27 luglio 2011- NY
Io volevo andare a piedi : siamo a New York per la prima volta, c'è il sole, la temperatura é piacevole, l'aria fresca... Ma alla fine ha vinto lui e il primo giorno abbiamo preso l'autobus per raggiungere l'estremità inferiore di Manhattan da Upper East Side dove si trova l'appartamento in cui alloggiamo.
"Se non camminiamo almeno vediamo la città dai finestrini". Dico io. Il genio.
"Sulla cartina sono una manciata di centimetri, che sarà mai".
Devo ancora abituarmi al diverso concetto di distanza: un'ora e mezza di traffico, bloccati, fermi dentro il bus con l'aria condizionata a palla. Dai finestrini si vedono solo macchine e taxi, palazzoni interminabili, marciapiedi affollati e semafori. A piedi non saremmo mai arrivati.
"Al ritorno meglio prendere la metro" concordiamo.
Anche perché merita. Non solo è più veloce, ma é un'esperienza.
Le comiche.
Cerca sulla cartina il punto esatto della stazione. Ecco il simbolo della metro. Scendi le scale, passa il tornello con il biglietto e intuisci la direzione del cunicolo da seguire. Una botta di caldo afoso. Togli il foulard dal collo, comincia ad appiccicarsi la maglietta alla pelle. Sferragliare di treni. Umanità variegata che passa.
Scendi altre scale, percorri altri cunicoli - pensi che è meglio non pensare al terrorismo e agli incidenti - scendi ancora e ringrazi il cielo per avere solo uno zaino leggero sulle spalle e non una valigia. Sempre più afa.
Arrivi a un binario ma lì ti accorgi che il tuo treno sta passando sul binario opposto. Ritorna su, su, cunicoli, scale, scale mobili. Tornelli. Eh no! Stiamo tornando fuori! Usciamo e rientriamo. Col cavolo, ormai il biglietto non vale più!
Vai alla biglietteria e sfodera il tuo inglese scolastico arricchito dalla visione di tutte le puntate di Lost in lingua originale. La signora alla biglietteria non capisce una mazza.
Provi con i gesti, - Marco falle un sorriso tu, fai qualcosa!
Gli dice "we came from Venice, we are in honey moon". E allora si impietosisce e ci lascia rientrare senza sprecare un altro biglietto. Non la vediamo, ma probabilmente mentre passiamo sta scuotendo la testa e pensando "italieni".
É già passato un quarto d'ora. Ripercorri i cunicoli, scale, scale e infine - sudati fradici- siamo al binario giusto.Arriva il nostro treno, apre le porte e vomita fuori un po' di gente. Entriamo noi vittoriosi. Un gelo allucinante. Mettiti subito la felpa sennò ti prendi una malora e ti rovini il viaggio!!! La felpa è nello zaino. Attaccati al palo della metro, togli lo zaino dalle spalle, svuota mezza roba - perché la felpa ovviamente è sotto di tutto- nel frattempo tieni la cartina delle fermate della metro tra le ginocchia. Veloce che fa un freddo cane!
Nel vagone regna un silenzio di tomba. Gli unici che fanno casino siamo noi. Italieni.
Gli unici sudati siamo noi. Gli unici che hanno freddo siamo noi. Gli unici imbaccuccati con la felpa e la sciarpa siamo noi.
Ci guardano con la coda dell'occhio, mentre sono tutti intenti a giggionare sull'iphone, con le cuffiette sulle orecchie.
Un po' come noi a Venezia guardiamo i giapponesi che si fanno le foto a Piazzale Roma. Sufficienza e compassione. Loro sembrano felici. E in effetti siamo felici anche noi.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
http://caffe-amaro.blogspot.com/p/usa-moleskine_05.html
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mercoledì 7 marzo 2012
martedì 6 marzo 2012
HoneyUSA - Documenti. Il primo viaggio.
26 aprile 2001 - Documenti. Il primo viaggio
Ho capito. E' il nostro viaggio di nozze. Non devo lavorare. Ma non resisto, non riesco a non documentarmi., a cercare informazioni, a studiare, a leggere libri sulla storia degli indiani d'America. Andiamo negli States, certo, ma sono pur sempre quella stessa persona che è stata nelle missioni africane e nei dintorni di Chernobyl. Posso leggere gli Stati Uniti solo nella lingua dei suoi schiavi, delle sue vittime, dei suoi ultimi. Mi servono elementi, chiavi di lettura, documenti, per viaggiare. Qualsiasi sia la natura del mio viaggio. Marco questa cosa la capisce e mi lascia fare con affetto (e forse compassione...).
Dobbiamo ancora decidere le tappe esatte del nostro viaggio e io voglio sceglierle in base ai nostri interessi, voglio pianificare tutto o almeno quanto mi è possibile. Si, lo so che lo spirito del viaggio "on the road" alla Kerouac non prevede alcuna pianificazione. Ma sono dell'idea che quando si ha una mappa precisa poi ci si può anche permettere di stracciarla, se si vuole.
Sono entrata in Anobii e ho cercato un gruppo che si occupasse di letteratura da viaggio. Ho chiesto un consiglio su alcuni libri interessanti da mettere in valigia o da leggere prima di partire per un viaggio negli States. Mi hanno risposto diversi utenti e i libri più gettonati sono stati: Sulla strada (di Jack Kerouac), Alce nero parla (di John G. Neihardt), Sul sentiero di guerra-scritti e testimonianza degli Indiani d'America (a cura di Charles Hamilton), Strade blu (di William Least Heat-Moon) ma soprattutto Gli spiriti non dimenticano (di Vittorio Zucconi).
Ovviamente io non ho resistito e dalla libreria ho portato a casa (una oggi, una domani, una dopo una settimana...) anche la Guida della Lonely Planet "Stati uniti Occidentali" e le Guide Mondadori "California" e "South west Usa", più un po' di Guide su New York (Lonely Planet e Chatwin) e l'interessante libro di Mario Maffi "N.Y. ritratto di una città". Siccome ho tanto spazio per i libri...
Divoro i libri durante i miei viaggi in treno per andare al lavoro, sfoglio le guide - pesantissime - che non mi abbandonano mai dentro la borsa. Il mio piccolo netbook e un foglio di word che sto riempiendo di parole e nomi di città, storie. Traccio mappe, consulto Google Earth, mi emoziono.
Come l'altra sera che in cucina ho sobbalzato sulla sedia una volta raggiunto con il mouse il Grand Canyon.
Calcolo le distanze, studio le tappe, le mete turistiche e culturali, quelle naturali. E' un po' come vivere il viaggio in anticipo. L'adrenalina trabocca.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
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Ho capito. E' il nostro viaggio di nozze. Non devo lavorare. Ma non resisto, non riesco a non documentarmi., a cercare informazioni, a studiare, a leggere libri sulla storia degli indiani d'America. Andiamo negli States, certo, ma sono pur sempre quella stessa persona che è stata nelle missioni africane e nei dintorni di Chernobyl. Posso leggere gli Stati Uniti solo nella lingua dei suoi schiavi, delle sue vittime, dei suoi ultimi. Mi servono elementi, chiavi di lettura, documenti, per viaggiare. Qualsiasi sia la natura del mio viaggio. Marco questa cosa la capisce e mi lascia fare con affetto (e forse compassione...).
Dobbiamo ancora decidere le tappe esatte del nostro viaggio e io voglio sceglierle in base ai nostri interessi, voglio pianificare tutto o almeno quanto mi è possibile. Si, lo so che lo spirito del viaggio "on the road" alla Kerouac non prevede alcuna pianificazione. Ma sono dell'idea che quando si ha una mappa precisa poi ci si può anche permettere di stracciarla, se si vuole.
Sono entrata in Anobii e ho cercato un gruppo che si occupasse di letteratura da viaggio. Ho chiesto un consiglio su alcuni libri interessanti da mettere in valigia o da leggere prima di partire per un viaggio negli States. Mi hanno risposto diversi utenti e i libri più gettonati sono stati: Sulla strada (di Jack Kerouac), Alce nero parla (di John G. Neihardt), Sul sentiero di guerra-scritti e testimonianza degli Indiani d'America (a cura di Charles Hamilton), Strade blu (di William Least Heat-Moon) ma soprattutto Gli spiriti non dimenticano (di Vittorio Zucconi).
Ovviamente io non ho resistito e dalla libreria ho portato a casa (una oggi, una domani, una dopo una settimana...) anche la Guida della Lonely Planet "Stati uniti Occidentali" e le Guide Mondadori "California" e "South west Usa", più un po' di Guide su New York (Lonely Planet e Chatwin) e l'interessante libro di Mario Maffi "N.Y. ritratto di una città". Siccome ho tanto spazio per i libri...
Divoro i libri durante i miei viaggi in treno per andare al lavoro, sfoglio le guide - pesantissime - che non mi abbandonano mai dentro la borsa. Il mio piccolo netbook e un foglio di word che sto riempiendo di parole e nomi di città, storie. Traccio mappe, consulto Google Earth, mi emoziono.
Come l'altra sera che in cucina ho sobbalzato sulla sedia una volta raggiunto con il mouse il Grand Canyon.
Calcolo le distanze, studio le tappe, le mete turistiche e culturali, quelle naturali. E' un po' come vivere il viaggio in anticipo. L'adrenalina trabocca.
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lunedì 5 marzo 2012
Quasi 30
Ancora pochi giorni e compierò 30 anni.
E non mi dispiace affatto.
30: me li sento addosso come un bel vestito primaverile a fiori. Mi calzano a pennello.
Prima ero troppo giovane per tutto, troppo giovane per sposarmi, troppo giovane per avere un ruolo professionale, troppo giovane per avere opinioni ed essere presa in considerazione.
Ora mi sento come se il mio involucro temporale corrispondesse perfettamente al mio essere interiore.
30. Se dovessi scegliere un'età da avere per sempre sceglierei questa.
Un po' di passato e di esperienza alle spalle per poter dire la mia, ma ancora tanti progetti in cantiere.
Tanti sogni già realizzati, altri ancora da tirar fuori dal cassetto.
Un punto di equilibrio inaspettato.
Luminoso.
Bello avere 30 anni. Davvero.
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E non mi dispiace affatto.
30: me li sento addosso come un bel vestito primaverile a fiori. Mi calzano a pennello.
Prima ero troppo giovane per tutto, troppo giovane per sposarmi, troppo giovane per avere un ruolo professionale, troppo giovane per avere opinioni ed essere presa in considerazione.
Ora mi sento come se il mio involucro temporale corrispondesse perfettamente al mio essere interiore.
30. Se dovessi scegliere un'età da avere per sempre sceglierei questa.
Un po' di passato e di esperienza alle spalle per poter dire la mia, ma ancora tanti progetti in cantiere.
Tanti sogni già realizzati, altri ancora da tirar fuori dal cassetto.
Un punto di equilibrio inaspettato.
Luminoso.
Bello avere 30 anni. Davvero.
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martedì 28 febbraio 2012
Sanremo backstage and underskin
Il mio è ancora fresco. Devo ancora decifrarlo.
Il fatto è che mi sono trovata ad annusare il backstage di questo evento in una triplice veste.
Da p.r., innanzitutto. Ero lì per questo: per rappresentare un cliente per cui lavoro, per promuovere la sua azienda e i suoi prodotti. E sotto questa veste ho portato a casa moltissimo, una bella avventura, dei bei contatti, un bel po' di sonno arretrato e soprattutto una bella certezza: questo lavoro fa proprio per me, mi diverte, mi viene naturale, mi calza a pennello come quel vestitino rosa che ho comprato da Combipel a 17 euro e indossato con massimo orgoglio.
Nello strato inferiore c'era però la giornalista che fotografava ogni movimento, che osservava i ritmi e le dinamiche sotterranee, che annotava i rumors e - soprattutto - che si accoccolava nella sala stampa, godendosi l'ebbrezza di essere semplicemente lì. Ho portato a casa una grande emozione dalla terza fila della sala stampa. Tutta mia. Un gran regalo.
Ma ancora più sotto -underskin - c'era un'altra persona, che guardava con occhi incantati tutto quello staccare e attaccare jack nel palco di Casa Sanremo, che tirava l'orecchio ad ogni prova microfono, che sentiva il basso pulsare nello stomaco, come ai vecchi tempi. Quell'adolescente cicciottella, sempre avvolta nel suo maglione giallo extra-large, che scriveva sul quadernone dei Take That le canzoni inventate da lei strimpellandole con la chitarra e sulla tastiera del papà, era proprio lì, in piedi, come su un pavimento di ghiaccio sottile, immobile. Una quindicina d'anni di più e di chili di meno, ero riprecipitata per un istante dentro quel maglione giallo. Un flash.
Se alla pr e alla giornalista è toccato l'entusiasmo, all'adolescente cresciuta è toccato il disincanto. L'adolescente cicciottella, col quadernone dei Take That riempito di parole ed accordi, ha portato a casa la consapevolezza che avrebbe potuto essere lì, dall'altra parte del palco, se solo avesse avuto un po' più di coraggio ed incoscienza e un po' meno ragionevolezza, un po' meno saggezza, un po' meno paura del giudizio altrui e dell'insuccesso. Un po' meno testa e un po' più pancia, pelle, unghie, denti.
Quella stessa persona con tre cambi d'abito addosso ha portato a casa la convizione che c'è un perchè se ricevi un dono, che se lo ricevi lo devi condividere e se non lo fai per quanto cerchi di soffocarlo lui riaffiora sempre. Un dono, se l'hai ricevuto, te lo porti sempre dietro e ti tormenta. Più cerchi di sotterrarlo più ti sotterra. E non è questione di successo, ma di condivisione. Il successo è solo un abito, una maschera, una confezione, una gabbia. La vera ricchezza è nella condivisione. E certi doni se non li condividi ti soffocano.
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venerdì 10 febbraio 2012
schiavi dello specchio
Lo ammetto, non ne sono indenne nemmeno io, anzi.
La mia fissazione per la forma fisica é del tutto lontana dai miei valori, dalla mia formazione umana, dalla razionalità di cui vado invece orgogliosa.
É una debolezza che si è insinuata nella mia testa con il bombardamento della società dell'immagine. Ebbene si, mi è concessa una debolezza? Questa è tutta mia. Me la tengo stretta come un trofeo di guerra per ricordarmi che sono debole, che non posso essere perfetta.
Sono riuscita a difendermi da tanti attacchi ma a questo non ho posto abbastanza resistenza e quindi mi ritrovo anche io come tante a fare sempre il calcolo delle calorie di ciò che mangio, a leggere le etichette di tutto ciò che compro, a combattere sulla bilancia giorno dopo giorno una guerra senza mai fine, ciclica. Davanti allo specchio.
E se semplicemente smettessimo di dialogare con lo specchio? Se non prendessimo come riferimento quell'immagine riflessa che tanto non corrisponde mai alla realtà, e cominciassimo a guardare solo dentro noi stesse?
Se rompessimo tutti gli specchi per farci guardare e giudicare solo da chi ci ama?
È impossibile. La nostra immagine ci perseguita ovunque, il culto della bellezza fisica esteriore e superficiale ci ha avvelenato la mente. Siamo schiavi di uno specchio che riflette la nostra mostruosità.
Non quella sulle cosce, quella che abbiamo dentro.
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giovedì 9 febbraio 2012
La miglior vendetta
Non mi é mai piaciuta la formula del do ut des. Mi hanno insegnato a spendermi al massimo senza mai fare il conto del ritorno. E se aggiungiamo il mio catastrofico rapporto con i numeri ne viene fuori un disequilibrio costante tra l'energia spesa per i progetti, il lavoro, le persone e ciò che ne guadagno in termini concreti.
Non tornano mai i conti. E viene spontaneo chiedersi chi me lo fa fare quel di più? Perché non mi limito a fare il mio e basta, che è già tanto? Perché devo sempre regalare qualcosa in "soraconto"?
Eppure sono convinta che proprio in questo disequilibrio di dare-avere stia la formula vincente nell'ottenere più benefici. Umani, certo, non economici.
Ogni volta che mi metto in gioco oltre quanto richiesto subisco delle delusioni e sono tentata dall'arrendermi di fronte all'ennesima prova.
Ma la mia esperienza é testimonianza di come sia invece proprio quello il momento di spendermi ancora di più, di rimettermi in gioco ancora una volta, di dare un'altra possibilità a chi mi ha ferito o deluso.
Perché arrendersi è facile, ma saper porgere l'altra guancia ha un che di eroico, di divino. E' in questo che sta la grande forza dirompente della logica cristiana dell'amore.
Donare e donarsi in modo disinteressato e un'arma potente che scombina tutti i calcoli, rimescola le carte e ti consente di vincere davvero senza alcuna vendetta.
O meglio, con la miglior vendetta: il perdono.
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Non tornano mai i conti. E viene spontaneo chiedersi chi me lo fa fare quel di più? Perché non mi limito a fare il mio e basta, che è già tanto? Perché devo sempre regalare qualcosa in "soraconto"?
Eppure sono convinta che proprio in questo disequilibrio di dare-avere stia la formula vincente nell'ottenere più benefici. Umani, certo, non economici.
Ogni volta che mi metto in gioco oltre quanto richiesto subisco delle delusioni e sono tentata dall'arrendermi di fronte all'ennesima prova.
Ma la mia esperienza é testimonianza di come sia invece proprio quello il momento di spendermi ancora di più, di rimettermi in gioco ancora una volta, di dare un'altra possibilità a chi mi ha ferito o deluso.
Perché arrendersi è facile, ma saper porgere l'altra guancia ha un che di eroico, di divino. E' in questo che sta la grande forza dirompente della logica cristiana dell'amore.
Donare e donarsi in modo disinteressato e un'arma potente che scombina tutti i calcoli, rimescola le carte e ti consente di vincere davvero senza alcuna vendetta.
O meglio, con la miglior vendetta: il perdono.
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lunedì 6 febbraio 2012
Donna di casa, donna di mondo
La mia mutata vita domestica mi assorbe energie e tempo in modo del tutto nuovo. Così tra la biancheria da stendere, le camicie da stirare, il mocio e la scopa da passare, la spazzatura da portare giù e soprattutto lo spignattamento a cui mi sto dedicando con umile devozione... alla fine passano i mesi, sono successe un sacco di cose e la scrittrice si è tramutata in robot da cucina.
Mi piace esplorare questa nuova dimensione. Il ruolo della donna di casa ha per me un fascino antico e controverso, rappresenta un insieme di stereotipi contro i quali in parte combatto e che in parte mi seducono. Incarna un passato che mi appartiene di dna, lascia degli spiragli di riflessione su quello che sarebbe potuta essere la mia vita se avessi fatto scelte diverse dal matrimonio, se avessi messo al primo posto il mio lavoro e la mia passione per i viaggi, se non avessi intrecciato la mia vita con Marco e l'avessi magari spesa a fare la missionaria in qualche angolo di mondo... o chissà...
Di fronte a qualsiasi "se" continuo a confermarmi di aver imboccato la strada giusta per me. E lo dico con convinzione perchè più passa il tempo più il mio percorso si dirama per poi tornare incredibilmente a riportarmi esattamente lì dove avevo sognato inizialmente di essere.
Non avrei mai immaginato me stessa dedicarmi alla mia casa e alla mia famiglia con questa dedizione eppure devo ammettere che questa nuova dimensione sta suscitando in me nuovi punti di vista impensabili.
Come a dire che la donna di casa si sta prendendo cura della scrittrice, della giornalista, della sognatrice molto meglio di quanto la scrittrice, la giornalista e la sognatrice avrebbero mai potuto immaginare.
La donna di casa sta preparando la valigia alla donna di mondo.
I miracoli del multitasking femminile.
Mi piace esplorare questa nuova dimensione. Il ruolo della donna di casa ha per me un fascino antico e controverso, rappresenta un insieme di stereotipi contro i quali in parte combatto e che in parte mi seducono. Incarna un passato che mi appartiene di dna, lascia degli spiragli di riflessione su quello che sarebbe potuta essere la mia vita se avessi fatto scelte diverse dal matrimonio, se avessi messo al primo posto il mio lavoro e la mia passione per i viaggi, se non avessi intrecciato la mia vita con Marco e l'avessi magari spesa a fare la missionaria in qualche angolo di mondo... o chissà...
Di fronte a qualsiasi "se" continuo a confermarmi di aver imboccato la strada giusta per me. E lo dico con convinzione perchè più passa il tempo più il mio percorso si dirama per poi tornare incredibilmente a riportarmi esattamente lì dove avevo sognato inizialmente di essere.
Non avrei mai immaginato me stessa dedicarmi alla mia casa e alla mia famiglia con questa dedizione eppure devo ammettere che questa nuova dimensione sta suscitando in me nuovi punti di vista impensabili.
Come a dire che la donna di casa si sta prendendo cura della scrittrice, della giornalista, della sognatrice molto meglio di quanto la scrittrice, la giornalista e la sognatrice avrebbero mai potuto immaginare.
La donna di casa sta preparando la valigia alla donna di mondo.
I miracoli del multitasking femminile.
giovedì 1 dicembre 2011
II mio sogno è la realtà
Macché pensione. Tutti sono preoccupati in questi giorni di quando andranno in pensione. Figuriamoci. Io ho quasi 30 anni e sono psicologicamente preparata a non andarci mai. Mi preoccupo solo di tenermi stretto il mio stipendio mensile, quello che mi basta per pagare l'affitto e finché dura mi godo il piacere di fare un lavoro che mi appassiona e mi diverte. Domani non si sa.
Sono partita con grandi sogni e aspettative dal liceo all'università, al giornalismo. Oggi sono totalmente disincantata.
Il mio sogno oggi é il non vivere incubi. Questo mi basta. Non pretendo altro. Non sogno più nient'altro.
Ho un tetto sopra la testa, un marito al mio fianco, un lavoro per il quale mi sveglio volentieri la mattina, amici e parenti con cui passare le feste, soldi sufficienti a pagare l'affitto, le bollette, la spesa. La salute.
Mi può bastare.
Il mio sogno è la realtà.
La mia realtà, in confronto a quella di milioni di persone nel mondo, è un sogno.
Il mio sogno è tenermela stretta.
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Sono partita con grandi sogni e aspettative dal liceo all'università, al giornalismo. Oggi sono totalmente disincantata.
Il mio sogno oggi é il non vivere incubi. Questo mi basta. Non pretendo altro. Non sogno più nient'altro.
Ho un tetto sopra la testa, un marito al mio fianco, un lavoro per il quale mi sveglio volentieri la mattina, amici e parenti con cui passare le feste, soldi sufficienti a pagare l'affitto, le bollette, la spesa. La salute.
Mi può bastare.
Il mio sogno è la realtà.
La mia realtà, in confronto a quella di milioni di persone nel mondo, è un sogno.
Il mio sogno è tenermela stretta.
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giovedì 24 novembre 2011
Come Mary Poppins
Pulire il bagno la mattina prima di prendere il treno per andare al lavoro mi da' una grande soddisfazione.
Piccole nuove gioie domestiche.
No, non sto scherzando.
Per una femminista disordinata come me prendersi cura della casa assume un valore psico-sociale del tutto inaspettato. Mettere in ordine non é mai stato il mio forte, eppure oggi occuparmi delle tante piccole cose che si devono fare in una casa mi trasmette un senso di positiva serenità e un cenno di onnipotenza.
Della serie "mi sveglio alle 6.30, lavoro tutto il giorno e rientro a casa alle 7 di sera eppure riesco anche a stirare, fare lavatrici, pulire il bagno e passare l'aspirapolvere, cucinare e persino rammendare bottoni ciondolanti".
Interpreto la parte di Mary Poppins, la sua filosofia mi piace un sacco. Con un poco di zucchero la pillola va giù. E puoi trovare piacevole persino la routine casalinga.
Forse è semplicemente che ho desiderato tanto questa situazione, il matrimonio, una casetta tutta per noi, che non riesco ancora ad annoiarmi nemmeno del fare le pulizie, cosa che non ho mai potuto sopportare...
O forse è proprio una questione psicologica tipica delle donne della mia generazione, abituate ad essere brave in tutto, dalla prima elementare in poi, alla ricerca di un nuovo ruolo femminile che non sia però in contrapposizione con il passato (come è invece stato per le nostre madri).
E la differenza, in questo rinnovato ruolo domestico-professionale, -devo ammetterlo- alla fine la fanno gli uomini che ci scegliamo accanto.
Sembrerà banale, ma non lo é: se le pulizie se si fanno in due si impiega la metà del tempo...
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Piccole nuove gioie domestiche.
No, non sto scherzando.
Per una femminista disordinata come me prendersi cura della casa assume un valore psico-sociale del tutto inaspettato. Mettere in ordine non é mai stato il mio forte, eppure oggi occuparmi delle tante piccole cose che si devono fare in una casa mi trasmette un senso di positiva serenità e un cenno di onnipotenza.
Della serie "mi sveglio alle 6.30, lavoro tutto il giorno e rientro a casa alle 7 di sera eppure riesco anche a stirare, fare lavatrici, pulire il bagno e passare l'aspirapolvere, cucinare e persino rammendare bottoni ciondolanti".
Interpreto la parte di Mary Poppins, la sua filosofia mi piace un sacco. Con un poco di zucchero la pillola va giù. E puoi trovare piacevole persino la routine casalinga.
Forse è semplicemente che ho desiderato tanto questa situazione, il matrimonio, una casetta tutta per noi, che non riesco ancora ad annoiarmi nemmeno del fare le pulizie, cosa che non ho mai potuto sopportare...
O forse è proprio una questione psicologica tipica delle donne della mia generazione, abituate ad essere brave in tutto, dalla prima elementare in poi, alla ricerca di un nuovo ruolo femminile che non sia però in contrapposizione con il passato (come è invece stato per le nostre madri).
E la differenza, in questo rinnovato ruolo domestico-professionale, -devo ammetterlo- alla fine la fanno gli uomini che ci scegliamo accanto.
Sembrerà banale, ma non lo é: se le pulizie se si fanno in due si impiega la metà del tempo...
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martedì 22 novembre 2011
Visita da ET
Nel giro di 10 minuti aveva finito e mi aveva già chiesto il codice fiscale per potermi fare la fattura e nel frattempo mi aveva anche preparato una cartellina con la scheda riassuntiva dell'esame da potermi portare a casa.
Su un'etichetta tutti i suoi contatti, compreso l'indirizzo e-mail.
Sembrava troppo bello, meno male che le ho lasciato giù quei 200 euro che almeno mi sono ridestata ricordandomi che era una visita privata...
Si, da ET...
giovedì 17 novembre 2011
Il dovere di voto brasiliano
Sono cascata come un pero quando la mia amica Patricia – che è brasiliana – mi ha raccontato che in Brasile il voto non è un diritto ma un obbligo tra i 18 e i 70 anni, mentre è facoltativo tra i 16 e i 18 anni e oltre i 70 anni.
Chi non si presenta alle urne il giorno delle elezioni e non giustifica successivamente la sua assenza all'ufficio anagrafe perde i diritti basilari di cittadino come ottenere la carta d'identità e il passaporto, deve pagare una multa e regolarizzare la sua posizione con la giustizia elettorale.
Lei si stupisce del mio sguardo sbalordito di fronte alla parole "giustizia elettorale".
Per me è un'illuminazione.
Forzato, ma interessante.
Patricia casca dal pero lei invece quando le racconto che in Italia più della metà degli aventi diritto si astiene dall'esercitare il diritto di voto e che quindi la "maggioranza" di governo non è che una maggioranza per modo di dire.
Confronti internazionali di politologia e fini scambi culturali sul treno dei pendolari diretto a Conegliano.
Sull'orizzonte le colline roseggianti.
Il Piave si lascia attraversare senza mai passare inosservato. Risveglia un senso di patria e di dovere civile da troppi anni sopito.
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Chi non si presenta alle urne il giorno delle elezioni e non giustifica successivamente la sua assenza all'ufficio anagrafe perde i diritti basilari di cittadino come ottenere la carta d'identità e il passaporto, deve pagare una multa e regolarizzare la sua posizione con la giustizia elettorale.
Lei si stupisce del mio sguardo sbalordito di fronte alla parole "giustizia elettorale".
Per me è un'illuminazione.
Forzato, ma interessante.
Patricia casca dal pero lei invece quando le racconto che in Italia più della metà degli aventi diritto si astiene dall'esercitare il diritto di voto e che quindi la "maggioranza" di governo non è che una maggioranza per modo di dire.
Confronti internazionali di politologia e fini scambi culturali sul treno dei pendolari diretto a Conegliano.
Sull'orizzonte le colline roseggianti.
Il Piave si lascia attraversare senza mai passare inosservato. Risveglia un senso di patria e di dovere civile da troppi anni sopito.
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mercoledì 16 novembre 2011
In & out
Anni fa, ma tanti anni fa, ho letto "L'era dell'accesso" di Jeremy Rifkin. Un saggio di sociologia spaventosamente profetico. Parlava di una società divisa non sulla proprietà, ma piuttosto sull'accessibilità. Tecnologia e internet hanno alla fine creato davvero questa divisione. O sei dentro o sei fuori. E se sei fuori sei lontano da ogni accesso al potere e alle decisioni.
Per la mia generazione è tutto scontato: leggere le news in tempo reale sullo smart phone, chattare con gente dall'altra parte del pianeta, scambiarsi file e foto via mail, frequentare gli amici sui social network. È anacronistico fare i nostalgici del profumo della carta da giornale e delle amicizie a tu per tu davanti a un caffè. Giusto o sbagliato che sia dobbiamo essere nel mondo, conoscere le sue leggi e i suoi meccanismi per poterlo cambiare dal di dentro. O anche solo per viverci non da extraterrestri.
La tecnologia sta creando uno spartiacque spettacolare, preoccupante e affascinante allo stesso tempo, tra coloro che la frequentano e la posseggono, almeno in parte, e coloro che non possono accedervi o -peggio- non vogliono averci a che fare. Una spaccatura tra generazioni fortissima, una spaccatura tra nord e sud del mondo amplificata.
In Italia siamo all'età della pietra sugli strumenti tecnologici applicati alla vita sociale, e questo perché siamo governati a tutti i livelli da persone troppo vecchie e antitecnologiche, dalla politica all'imprenditoria. Ma presto o tardi dovremmo arrivarci. Meglio presto, se non vogliamo essere tagliati fuori davvero dallo sviluppo.
Alfabetizzazione informatica obbligatoria e accesso alla rete gratuito per tutti, potrebbero essere le prime azioni.
Sono sicura che la tecnologia possa rendere la nostra vita migliore. Basterebbe usarla...e usarla tutti...istituzioni e politica per primi!!!!!
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Per la mia generazione è tutto scontato: leggere le news in tempo reale sullo smart phone, chattare con gente dall'altra parte del pianeta, scambiarsi file e foto via mail, frequentare gli amici sui social network. È anacronistico fare i nostalgici del profumo della carta da giornale e delle amicizie a tu per tu davanti a un caffè. Giusto o sbagliato che sia dobbiamo essere nel mondo, conoscere le sue leggi e i suoi meccanismi per poterlo cambiare dal di dentro. O anche solo per viverci non da extraterrestri.
La tecnologia sta creando uno spartiacque spettacolare, preoccupante e affascinante allo stesso tempo, tra coloro che la frequentano e la posseggono, almeno in parte, e coloro che non possono accedervi o -peggio- non vogliono averci a che fare. Una spaccatura tra generazioni fortissima, una spaccatura tra nord e sud del mondo amplificata.
In Italia siamo all'età della pietra sugli strumenti tecnologici applicati alla vita sociale, e questo perché siamo governati a tutti i livelli da persone troppo vecchie e antitecnologiche, dalla politica all'imprenditoria. Ma presto o tardi dovremmo arrivarci. Meglio presto, se non vogliamo essere tagliati fuori davvero dallo sviluppo.
Alfabetizzazione informatica obbligatoria e accesso alla rete gratuito per tutti, potrebbero essere le prime azioni.
Sono sicura che la tecnologia possa rendere la nostra vita migliore. Basterebbe usarla...e usarla tutti...istituzioni e politica per primi!!!!!
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lunedì 14 novembre 2011
Post Silvio
Ora é tutto da ri-costruire, si intende. E mi secca che a farlo sia un uomo, un vecchio, che sicuramente si circonderà di altrettanti uomini, e vecchi. Lo intendo come una cura necessaria.
Poi però vorrei il cambiamento vero, vorrei vedere governare delle forze giovani, lontane dalle vecchie categorie della politica del 900, vorrei una politica 2.0, capace di mettere al primo posto l'interesse comune, la giustizia sociale, la tutela dell'ambiente, il rispetto delle regole...Vorrei una politica più al femminile. A sprazzi immagino come sarebbe. E quello che immagino sembra funzionare...
venerdì 11 novembre 2011
Danza interiore
Ho ripreso da poco le lezioni di danza. A quasi 30 anni, si, dopo che avevo smesso da 3. Un trauma catartico.
Alla prima lezione ho cominciato subito a sentirmi vecchia e arruginita. Come un macigno dentro i muscoli delle gambe e nel petto. Nella mia testa riaffioravano, come gli gnocchi nella pentola dell'acqua calda, le posizioni imparate dal paziente insegnamento della maestra. Il mio cervello era fresco e pieno di entusiasmo, ma il mio corpo non rispondeva ai comandi.
Piano piano però la magia dei plié mi ha ringiovanito. Se non altro nello spirito. Mi sono ritrovata in poche settimane più fluida e più forte, quasi come ai vecchi tempi.
E come ai vecchi tempi, nella testa solo il movimento liquido, la concentrazione, la forza e l'abbandono. Sono pesce, gabbiano, libellula. Porto addosso una corazza da tartaruga che mi regala di giorno in giorno il tempo che passa, resa più solida dalle delusioni e dal disincanto, resa più leggera da portare dalle lezioni di vita amaramente imparate.
La mia danza avviene li dentro, al sicuro. Dove sono libera di essere nuda dai pensieri, dove resterò sempre quella ventenne idealista e sognatrice che ero.
Almeno finché mi reggeranno le caviglie e il fiato...
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Alla prima lezione ho cominciato subito a sentirmi vecchia e arruginita. Come un macigno dentro i muscoli delle gambe e nel petto. Nella mia testa riaffioravano, come gli gnocchi nella pentola dell'acqua calda, le posizioni imparate dal paziente insegnamento della maestra. Il mio cervello era fresco e pieno di entusiasmo, ma il mio corpo non rispondeva ai comandi.
Piano piano però la magia dei plié mi ha ringiovanito. Se non altro nello spirito. Mi sono ritrovata in poche settimane più fluida e più forte, quasi come ai vecchi tempi.
E come ai vecchi tempi, nella testa solo il movimento liquido, la concentrazione, la forza e l'abbandono. Sono pesce, gabbiano, libellula. Porto addosso una corazza da tartaruga che mi regala di giorno in giorno il tempo che passa, resa più solida dalle delusioni e dal disincanto, resa più leggera da portare dalle lezioni di vita amaramente imparate.
La mia danza avviene li dentro, al sicuro. Dove sono libera di essere nuda dai pensieri, dove resterò sempre quella ventenne idealista e sognatrice che ero.
Almeno finché mi reggeranno le caviglie e il fiato...
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martedì 8 novembre 2011
Sempre di corsa
Sarebbero passati in realtà solo tre mesi dal matrimonio e il trasferimento a Mogliano. Volati. Il ritmo frenetico della nostra vita accelera sempre più. Quasi non me ne accorgo e arriva un altro week end.
L'elenco delle persone che aspettano una mia telefonata si allunga di settimana in settimana. Con precisione annoto sulla moleskine lo schemino delle cose da fare, delle persone da chiamare, delle cene da organizzare, delle cose da scrivere...
Di settimana in settimana. In accumulo. Vorrei riuscire a fare tutto, come ho sempre fatto, ed esaurire la lista. Vorrei mettere quelle maledette crocette sui quadratini. Accontentare tutti.
Vorrei essere una wonderwoman, dare il massimo nel mio lavoro come professionista e contemporaneamente essere una moglie perfetta prendendomi cura della mia casa e della mia famiglia, dedicando il mio tempo libero alle mie passioni e ai miei amici. Essere brava in tutto, non sono sempre stata cosi? La mia virtù e la mia croce...
E mi chiedo, se in qualche momento non dovessi riuscire a dare il massimo a tutti, se ora volessi concentrarmi sulla mia nuova vita, trascurando qualcuno o qualcosa, ci sarà chi disposto a capirmi e ad accettarmi lo stesso?
O devo sempre indossare il costumino da supereroe e sorridere al pubblico?
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L'elenco delle persone che aspettano una mia telefonata si allunga di settimana in settimana. Con precisione annoto sulla moleskine lo schemino delle cose da fare, delle persone da chiamare, delle cene da organizzare, delle cose da scrivere...
Di settimana in settimana. In accumulo. Vorrei riuscire a fare tutto, come ho sempre fatto, ed esaurire la lista. Vorrei mettere quelle maledette crocette sui quadratini. Accontentare tutti.
Vorrei essere una wonderwoman, dare il massimo nel mio lavoro come professionista e contemporaneamente essere una moglie perfetta prendendomi cura della mia casa e della mia famiglia, dedicando il mio tempo libero alle mie passioni e ai miei amici. Essere brava in tutto, non sono sempre stata cosi? La mia virtù e la mia croce...
E mi chiedo, se in qualche momento non dovessi riuscire a dare il massimo a tutti, se ora volessi concentrarmi sulla mia nuova vita, trascurando qualcuno o qualcosa, ci sarà chi disposto a capirmi e ad accettarmi lo stesso?
O devo sempre indossare il costumino da supereroe e sorridere al pubblico?
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giovedì 29 settembre 2011
HoneyUSA. New York. Against american coffee
Caffè americano. Parliamone.
Non ci siamo, decisamente non ci siamo. Lo chiamano caffè ma é un liquame dal gusto indefinito che viene servito ustionante in dei grandi bicchieroni di plastica con il tappo e un buco a mo' di beccuccio.
In giro per Manhattan è pieno di gente con sto biberon in mano mentre guida, mentre cammina, mentre telefona al cellulare rigorosamente IPhone).
"Se è tanto gettonato deve essere anche buono sto caffè americano" ci siam detti noi il primo giorno.
Fiondati da Starbucks ordiniamo due caffè americani. E a fatica perché sti americani si mangiano le parole che é un piacere.
2 american coffees and 2 muffins.
Ci consegnano due bicchieroni incandescenti che nemmeno l'apposito cartoncino aiuta a tenere in mano da quanto scottano. Dentro ci si può mettere zucchero, latte, cannella a volontà. Ma io, stoica, no. Il caffè va bevuto amaro.
Aspettiamo che si raffreddi un po' e nel frattempo sempre con sto biberon in mano andiamo in giro per New York proprio come fanno i newyorkesi, facendo tutto con una mano sola. Praticamente due handicappati.
Passano i minuti. Dopo una quindicina di minuti di attesa il contenitore sembra essersi un po' raffreddato.
Tentiamo un piccolo approccio, appoggiamo le labbra al beccuccio ma non arriviamo alla prima sorsata. Se il contenitore era appena più tiepido il caffè dentro era sempre incandescente.
Piovono maledizioni rivolte a tutte le generazioni di immigrati americani e in particolare a quelli che hanno avuto la fantastica idea di inventare il caffè americano, che -tra l'altro- dopo mezz'ora non siamo neanche riusciti ad assaggiare.
Continuiamo a girare col biberon in mano. Sento che il mio dipendente bisogno di caffè deve essere soddisfatto a breve, ma il coso brucia e sembra non accennare a raffreddarsi.
Penso alle tazzine dal bordo rotondo e spesso dei bar italiani, a quel mezzo dito di nettare marrone scuro, denso e profumato, alla cremina in superficie, soffice e intensa, al caffè espresso amaro da far i brividi che lascia in bocca un aroma persistente e dolciastro... Ah il caffè italiano...
Passa un'altra mezz'ora prima che riusciamo a sorseggiare il liquame. Il gusto, amaro, non ha nulla a che vedere con il caffè. É acido, sa da acqua sporca. Ha un odore lontanissimo ma quello che emerge è la plastica.
Che schifo.
Mi son portata dietro l'intrigo per un'ora e adesso non riesco neanche a berlo. Proviamo a metterci dello zucchero. Prima una, poi due, tre bustine. Ma continua a fare schifo.
Ne bevo mezzo solo perché mi secca aver speso i soldi.
Poi finisce nella spazzatura.
Ho bisogno del caffè, proviamo a berlo anche i giorni successivi in altri posti, ma la situazione non cambia.
Mi chiedo se anche i newyorkesi non tengano in mano il biberon solo per moda e poi non lo buttino via. O se non lo usino principalmente in inverno solo per scaldarsi le mani.
Ci credo che poi alla fine devi rifarti la bocca con i muffin... Soffici, unti di burro fino a far schifo...lasciano addosso la sensazione di aver mangiato una mastella di grasso e un principio di dipendenza dopo il primo morso. Un mattone. Almeno 2000 calorie per panetto.
Non ci siamo proprio.
Francesca vs American food: è guerra aperta.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
http://caffe-amaro.blogspot.com/p/usa-moleskine_05.html
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Non ci siamo, decisamente non ci siamo. Lo chiamano caffè ma é un liquame dal gusto indefinito che viene servito ustionante in dei grandi bicchieroni di plastica con il tappo e un buco a mo' di beccuccio.
In giro per Manhattan è pieno di gente con sto biberon in mano mentre guida, mentre cammina, mentre telefona al cellulare rigorosamente IPhone).
"Se è tanto gettonato deve essere anche buono sto caffè americano" ci siam detti noi il primo giorno.
Fiondati da Starbucks ordiniamo due caffè americani. E a fatica perché sti americani si mangiano le parole che é un piacere.
2 american coffees and 2 muffins.
Ci consegnano due bicchieroni incandescenti che nemmeno l'apposito cartoncino aiuta a tenere in mano da quanto scottano. Dentro ci si può mettere zucchero, latte, cannella a volontà. Ma io, stoica, no. Il caffè va bevuto amaro.
Aspettiamo che si raffreddi un po' e nel frattempo sempre con sto biberon in mano andiamo in giro per New York proprio come fanno i newyorkesi, facendo tutto con una mano sola. Praticamente due handicappati.
Passano i minuti. Dopo una quindicina di minuti di attesa il contenitore sembra essersi un po' raffreddato.
Tentiamo un piccolo approccio, appoggiamo le labbra al beccuccio ma non arriviamo alla prima sorsata. Se il contenitore era appena più tiepido il caffè dentro era sempre incandescente.
Piovono maledizioni rivolte a tutte le generazioni di immigrati americani e in particolare a quelli che hanno avuto la fantastica idea di inventare il caffè americano, che -tra l'altro- dopo mezz'ora non siamo neanche riusciti ad assaggiare.
Continuiamo a girare col biberon in mano. Sento che il mio dipendente bisogno di caffè deve essere soddisfatto a breve, ma il coso brucia e sembra non accennare a raffreddarsi.
Penso alle tazzine dal bordo rotondo e spesso dei bar italiani, a quel mezzo dito di nettare marrone scuro, denso e profumato, alla cremina in superficie, soffice e intensa, al caffè espresso amaro da far i brividi che lascia in bocca un aroma persistente e dolciastro... Ah il caffè italiano...
Passa un'altra mezz'ora prima che riusciamo a sorseggiare il liquame. Il gusto, amaro, non ha nulla a che vedere con il caffè. É acido, sa da acqua sporca. Ha un odore lontanissimo ma quello che emerge è la plastica.
Che schifo.
Mi son portata dietro l'intrigo per un'ora e adesso non riesco neanche a berlo. Proviamo a metterci dello zucchero. Prima una, poi due, tre bustine. Ma continua a fare schifo.
Ne bevo mezzo solo perché mi secca aver speso i soldi.
Poi finisce nella spazzatura.
Ho bisogno del caffè, proviamo a berlo anche i giorni successivi in altri posti, ma la situazione non cambia.
Mi chiedo se anche i newyorkesi non tengano in mano il biberon solo per moda e poi non lo buttino via. O se non lo usino principalmente in inverno solo per scaldarsi le mani.
Ci credo che poi alla fine devi rifarti la bocca con i muffin... Soffici, unti di burro fino a far schifo...lasciano addosso la sensazione di aver mangiato una mastella di grasso e un principio di dipendenza dopo il primo morso. Un mattone. Almeno 2000 calorie per panetto.
Non ci siamo proprio.
Francesca vs American food: è guerra aperta.
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giovedì 22 settembre 2011
HoneyUSA. New York. Immigrants
Sul battello diretto a Ellis Island ho provato a immedesimarmi in uno di quei milioni di migranti che raggiunsero New York fermandosi obbligatoriamente per i controlli su quell'isola.
Laggiù lo skyline della grande metropoli ricca di progetti, prospettive e pericoli. Nuovi orizzonti. Una nuova vita lontano da casa. Alle spalle l'oceano e il passato, la vecchia Europa.
Considerando che nel giro di un anno la mia vita è cambiata radicalmente, tutto sommato non mi spaventa l'idea del cambiamento in se', e nemmeno quella del viaggio lontano.
Eppure mentre girovagavamo per il museo dell'immigrazione non facevo che pensare se davvero sarei stata all'epoca una di quelli, immigrati qui in America in cerca di fortuna, oppure se non sarei piuttosto rimasta a casa, nella mia terra a cercare di sopravvivere qui.
Me lo chiedo anche adesso, me lo chiedo da anni perché non partire...
Molti dei miei amici e compagni di studi vivono fuori dall'Italia, in Europa o anche in America. Qualcuno finirà per restarci per sempre. Qualcuno concluderà alla fine di aver fatto bene, qualcuno magari invece no.
Mi piace l'avventura, ma a tempo determinato. Forse é per questo che non ho mai preso in considerazione l'idea di trasferirmi all'estero, nonostante in Italia la situazione non sia delle più rosee. O forse è perché in fondo a me le cose non vanno poi tanto male. Forse sono io che non sono ambiziosa, qualcuno potrebbe dire che mi accontento.
Invece secondo me è una questione di indole. C'è chi preferisce ricomiciare da zero e chi resta e restaura.
Non mi sento meno coraggiosa a restare in Italia rispetto a chi ha cercato di meglio altrove. E non trovo meno coraggiosi quegli europei rimasti nella loro terra di quelli salpati in cerca di fortuna. Sono diverse forme di coraggio. E penso che questo valga anche per tutti gli altri migranti. Chi può dire se ci vuole più coraggio a montare su un gommone per attraversare il Mediterraneo o a restare affamati nelle guerre africane?
Probabilmente fossi nata nell'800 non sarei mai partita. Mi rendo conto che sono molto più attaccata alle mie radici veneziane, italiane ed europee di quanto pensassi.
Non che mi avrebbe spaventato l'incertezza o la lontananza da casa e affetti.
Semplicemente all'estero si mangia da schifo.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
http://caffe-amaro.blogspot.com/p/usa-moleskine_05.html
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Laggiù lo skyline della grande metropoli ricca di progetti, prospettive e pericoli. Nuovi orizzonti. Una nuova vita lontano da casa. Alle spalle l'oceano e il passato, la vecchia Europa.
Considerando che nel giro di un anno la mia vita è cambiata radicalmente, tutto sommato non mi spaventa l'idea del cambiamento in se', e nemmeno quella del viaggio lontano.
Eppure mentre girovagavamo per il museo dell'immigrazione non facevo che pensare se davvero sarei stata all'epoca una di quelli, immigrati qui in America in cerca di fortuna, oppure se non sarei piuttosto rimasta a casa, nella mia terra a cercare di sopravvivere qui.
Me lo chiedo anche adesso, me lo chiedo da anni perché non partire...
Molti dei miei amici e compagni di studi vivono fuori dall'Italia, in Europa o anche in America. Qualcuno finirà per restarci per sempre. Qualcuno concluderà alla fine di aver fatto bene, qualcuno magari invece no.
Mi piace l'avventura, ma a tempo determinato. Forse é per questo che non ho mai preso in considerazione l'idea di trasferirmi all'estero, nonostante in Italia la situazione non sia delle più rosee. O forse è perché in fondo a me le cose non vanno poi tanto male. Forse sono io che non sono ambiziosa, qualcuno potrebbe dire che mi accontento.
Invece secondo me è una questione di indole. C'è chi preferisce ricomiciare da zero e chi resta e restaura.
Non mi sento meno coraggiosa a restare in Italia rispetto a chi ha cercato di meglio altrove. E non trovo meno coraggiosi quegli europei rimasti nella loro terra di quelli salpati in cerca di fortuna. Sono diverse forme di coraggio. E penso che questo valga anche per tutti gli altri migranti. Chi può dire se ci vuole più coraggio a montare su un gommone per attraversare il Mediterraneo o a restare affamati nelle guerre africane?
Probabilmente fossi nata nell'800 non sarei mai partita. Mi rendo conto che sono molto più attaccata alle mie radici veneziane, italiane ed europee di quanto pensassi.
Non che mi avrebbe spaventato l'incertezza o la lontananza da casa e affetti.
Semplicemente all'estero si mangia da schifo.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
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venerdì 16 settembre 2011
HoneyUSA. NEW YORK
New York.
Non potevamo non fermarci qualche giorno a New York.
Piccolo appartamento in Upper East Side, a Manhattan. Scale antincendio arrampicate sulla facciata esterna del palazzo, aria condizionata ululante, nessuna tapparella, vista su altro palazzone.
Sulla cartina sembra tutto vicino, Central Park, Downtown, the 5th avenue.. Ma non é affatto così.
Certo, la dirò anche io la banalità che dicono tutti gli italiani in America: "qui è tutto grande". Vero. Ecco l'ho detta.
Strade, grattacieli, reparti del supermarket dedicati alle patatine, bibite e panini, girivita dei passanti...
Il nostro primo impatto con la grande mela, come la chiamano, é un po' controverso. Perché a New York ti sembra di abitarci da sempre, tutto sembra già visto e quindi in un certo senso non ti colpisce niente. Almeno questo è l'effetto che ha fatto a noi.
La parola ridondante é "grande". Grande si, ma io aggiungerei anche "vecchio". New York mi è parsa una città vecchia, non antica, certo non storica, ma nemmeno così futuristica. Sarà che siamo talmente abituati a vederla come scenario in film e telefilm, ma a me (e anche a Marco) non ha suscitato alcuna eccessiva emozione.
Tutte le grandi città assomigliano a New York e New York assomiglia a tutte le grandi città del mondo. Una gigantesca distesa di periferie e un centro commerciale nel mezzo. I negozi delle grandi marche, qui come a Milano o a Londra. Mc Donald's puzzolenti qui come ovunque nel mondo, negozietti minuscoli con scritte in cinese, qui come in via Piave a Mestre. Questa -hanno ragione- è proprio la capitale del mondo globalizzato. C'è tutto di tutto.
Abbiamo cercato invano qualcosa che ci lasciasse senza fiato, ma per quanto la Statua della Libertà sia carica di simbolismo, per quanto Ellis Island trasudi memoria, ground zero attualità internazionale e il Ponte di Brooklyn illustri un bel panorama... in fondo niente ci ha trapassato in profondità. I villages, little Italy e Chinatown sono colorati e strapieni di gente, ma tutte le strade sembrano uguali. incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Starbucks. Prossimo isolato: incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Burger King...e via così...
Cosa rende unica questa città? Dov'è l'identità di questo paese? Dov'è la sua storia? Non abbiamo trovato tracce profonde, solo passi freschi.
Dov'è la sua anima, dove il suo cuore? Abbiamo trovato templi innalzati al dio progresso, al dio denaro (perché questo sono i grattacieli), abbiamo vissuto l'esperienza unica e tremenda di sentirci invisibili nella metropolitana.
Abbiamo toccato con mano i sogni di gente proveniente da tutti gli angoli del mondo, esuli, immigrati in cerca di nuova vita, di opportunità, di casa.
Ciascuno ha portato qui il suo sogno di progresso. Poi c'è chi ce l'ha fatta e chi no.
Il tempio del consumismo si arresta alle porte di Central Park, uno splendido polmone verde nel cuore di Manhattan. Ci si perde nei vialetti, colline, rocce, laghetti, prati verdi. Gente che corre, che passeggia, che riposa su un prato. Una grande pace.
A differenza di tanta gente, estasiata dopo aver visto questa città, non vivrei mai a New York.
Ma dentro Central Park si.
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Non potevamo non fermarci qualche giorno a New York.
Piccolo appartamento in Upper East Side, a Manhattan. Scale antincendio arrampicate sulla facciata esterna del palazzo, aria condizionata ululante, nessuna tapparella, vista su altro palazzone.
Sulla cartina sembra tutto vicino, Central Park, Downtown, the 5th avenue.. Ma non é affatto così.
Certo, la dirò anche io la banalità che dicono tutti gli italiani in America: "qui è tutto grande". Vero. Ecco l'ho detta.
Strade, grattacieli, reparti del supermarket dedicati alle patatine, bibite e panini, girivita dei passanti...
Il nostro primo impatto con la grande mela, come la chiamano, é un po' controverso. Perché a New York ti sembra di abitarci da sempre, tutto sembra già visto e quindi in un certo senso non ti colpisce niente. Almeno questo è l'effetto che ha fatto a noi.
La parola ridondante é "grande". Grande si, ma io aggiungerei anche "vecchio". New York mi è parsa una città vecchia, non antica, certo non storica, ma nemmeno così futuristica. Sarà che siamo talmente abituati a vederla come scenario in film e telefilm, ma a me (e anche a Marco) non ha suscitato alcuna eccessiva emozione.
Tutte le grandi città assomigliano a New York e New York assomiglia a tutte le grandi città del mondo. Una gigantesca distesa di periferie e un centro commerciale nel mezzo. I negozi delle grandi marche, qui come a Milano o a Londra. Mc Donald's puzzolenti qui come ovunque nel mondo, negozietti minuscoli con scritte in cinese, qui come in via Piave a Mestre. Questa -hanno ragione- è proprio la capitale del mondo globalizzato. C'è tutto di tutto.
Abbiamo cercato invano qualcosa che ci lasciasse senza fiato, ma per quanto la Statua della Libertà sia carica di simbolismo, per quanto Ellis Island trasudi memoria, ground zero attualità internazionale e il Ponte di Brooklyn illustri un bel panorama... in fondo niente ci ha trapassato in profondità. I villages, little Italy e Chinatown sono colorati e strapieni di gente, ma tutte le strade sembrano uguali. incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Starbucks. Prossimo isolato: incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Burger King...e via così...
Cosa rende unica questa città? Dov'è l'identità di questo paese? Dov'è la sua storia? Non abbiamo trovato tracce profonde, solo passi freschi.
Dov'è la sua anima, dove il suo cuore? Abbiamo trovato templi innalzati al dio progresso, al dio denaro (perché questo sono i grattacieli), abbiamo vissuto l'esperienza unica e tremenda di sentirci invisibili nella metropolitana.
Abbiamo toccato con mano i sogni di gente proveniente da tutti gli angoli del mondo, esuli, immigrati in cerca di nuova vita, di opportunità, di casa.
Ciascuno ha portato qui il suo sogno di progresso. Poi c'è chi ce l'ha fatta e chi no.
Il tempio del consumismo si arresta alle porte di Central Park, uno splendido polmone verde nel cuore di Manhattan. Ci si perde nei vialetti, colline, rocce, laghetti, prati verdi. Gente che corre, che passeggia, che riposa su un prato. Una grande pace.
A differenza di tanta gente, estasiata dopo aver visto questa città, non vivrei mai a New York.
Ma dentro Central Park si.
Per leggere gli altri appunti di viaggio dagli USA:
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giovedì 15 settembre 2011
HoneyUSA. Le premesse
Premessa: per me hanno sempre avuto ragione gli indiani.
E già partiamo male. Perché andare in America tifando per gli indiani ti indispone di default nei confronti di tutto ciò che c'è di costruito sul continente.
Al posto di sbarcare in un festoso clima disneyano con la bandierina e l'hot dog in mano, finisce che osservi ogni cosa con disincanto e un pelo di cinismo.
"Fantastico, sono la persona giusta nel posto giusto. Non mi fregate con la menata del sogno americano" mi dico mentre come uno zombie dopo 9 ore di volo attendo in coda al JFK di essere schedata con tanto di impronte digitali di tutte e 10 le dita.
"Sono in vacanza. Sono qui per divertirmi e il mio divertimento massimo é il reportage". Ma siccome sono anche in viaggio di nozze se il mio fresco maritino mi sgamma a lavorare anche stavolta potrebbe essere un problema...
Già l'anno scorso abbiamo trascorso le ferie in Bielorussia per il progetto Help for Children, stavolta non posso, dai.
Niente interviste e niente block notes, solo impatti, impressioni e chilometri. Tanti chilometri.
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E già partiamo male. Perché andare in America tifando per gli indiani ti indispone di default nei confronti di tutto ciò che c'è di costruito sul continente.
Al posto di sbarcare in un festoso clima disneyano con la bandierina e l'hot dog in mano, finisce che osservi ogni cosa con disincanto e un pelo di cinismo.
"Fantastico, sono la persona giusta nel posto giusto. Non mi fregate con la menata del sogno americano" mi dico mentre come uno zombie dopo 9 ore di volo attendo in coda al JFK di essere schedata con tanto di impronte digitali di tutte e 10 le dita.
"Sono in vacanza. Sono qui per divertirmi e il mio divertimento massimo é il reportage". Ma siccome sono anche in viaggio di nozze se il mio fresco maritino mi sgamma a lavorare anche stavolta potrebbe essere un problema...
Già l'anno scorso abbiamo trascorso le ferie in Bielorussia per il progetto Help for Children, stavolta non posso, dai.
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mercoledì 14 settembre 2011
La mia prima vendemmia
Si può dire di aver vissuto senza aver mai provato l'ebbrezza di una vera vendemmia?
Cittadina da sempre, non ho mai visto da vicino questo rituale contadino antico. Me ne vergogno, perché si tratta di una carenza culturale imperdonabile.
Curiosa per deformazione professionale, ho trascinato marito ed amici alla vendemmia del Valdobbiadene DOCG, tra le spettacolari colline trevigiane di Guia.
Giornata stranamente calda per la vendemmia, quest'anno anticipata a fine agosto. Pantaloni lunghi e scarponi da montagna. L'appuntamento è direttamente in vigna, dove ci accompagna personalmente Desiderio, il titolare della Cantina Bortolin Angelo Spumanti, produttore di un Valdobbiadene DOCG da Gran Medaglia d'oro. Se dobbiamo vendemmiare allora andiamo a farlo dove si produce il miglior spumante del mondo no?
Il posto è spettacolare. Il vigneto si distende sulla riva di una collina, del tutto nascosta dalla strada, a cui si accede solo tramite uno stretto sentiero asfaltato. Franco, il proprietario del vigneto e cognato di Desiderio, ci aspettava li insieme a moglie e tre figli e alle sue due sorelle anch'esse con marito e figli. É domenica e questa non é gente che vendemmia di professione. Ci siamo infiltrati nel bel mezzo di un rituale familiare.
Il vigneto apparteneva al padre di Franco insieme a un altro pezzo della collina e a quella casa laggiù, oggi venduta e restaurata, ma ancora disabitata.
Mentre iniziamo a recidere i grappoli succosi con delle apposite forbici le sorelle di Franco e la moglie Giovanna ci raccontano episodi della loro infanzia in vigna, il tempo in cui abitavano in quella casa senza elettricità e acqua corrente, quando la nonna allevava bachi da seta sull'enorme gelso che sorge ancora nel cortile. Giovanna ricorda i consigli di suo padre Angelo, il fondatore della Cantina che porta il suo nome, su come procedere in modo ordinato la vendemmia lungo i filari, e descrive i giochi dei bambini che avevano il compito di raccogliere tutti gli acini caduti a terra...
Il tempo si ferma. Rimane solo il profumo dell'uva matura. I cani corrono liberamente per il vigneto insieme ai bambini.
Man mano che si procede si osserva come cambiano i grappoli a seconda della posizione del tralcio: più vicino al bosco e al lato ombroso della collina sono meno maturi, gli acini verdi e meno polposi. Mentre lassù dove il sole illumina i filari fino a sera sono più belli, ricchi e succosi. Si capisce così la profonda differenza che c'è tra il Prosecco doc (coltivato in pianura) e il docg (in collina). La fatica del lavoro in questi vigneti eroici é tutta descritta nei profumi inconfondibili del Valdobbiadene docg. Un succo di storia e di sacrifici. Quelli di una famiglia come questa di Angelo, ad esempio, oggi premiata dal riconoscimento internazionale per l'alta qualità dei suoi spumanti.
Grazie al nostro inesperto contributo la vendemmia finisce presto. Quattro persone in più, per quanto digiune di esperienza e tecnica, possono fare la differenza. E cosi c'è tutto il tempo di allestire una tavolata sotto un vecchio noce. Quel noce da cui spunta, quasi spettrale, una falce, dimenticata lassù appesa chissà quanto tempo fa dal padre di Franco. Il noce ora l'ha inglobata al suo tronco, come a voler conservare anch'esso un ricordo della famiglia che per tanti anni ha coltivato con amore quella terra.
Già, perché sembra proprio che la terra riesca a cogliere le emozioni delle mani che la lavorano. Ed è proprio quella stessa passione per la vite e i suoi frutti che contraddistingue ogni membro della famiglia Bortolin. Una passione estremamente contagiosa e travolgente, che abbraccia con generosità e sincero affetto ogni persona che ne entri in contatto.
Come noi, per un giorno adottati nella vigna dalla famiglia Bortolin. Bere un bicchiere di vino d'ora in poi non sarà più la stessa cosa.
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Cittadina da sempre, non ho mai visto da vicino questo rituale contadino antico. Me ne vergogno, perché si tratta di una carenza culturale imperdonabile.
Curiosa per deformazione professionale, ho trascinato marito ed amici alla vendemmia del Valdobbiadene DOCG, tra le spettacolari colline trevigiane di Guia.
Giornata stranamente calda per la vendemmia, quest'anno anticipata a fine agosto. Pantaloni lunghi e scarponi da montagna. L'appuntamento è direttamente in vigna, dove ci accompagna personalmente Desiderio, il titolare della Cantina Bortolin Angelo Spumanti, produttore di un Valdobbiadene DOCG da Gran Medaglia d'oro. Se dobbiamo vendemmiare allora andiamo a farlo dove si produce il miglior spumante del mondo no?
Il posto è spettacolare. Il vigneto si distende sulla riva di una collina, del tutto nascosta dalla strada, a cui si accede solo tramite uno stretto sentiero asfaltato. Franco, il proprietario del vigneto e cognato di Desiderio, ci aspettava li insieme a moglie e tre figli e alle sue due sorelle anch'esse con marito e figli. É domenica e questa non é gente che vendemmia di professione. Ci siamo infiltrati nel bel mezzo di un rituale familiare.
Il vigneto apparteneva al padre di Franco insieme a un altro pezzo della collina e a quella casa laggiù, oggi venduta e restaurata, ma ancora disabitata.
Mentre iniziamo a recidere i grappoli succosi con delle apposite forbici le sorelle di Franco e la moglie Giovanna ci raccontano episodi della loro infanzia in vigna, il tempo in cui abitavano in quella casa senza elettricità e acqua corrente, quando la nonna allevava bachi da seta sull'enorme gelso che sorge ancora nel cortile. Giovanna ricorda i consigli di suo padre Angelo, il fondatore della Cantina che porta il suo nome, su come procedere in modo ordinato la vendemmia lungo i filari, e descrive i giochi dei bambini che avevano il compito di raccogliere tutti gli acini caduti a terra...
Il tempo si ferma. Rimane solo il profumo dell'uva matura. I cani corrono liberamente per il vigneto insieme ai bambini.
Man mano che si procede si osserva come cambiano i grappoli a seconda della posizione del tralcio: più vicino al bosco e al lato ombroso della collina sono meno maturi, gli acini verdi e meno polposi. Mentre lassù dove il sole illumina i filari fino a sera sono più belli, ricchi e succosi. Si capisce così la profonda differenza che c'è tra il Prosecco doc (coltivato in pianura) e il docg (in collina). La fatica del lavoro in questi vigneti eroici é tutta descritta nei profumi inconfondibili del Valdobbiadene docg. Un succo di storia e di sacrifici. Quelli di una famiglia come questa di Angelo, ad esempio, oggi premiata dal riconoscimento internazionale per l'alta qualità dei suoi spumanti.
Grazie al nostro inesperto contributo la vendemmia finisce presto. Quattro persone in più, per quanto digiune di esperienza e tecnica, possono fare la differenza. E cosi c'è tutto il tempo di allestire una tavolata sotto un vecchio noce. Quel noce da cui spunta, quasi spettrale, una falce, dimenticata lassù appesa chissà quanto tempo fa dal padre di Franco. Il noce ora l'ha inglobata al suo tronco, come a voler conservare anch'esso un ricordo della famiglia che per tanti anni ha coltivato con amore quella terra.
Già, perché sembra proprio che la terra riesca a cogliere le emozioni delle mani che la lavorano. Ed è proprio quella stessa passione per la vite e i suoi frutti che contraddistingue ogni membro della famiglia Bortolin. Una passione estremamente contagiosa e travolgente, che abbraccia con generosità e sincero affetto ogni persona che ne entri in contatto.
Come noi, per un giorno adottati nella vigna dalla famiglia Bortolin. Bere un bicchiere di vino d'ora in poi non sarà più la stessa cosa.
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