmi. Forse rischio di passare per esibizionista. Forse lo sono anche. O forse no, sono solo un po' coraggiosa.
La verità è che sono certa di aver ricevuto molto. La mia storia è disseminata di piccoli pacchetti incartati con cura e con amore: dal mio lavoro alla mia famiglia, alle piccole grandi gioie quotidiane.
Se non condivido tutto questo che senso ha?

La reporter che è dentro di me non soffocherà tanto facilmente in mezzo ai comunicati stampa.
Per questo mi tengo stretto questo angolino. E' il mio taccuino infinito, la mia moleskine inseparabile.

Sorseggio la mia tisana calda che profuma la camera di vaniglia e miele. Anche se a dir la verità, dato che domani mattina è il mio compleanno, stasera preferirei inebriarmi dell'aroma di un tè al gelsomino, come ai vecchi tempi, come cinque anni fa...

giovedì 8 marzo 2012

Donne che sono "troppo"

La cosa che mi dà più fastidio è che dipenda ancora tutto dagli uomini. Anche nel raggiungimento dell'equilibrio di diritti e doveri dipendiamo ancora cosi tanto dalla loro capacità di cedere qualche millimetro di potere, che è per questo che siamo ancora troppo indietro.

Nella tristezza del ricordo della morte delle donne operaie finisce che celebriamo l'ennesima festa consumistica.
I pakistani all'angolo delle strade si fanno sfruttare dai magnaccia vendendo mimose nel cellophane agli sfruttatori che le comprano.
E fiotte di donne che dimostrano ogni anno la loro sciocchezza passando la serata nei locali, come fosse questo (e magari uno strip maschile) il massimo della parità raggiunta.

Non ci sarà mai una parità tra uomini e donne. Le donne avranno sempre quel di più -che qualcuno interpreta come un problema- della gravidanza e della maternità.
E io penso che non si possa fingere che non sia un elemento di differenza tra uomini e donne. Come non si può fingere che non sia un elemento di differenza tra coloro (uomini e donne) che hanno figli e coloro che non ne hanno.
Inutile dire che le donne sul lavoro sanno essere all'altezza se non superiori ai colleghi maschi.
Siamo ancora lontani, molto lontani.

Gli uomini ancora fanno fatica ad accettare la messa in discussione del loro ruolo predominante e sono sempre più numerosi i casi di violenza sulle donne che alla base hanno sempre questa incapacità ad accettare la libertà delle donne.
Io dico che questa è la vera grande debolezza maschile: il non capire e non accettare la diversità femminile.

Non mi piace parlare di superiorità, anche se ci scherzo molto. Credo che siamo profondamente diversi per essere complementari, per riuscire a realizzare grandi cose solo se condividiamo diritti e doveri in modo equilibrato.

Purtroppo molti uomini faticano a reggere questo equilibrio.
Forse anche perché hanno a fianco donne che lo sbilanciano in senso opposto, che sono "troppo"...

Anzi, mi sa che è proprio questo il problema.


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mercoledì 7 marzo 2012

HoneyUSA. La storia sotto i grattacieli di New York

29 luglio 2011 - NEW YORK


E pensare che qui, al posto di tutti questi grattacieli e queste strade c'erano boschi, piccoli villaggi di tribù native, cacciatori, pescatori, coltivatori di mais, fagioli e tabacco, talvolta in guerra tra loro.
E pensare che i primi esploratori europei ad arrivare in questa zona furono italiani, per la precisione fiorentini. Un certo Giovanni da Verrazzano passò di qui con una nave francese nel 1524 e fu seguito solo nel 1609 da Henry Hudson (che diede nome al fiume che sfocia nella baia di New York). In questo periodo bazzicano la zona solo dei mercanti di pellicce della Compagnia delle Indie Orientali, oltre alla ventina di villaggi collegati da sentieri, proprio qui, nei dintorni di Central Park.

I problemi cominciarono a partire dal 1624 quando la Compagnia invia un centinaio di coloni per la creazione di un centro commerciale. Questi si stabilirono nella zona inferiore dell'isola di Manhattan e chiamarono la colonia Nieuw Amsterdam, poichè erano olandesi. Ad essi infatti si deve la caratteristica architettonica delle case alte e a filo strada,  tipiche dei Paesi Bassi alle prese con la gestione del problema delle maree. La leggenda narra che a "comprare" l'isola di Manhattan fu Peter Minuit che la barattò con perline e poche cianfrusaglie.
Iniziano i conflitti con gli indigeni culminati con feroci massacri. Inizia l'importazione degli schiavi africani impiegati nei lavori di costruzione della città. Arrivano anche gli ugonotti e gli ebrei e infine gli inglesi che senza troppa difficoltà subentrano agli olandesi che lasciano una città disorganizzata e abbandonata a se' stessa.

Si verificano le prime rivolte degli schiavi neri, viene costruita la prima sinagoga nei dintorni di Wall Street. Nel 1664 Nieuw Amsterdam diventa New York e già nel 1700 conta oltre 11mila abitanti.
Il resto della storia forse emerge da qualche ricordo dei libri di storia delle superiori: la crescita del malcontento dei coloni verso la madre patria, il generale Washington protagonista degli scontri contro gli inglesi, la guerra di indipendenza americana, la città data alle fiamme, la fuga degli inglesi e la nomina di George Washington come primo presidente degli Stati uniti d'America nel 1789.
Inizia una nuova storia nello stesso anno in cui in Europa ne finisce un'altra, decapitata dalla Rivoluzione francese.

Non c'è alcuna traccia di questa storia tra le strade di New York.

Tutto si sviluppa in altezza come a voler dimenticare le radici e che tutto questo impero del progresso e del denaro è costruito sul sangue degli indigeni e della loro terra.

Non riesco a non pensarci mentre percorriamo le strade nei dintorni del Wall Trade Center e di Ground Zero. Non provo alcuna forte emozione alla vista di quel vuoto. Non sono brava a fare i conti, ma quel giorno l'America e il mondo hanno pianto la morte di circa duemila persone. E me ne rammarico.
Mi chiedo però  chi abbia mai pianto per le centinaia di migliaia di nativi e di schiavi africani sterminati per consentire la costruzione di quelle stesse torri...


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HoneyUSA: Due italieni nella metro di New York

27 luglio 2011- NY

Io volevo andare a piedi : siamo a New York per la prima volta, c'è il sole, la temperatura é piacevole, l'aria fresca... Ma alla fine ha vinto lui e il primo giorno abbiamo preso l'autobus per raggiungere l'estremità inferiore di Manhattan da Upper East Side dove si trova l'appartamento in cui alloggiamo.
"Se non camminiamo almeno vediamo la città dai finestrini". Dico io. Il genio.
"Sulla cartina sono una manciata di centimetri, che sarà mai".
Devo ancora abituarmi al diverso concetto di distanza: un'ora e mezza di traffico, bloccati, fermi dentro il bus con l'aria condizionata a palla. Dai finestrini si vedono solo macchine e taxi, palazzoni interminabili, marciapiedi affollati e semafori. A piedi non saremmo mai arrivati.

"Al ritorno meglio prendere la metro" concordiamo.
Anche perché merita. Non solo è più veloce, ma é un'esperienza.
Le comiche.
Cerca sulla cartina il punto esatto della stazione. Ecco il simbolo della metro. Scendi le scale, passa il tornello con il biglietto e intuisci la direzione del cunicolo da seguire. Una botta di caldo afoso. Togli il foulard dal collo, comincia ad appiccicarsi la maglietta alla pelle. Sferragliare di treni. Umanità variegata che passa.
Scendi altre scale, percorri altri cunicoli - pensi che è meglio non pensare al terrorismo e agli incidenti - scendi ancora e ringrazi il cielo per avere solo uno zaino leggero sulle spalle e non una valigia. Sempre più afa.
Arrivi a un binario ma lì ti accorgi che il tuo treno sta passando sul binario opposto. Ritorna su, su, cunicoli, scale, scale mobili. Tornelli. Eh no! Stiamo tornando fuori! Usciamo e rientriamo. Col cavolo, ormai il biglietto non vale più!
Vai alla biglietteria e sfodera il tuo inglese scolastico arricchito dalla visione di tutte le puntate di Lost in lingua originale. La signora alla biglietteria non capisce una mazza.
Provi con i gesti, - Marco falle un sorriso tu, fai qualcosa!
Gli dice "we came from Venice, we are in honey moon". E allora si impietosisce e ci lascia rientrare senza sprecare un altro biglietto. Non la vediamo, ma probabilmente mentre passiamo sta scuotendo la testa e pensando "italieni".

É già passato un quarto d'ora. Ripercorri i cunicoli, scale, scale e infine - sudati fradici- siamo al binario giusto.Arriva il nostro treno, apre le porte e vomita fuori un po' di gente. Entriamo noi vittoriosi. Un gelo allucinante. Mettiti subito la felpa sennò ti prendi una malora e ti rovini il viaggio!!! La felpa è nello zaino. Attaccati al palo della metro, togli lo zaino dalle spalle, svuota mezza roba - perché la felpa ovviamente è sotto di tutto- nel frattempo tieni la cartina delle fermate della metro tra le ginocchia. Veloce che fa un freddo cane!
Nel vagone regna un silenzio di tomba. Gli unici che fanno casino siamo noi. Italieni.
Gli unici sudati siamo noi. Gli unici che hanno freddo siamo noi. Gli unici imbaccuccati con la felpa e la sciarpa siamo noi.

Ci guardano con la coda dell'occhio, mentre sono tutti intenti a giggionare sull'iphone, con le cuffiette sulle orecchie.
Un po' come noi a Venezia guardiamo i giapponesi che si fanno le foto a Piazzale Roma. Sufficienza e compassione. Loro sembrano felici. E in effetti siamo felici anche noi.


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martedì 6 marzo 2012

HoneyUSA - Documenti. Il primo viaggio.

26 aprile 2001 - Documenti. Il primo viaggio

Ho capito. E' il nostro viaggio di nozze. Non devo lavorare. Ma non resisto, non riesco a non documentarmi., a cercare informazioni, a  studiare, a leggere libri sulla storia degli indiani d'America. Andiamo negli States, certo, ma sono pur sempre quella stessa persona che è stata nelle missioni africane e nei dintorni di Chernobyl. Posso leggere gli Stati Uniti solo nella lingua dei suoi schiavi, delle sue vittime, dei suoi ultimi. Mi servono elementi, chiavi di lettura, documenti, per viaggiare. Qualsiasi sia la natura del mio viaggio. Marco questa cosa la capisce e mi lascia fare con affetto (e forse compassione...).

Dobbiamo ancora decidere le tappe esatte del nostro viaggio e io voglio sceglierle in base ai nostri interessi, voglio pianificare tutto o almeno quanto mi è possibile. Si, lo so che lo spirito del viaggio "on the road" alla Kerouac non prevede alcuna pianificazione. Ma sono dell'idea che quando si ha una mappa precisa poi ci si può anche permettere di stracciarla, se si vuole.

Sono entrata in Anobii e ho cercato un gruppo che si occupasse di letteratura da viaggio. Ho chiesto un consiglio su alcuni libri interessanti da mettere in valigia o da leggere prima di partire per un viaggio negli States. Mi hanno risposto diversi utenti e i libri più gettonati sono stati: Sulla strada (di Jack Kerouac), Alce nero parla (di John G. Neihardt), Sul sentiero di guerra-scritti e testimonianza degli Indiani d'America (a cura di Charles Hamilton), Strade blu (di William Least Heat-Moon) ma soprattutto Gli spiriti non dimenticano (di Vittorio Zucconi).
Ovviamente io non ho resistito e dalla libreria ho portato a casa (una oggi, una domani, una dopo una settimana...) anche la Guida della Lonely Planet "Stati uniti Occidentali" e le Guide Mondadori "California" e "South west Usa", più un po' di Guide su New York (Lonely Planet e Chatwin) e l'interessante libro di Mario Maffi "N.Y. ritratto di una città". Siccome ho tanto spazio per i libri...

Divoro i libri durante i miei viaggi in treno per andare al lavoro, sfoglio le guide - pesantissime - che non mi abbandonano mai dentro la borsa. Il mio piccolo netbook e un foglio di word che sto riempiendo di parole e nomi di città, storie. Traccio mappe, consulto Google Earth, mi emoziono.
Come l'altra sera che in cucina ho sobbalzato sulla sedia una volta raggiunto con il mouse il Grand Canyon.
Calcolo le distanze, studio le tappe, le mete turistiche e culturali, quelle naturali. E' un po' come vivere il viaggio in anticipo. L'adrenalina trabocca.



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lunedì 5 marzo 2012

Quasi 30

Ancora pochi giorni e compierò 30 anni.
E non mi dispiace affatto.
30: me li sento addosso come un bel vestito primaverile a fiori. Mi calzano a pennello.
Prima ero troppo giovane per tutto, troppo giovane per sposarmi, troppo giovane per avere un ruolo professionale, troppo giovane per avere opinioni ed essere presa in considerazione.
Ora mi sento come se il mio involucro temporale corrispondesse perfettamente al mio essere interiore.
30. Se dovessi scegliere un'età da avere per sempre sceglierei questa.
Un po' di passato e di esperienza alle spalle per poter dire la mia, ma ancora tanti progetti in cantiere.
Tanti sogni già realizzati, altri ancora da tirar fuori dal cassetto.
Un punto di equilibrio inaspettato.
Luminoso.

Bello avere 30 anni. Davvero.


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martedì 28 febbraio 2012

Sanremo backstage and underskin

Ok, raccontiamolo: stare dietro le quinte di Sanremo è stata una gran bella esperienza. Come tutti i grandi eventi che coinvolgono la stampa, la tv, le radio e i personaggi dello spettacolo, è sempre interessante assistere ai backstage, cercare di captare dinamiche e movimenti, farsene un'idea più soppesata basandosi sulle impressioni a pelle. E sul segno che ti rimane.
Il mio è ancora fresco. Devo ancora decifrarlo.

Il fatto è che mi sono trovata ad annusare il backstage di questo evento in una triplice veste.
Da p.r., innanzitutto. Ero lì per questo: per rappresentare un cliente per cui lavoro, per promuovere la sua azienda e i suoi prodotti. E sotto questa veste ho portato a casa moltissimo, una bella avventura, dei bei contatti, un bel po' di sonno arretrato e soprattutto una bella certezza: questo lavoro fa proprio per me, mi diverte, mi viene naturale, mi calza a pennello come quel vestitino rosa che ho comprato da Combipel a 17 euro e indossato con massimo orgoglio.

Nello strato inferiore c'era però la giornalista che fotografava ogni movimento, che osservava i ritmi e le dinamiche sotterranee, che annotava i rumors e - soprattutto - che si accoccolava nella sala stampa, godendosi l'ebbrezza di essere semplicemente lì. Ho portato a casa una grande emozione dalla terza fila della sala stampa. Tutta mia. Un gran regalo.

Ma ancora più sotto -underskin - c'era un'altra persona, che guardava con occhi incantati tutto quello staccare e attaccare jack nel palco di Casa Sanremo, che tirava l'orecchio ad ogni prova microfono, che sentiva il basso pulsare nello stomaco, come ai vecchi tempi. Quell'adolescente cicciottella, sempre avvolta nel suo maglione giallo extra-large, che scriveva sul quadernone dei Take That le canzoni inventate da lei strimpellandole con la chitarra e sulla tastiera del papà, era proprio lì, in piedi, come su un pavimento di ghiaccio sottile, immobile. Una quindicina d'anni di più e di chili di meno, ero riprecipitata per un istante dentro quel maglione giallo. Un flash.

Se alla pr e alla giornalista è toccato l'entusiasmo, all'adolescente cresciuta è toccato il disincanto. L'adolescente cicciottella, col quadernone dei Take That riempito di parole ed accordi, ha portato a casa la consapevolezza che avrebbe potuto essere lì, dall'altra parte del palco, se solo avesse avuto un po' più di coraggio ed incoscienza e un po' meno ragionevolezza, un po' meno saggezza, un po' meno paura del giudizio altrui e dell'insuccesso. Un po' meno testa e un po' più pancia, pelle, unghie, denti.

Quella stessa persona con tre cambi d'abito addosso ha portato a casa la convizione che c'è un perchè se ricevi un dono, che se lo ricevi lo devi condividere e se non lo fai per quanto cerchi di soffocarlo lui riaffiora sempre. Un dono, se l'hai ricevuto, te lo porti sempre dietro e ti tormenta. Più cerchi di sotterrarlo più ti sotterra. E non è questione di successo, ma di condivisione. Il successo è solo un abito, una maschera, una confezione, una gabbia. La vera ricchezza è nella condivisione. E certi doni se non li condividi ti soffocano.


venerdì 10 febbraio 2012

schiavi dello specchio

Il problema sono gli specchi. Aveva proprio ragione quella ballerina intervistata dalle Iene sul problema dell'anoressia. Gli specchi sono maledettamente colpevoli delle fissazioni di noi donne per il fisico. E non é solo una questione di patologie gravi, é un dramma silente che accompagna in modo costante praticamente tutte le donne della cultura consumistica occidentale.

Lo ammetto, non ne sono indenne nemmeno io, anzi.
La mia fissazione per la forma fisica é del tutto lontana dai miei valori, dalla mia formazione umana, dalla razionalità di cui vado invece orgogliosa.
É una debolezza che si è insinuata nella mia testa con il bombardamento della società dell'immagine. Ebbene si, mi è concessa una debolezza? Questa è tutta mia. Me la tengo stretta come un trofeo di guerra per ricordarmi che sono debole, che non posso essere perfetta.

Sono riuscita a difendermi da tanti attacchi ma a questo non ho posto abbastanza resistenza e quindi mi ritrovo anche io come tante a fare sempre il calcolo delle calorie di ciò che mangio, a leggere le etichette di tutto ciò che compro, a combattere sulla bilancia giorno dopo giorno una guerra senza mai fine, ciclica. Davanti allo specchio.

E se semplicemente smettessimo di dialogare con lo specchio? Se non prendessimo come riferimento quell'immagine riflessa che tanto non corrisponde mai alla realtà, e cominciassimo a guardare solo dentro noi stesse?
Se rompessimo tutti gli specchi per farci guardare e giudicare solo da chi ci ama?

È impossibile. La nostra immagine ci perseguita ovunque, il culto della bellezza fisica esteriore e superficiale ci ha avvelenato la mente. Siamo schiavi di uno specchio che riflette la nostra mostruosità.
Non quella sulle cosce, quella che abbiamo dentro.


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giovedì 9 febbraio 2012

La miglior vendetta

Non mi é mai piaciuta la formula del do ut des. Mi hanno insegnato a spendermi al massimo senza mai fare il conto del ritorno. E se aggiungiamo il mio catastrofico rapporto con i numeri ne viene fuori un disequilibrio costante tra l'energia spesa per i progetti, il lavoro, le persone e ciò che ne guadagno in termini concreti.

Non tornano mai i conti. E viene spontaneo chiedersi chi me lo fa fare quel di più? Perché non mi limito a fare il mio e basta, che è già tanto? Perché devo sempre regalare qualcosa in "soraconto"?

Eppure sono convinta che proprio in questo disequilibrio di dare-avere stia la formula vincente nell'ottenere più benefici. Umani, certo, non economici.
Ogni volta che mi metto in gioco oltre quanto richiesto subisco delle delusioni e sono tentata dall'arrendermi di fronte all'ennesima prova.

Ma la mia esperienza é testimonianza di come sia invece proprio quello il momento di spendermi ancora di più, di rimettermi in gioco ancora una volta, di dare un'altra possibilità a chi mi ha ferito o deluso.
Perché arrendersi è facile, ma saper porgere l'altra guancia ha un che di eroico, di divino. E' in questo che sta la grande forza dirompente della logica cristiana dell'amore.

Donare e donarsi in modo disinteressato e un'arma potente che scombina tutti i calcoli, rimescola le carte e ti consente di vincere davvero senza alcuna vendetta.

O meglio, con la miglior vendetta: il perdono.



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lunedì 6 febbraio 2012

Donna di casa, donna di mondo

La mia mutata vita domestica mi assorbe energie e tempo in modo del tutto nuovo. Così tra la biancheria da stendere, le camicie da stirare, il mocio e la scopa da passare, la spazzatura da portare giù e soprattutto lo spignattamento a cui mi sto dedicando con umile devozione... alla fine passano i mesi, sono successe un sacco di cose e la scrittrice si è tramutata in robot da cucina.

Mi piace esplorare questa nuova dimensione. Il ruolo della donna di casa ha per me un fascino antico e controverso, rappresenta un insieme di stereotipi contro i quali in parte combatto e che in parte mi seducono. Incarna un passato che mi appartiene di dna, lascia degli spiragli di riflessione su quello che sarebbe potuta essere la mia vita se avessi fatto scelte diverse dal matrimonio, se avessi messo al primo posto il mio lavoro e la mia passione per i viaggi, se non avessi intrecciato la mia vita con Marco e l'avessi magari spesa a fare la missionaria in qualche angolo di mondo... o chissà...

Di fronte a qualsiasi "se" continuo a confermarmi di aver imboccato la strada giusta per me. E lo dico con convinzione perchè più passa il tempo più il mio percorso si dirama per poi tornare incredibilmente a riportarmi esattamente lì dove avevo sognato inizialmente di essere.
Non avrei mai immaginato me stessa dedicarmi alla mia casa e alla mia famiglia con questa dedizione eppure devo ammettere che questa nuova dimensione sta suscitando in me nuovi punti di vista impensabili.

Come a dire che la donna di casa si sta prendendo cura della scrittrice, della giornalista, della sognatrice molto meglio di quanto la scrittrice, la giornalista e la sognatrice avrebbero mai potuto immaginare.

La donna di casa sta preparando la valigia alla donna di mondo.

I miracoli del multitasking femminile.


giovedì 1 dicembre 2011

II mio sogno è la realtà

Macché pensione. Tutti sono preoccupati in questi giorni di quando andranno in pensione. Figuriamoci. Io ho quasi 30 anni e sono psicologicamente preparata a non andarci mai. Mi preoccupo solo di tenermi stretto il mio stipendio mensile, quello che mi basta per pagare l'affitto e finché dura mi godo il piacere di fare un lavoro che mi appassiona e mi diverte. Domani non si sa.
Sono partita con grandi sogni e aspettative dal liceo all'università, al giornalismo. Oggi sono totalmente disincantata.
Il mio sogno oggi é il non vivere incubi. Questo mi basta. Non pretendo altro. Non sogno più nient'altro.
Ho un tetto sopra la testa, un marito al mio fianco, un lavoro per il quale mi sveglio volentieri la mattina, amici e parenti con cui passare le feste, soldi sufficienti a pagare l'affitto, le bollette, la spesa. La salute.
Mi può bastare.
Il mio sogno è la realtà.
La mia realtà, in confronto a quella di milioni di persone nel mondo, è un sogno.

Il mio sogno è tenermela stretta.


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