Mi è sempre piaciuta molto quella parabola in cui Gesù insegna a mettersi all'ultimo posto (Luca 18,9-14).
Per quanto mi ritrovi spesso a dare l'impressione contraria non sono mai stata una che ama le prime file.
Quando ero piccola me la cavavo discretamente nel disegno. Non ero affatto un genio della pittura, semplicemente trascorrevo molto tempo a disegnare a casa, mi piaceva, mia mamma disegnava insieme a me. Lei avrebbe sempre sognato di studiare arte ma a 14 anni ha dovuto andare a lavorare. Le è rimasta la passione e fin da piccola me l'ha trasmessa.
Così capitava che quando si disegnava a scuola i miei disegni fossero un po' più ben fatti della media dei miei compagni. Niente di che, ma quanto basta per vincere i concorsi di disegno e scatenare l'invidia degli altri bambini che mi accusavano di venir premiata solo perchè ero la figlia del maestro.
Questa cosa andò avanti per tutte le elementari, ogni anno, ogni concorso di disegno, ogni premio. E c'era in me più la sofferenza per l'odio dei compagni che la gioia della vittoria.
Credo che fu allora che inconsciamente decisi di essere una mediocre.
A scuola mi sono sempre impegnata ma mai al massimo. Idem nello sport, nell'arte, forse anche nel lavoro.
A stare in prima fila si finisce col trovarsi da soli, bersaglio dell'invidia e dell'odio delle persone. Mi sono detta allora: "meglio sedersi in un angolino, essere umili. Aspettare che siano gli altri a riconoscere in te un talento".
Esattamente come il pubblicano della parabola, umiliarsi per primi piuttosto che essere umiliato poi. Mettersi nell'ultima fila ed essere semmai richiamati ad occupare il primo posto.
La verità è che ho fatto pure questo, letteralmente. Ma non è servito ad evitarmi le invidie.
Perchè puntualmente capitavo in prima fila ad alimentare il mio ego malcelato.
Allora la mia regola è diventata " per ogni talento una misura doppia di umiltà".
Ma forse sbaglio ancora. Forse è solo e semplicemente paura.
Forse è solo una vile consolazione pensare che se solo avessi voluto avrei potuto essere un talento della musica, della danza, del giornalismo o della politica. E che se non lo sono è solo perchè io non l'ho voluto e non perchè in realtà sono davvero una persona mediocre.
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giovedì 28 marzo 2013
L'ultima fila
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martedì 28 febbraio 2012
Sanremo backstage and underskin
Il mio è ancora fresco. Devo ancora decifrarlo.
Il fatto è che mi sono trovata ad annusare il backstage di questo evento in una triplice veste.
Da p.r., innanzitutto. Ero lì per questo: per rappresentare un cliente per cui lavoro, per promuovere la sua azienda e i suoi prodotti. E sotto questa veste ho portato a casa moltissimo, una bella avventura, dei bei contatti, un bel po' di sonno arretrato e soprattutto una bella certezza: questo lavoro fa proprio per me, mi diverte, mi viene naturale, mi calza a pennello come quel vestitino rosa che ho comprato da Combipel a 17 euro e indossato con massimo orgoglio.
Nello strato inferiore c'era però la giornalista che fotografava ogni movimento, che osservava i ritmi e le dinamiche sotterranee, che annotava i rumors e - soprattutto - che si accoccolava nella sala stampa, godendosi l'ebbrezza di essere semplicemente lì. Ho portato a casa una grande emozione dalla terza fila della sala stampa. Tutta mia. Un gran regalo.
Ma ancora più sotto -underskin - c'era un'altra persona, che guardava con occhi incantati tutto quello staccare e attaccare jack nel palco di Casa Sanremo, che tirava l'orecchio ad ogni prova microfono, che sentiva il basso pulsare nello stomaco, come ai vecchi tempi. Quell'adolescente cicciottella, sempre avvolta nel suo maglione giallo extra-large, che scriveva sul quadernone dei Take That le canzoni inventate da lei strimpellandole con la chitarra e sulla tastiera del papà, era proprio lì, in piedi, come su un pavimento di ghiaccio sottile, immobile. Una quindicina d'anni di più e di chili di meno, ero riprecipitata per un istante dentro quel maglione giallo. Un flash.
Se alla pr e alla giornalista è toccato l'entusiasmo, all'adolescente cresciuta è toccato il disincanto. L'adolescente cicciottella, col quadernone dei Take That riempito di parole ed accordi, ha portato a casa la consapevolezza che avrebbe potuto essere lì, dall'altra parte del palco, se solo avesse avuto un po' più di coraggio ed incoscienza e un po' meno ragionevolezza, un po' meno saggezza, un po' meno paura del giudizio altrui e dell'insuccesso. Un po' meno testa e un po' più pancia, pelle, unghie, denti.
Quella stessa persona con tre cambi d'abito addosso ha portato a casa la convizione che c'è un perchè se ricevi un dono, che se lo ricevi lo devi condividere e se non lo fai per quanto cerchi di soffocarlo lui riaffiora sempre. Un dono, se l'hai ricevuto, te lo porti sempre dietro e ti tormenta. Più cerchi di sotterrarlo più ti sotterra. E non è questione di successo, ma di condivisione. Il successo è solo un abito, una maschera, una confezione, una gabbia. La vera ricchezza è nella condivisione. E certi doni se non li condividi ti soffocano.
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