venerdì 10 febbraio 2012

schiavi dello specchio

Il problema sono gli specchi. Aveva proprio ragione quella ballerina intervistata dalle Iene sul problema dell'anoressia. Gli specchi sono maledettamente colpevoli delle fissazioni di noi donne per il fisico. E non é solo una questione di patologie gravi, é un dramma silente che accompagna in modo costante praticamente tutte le donne della cultura consumistica occidentale.

Lo ammetto, non ne sono indenne nemmeno io, anzi.
La mia fissazione per la forma fisica é del tutto lontana dai miei valori, dalla mia formazione umana, dalla razionalità di cui vado invece orgogliosa.
É una debolezza che si è insinuata nella mia testa con il bombardamento della società dell'immagine. Ebbene si, mi è concessa una debolezza? Questa è tutta mia. Me la tengo stretta come un trofeo di guerra per ricordarmi che sono debole, che non posso essere perfetta.

Sono riuscita a difendermi da tanti attacchi ma a questo non ho posto abbastanza resistenza e quindi mi ritrovo anche io come tante a fare sempre il calcolo delle calorie di ciò che mangio, a leggere le etichette di tutto ciò che compro, a combattere sulla bilancia giorno dopo giorno una guerra senza mai fine, ciclica. Davanti allo specchio.

E se semplicemente smettessimo di dialogare con lo specchio? Se non prendessimo come riferimento quell'immagine riflessa che tanto non corrisponde mai alla realtà, e cominciassimo a guardare solo dentro noi stesse?
Se rompessimo tutti gli specchi per farci guardare e giudicare solo da chi ci ama?

È impossibile. La nostra immagine ci perseguita ovunque, il culto della bellezza fisica esteriore e superficiale ci ha avvelenato la mente. Siamo schiavi di uno specchio che riflette la nostra mostruosità.
Non quella sulle cosce, quella che abbiamo dentro.


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giovedì 9 febbraio 2012

La miglior vendetta

Non mi é mai piaciuta la formula del do ut des. Mi hanno insegnato a spendermi al massimo senza mai fare il conto del ritorno. E se aggiungiamo il mio catastrofico rapporto con i numeri ne viene fuori un disequilibrio costante tra l'energia spesa per i progetti, il lavoro, le persone e ciò che ne guadagno in termini concreti.

Non tornano mai i conti. E viene spontaneo chiedersi chi me lo fa fare quel di più? Perché non mi limito a fare il mio e basta, che è già tanto? Perché devo sempre regalare qualcosa in "soraconto"?

Eppure sono convinta che proprio in questo disequilibrio di dare-avere stia la formula vincente nell'ottenere più benefici. Umani, certo, non economici.
Ogni volta che mi metto in gioco oltre quanto richiesto subisco delle delusioni e sono tentata dall'arrendermi di fronte all'ennesima prova.

Ma la mia esperienza é testimonianza di come sia invece proprio quello il momento di spendermi ancora di più, di rimettermi in gioco ancora una volta, di dare un'altra possibilità a chi mi ha ferito o deluso.
Perché arrendersi è facile, ma saper porgere l'altra guancia ha un che di eroico, di divino. E' in questo che sta la grande forza dirompente della logica cristiana dell'amore.

Donare e donarsi in modo disinteressato e un'arma potente che scombina tutti i calcoli, rimescola le carte e ti consente di vincere davvero senza alcuna vendetta.

O meglio, con la miglior vendetta: il perdono.



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lunedì 6 febbraio 2012

Donna di casa, donna di mondo

La mia mutata vita domestica mi assorbe energie e tempo in modo del tutto nuovo. Così tra la biancheria da stendere, le camicie da stirare, il mocio e la scopa da passare, la spazzatura da portare giù e soprattutto lo spignattamento a cui mi sto dedicando con umile devozione... alla fine passano i mesi, sono successe un sacco di cose e la scrittrice si è tramutata in robot da cucina.

Mi piace esplorare questa nuova dimensione. Il ruolo della donna di casa ha per me un fascino antico e controverso, rappresenta un insieme di stereotipi contro i quali in parte combatto e che in parte mi seducono. Incarna un passato che mi appartiene di dna, lascia degli spiragli di riflessione su quello che sarebbe potuta essere la mia vita se avessi fatto scelte diverse dal matrimonio, se avessi messo al primo posto il mio lavoro e la mia passione per i viaggi, se non avessi intrecciato la mia vita con Marco e l'avessi magari spesa a fare la missionaria in qualche angolo di mondo... o chissà...

Di fronte a qualsiasi "se" continuo a confermarmi di aver imboccato la strada giusta per me. E lo dico con convinzione perchè più passa il tempo più il mio percorso si dirama per poi tornare incredibilmente a riportarmi esattamente lì dove avevo sognato inizialmente di essere.
Non avrei mai immaginato me stessa dedicarmi alla mia casa e alla mia famiglia con questa dedizione eppure devo ammettere che questa nuova dimensione sta suscitando in me nuovi punti di vista impensabili.

Come a dire che la donna di casa si sta prendendo cura della scrittrice, della giornalista, della sognatrice molto meglio di quanto la scrittrice, la giornalista e la sognatrice avrebbero mai potuto immaginare.

La donna di casa sta preparando la valigia alla donna di mondo.

I miracoli del multitasking femminile.


giovedì 1 dicembre 2011

II mio sogno è la realtà

Macché pensione. Tutti sono preoccupati in questi giorni di quando andranno in pensione. Figuriamoci. Io ho quasi 30 anni e sono psicologicamente preparata a non andarci mai. Mi preoccupo solo di tenermi stretto il mio stipendio mensile, quello che mi basta per pagare l'affitto e finché dura mi godo il piacere di fare un lavoro che mi appassiona e mi diverte. Domani non si sa.
Sono partita con grandi sogni e aspettative dal liceo all'università, al giornalismo. Oggi sono totalmente disincantata.
Il mio sogno oggi é il non vivere incubi. Questo mi basta. Non pretendo altro. Non sogno più nient'altro.
Ho un tetto sopra la testa, un marito al mio fianco, un lavoro per il quale mi sveglio volentieri la mattina, amici e parenti con cui passare le feste, soldi sufficienti a pagare l'affitto, le bollette, la spesa. La salute.
Mi può bastare.
Il mio sogno è la realtà.
La mia realtà, in confronto a quella di milioni di persone nel mondo, è un sogno.

Il mio sogno è tenermela stretta.


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giovedì 24 novembre 2011

Come Mary Poppins

Pulire il bagno la mattina prima di prendere il treno per andare al lavoro mi da' una grande soddisfazione.
Piccole nuove gioie domestiche.
No, non sto scherzando.
Per una femminista disordinata come me prendersi cura della casa assume un valore psico-sociale del tutto inaspettato. Mettere in ordine non é mai stato il mio forte, eppure oggi occuparmi delle tante piccole cose che si devono fare in una casa mi trasmette un senso di positiva serenità e un cenno di onnipotenza.
Della serie "mi sveglio alle 6.30, lavoro tutto il giorno e rientro a casa alle 7 di sera eppure riesco anche a stirare, fare lavatrici, pulire il bagno e passare l'aspirapolvere, cucinare e persino rammendare bottoni ciondolanti".

Interpreto la parte di Mary Poppins, la sua filosofia mi piace un sacco. Con un poco di zucchero la pillola va giù. E puoi trovare piacevole persino la routine casalinga.
Forse è semplicemente che ho desiderato tanto questa situazione, il matrimonio, una casetta tutta per noi, che non riesco ancora ad annoiarmi nemmeno del fare le pulizie, cosa che non ho mai potuto sopportare...

O forse è proprio una questione psicologica tipica delle donne della mia generazione, abituate ad essere brave in tutto, dalla prima elementare in poi, alla ricerca di un nuovo ruolo femminile che non sia però in contrapposizione con il passato (come è invece stato per le nostre madri).

E la differenza, in questo rinnovato ruolo domestico-professionale, -devo ammetterlo- alla fine la fanno gli uomini che ci scegliamo accanto.
Sembrerà banale, ma non lo é: se le pulizie se si fanno in due si impiega la metà del tempo...


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martedì 22 novembre 2011

Visita da ET

Per un istante mi é sembrato di essere in un mondo parallelo. Il medico (donna) mi ha ricevuto con un sorriso, in uno studio pulito e profumato, perfettamente puntuale, ha registrato velocemente tutti i miei dati in un pc, mi ha visitato spiegandomi in modo semplice e chiaro cosa stava facendo.
Nel giro di 10 minuti aveva finito e mi aveva già chiesto il codice fiscale per potermi fare la fattura e nel frattempo mi aveva anche preparato una cartellina con la scheda riassuntiva dell'esame da potermi portare a casa.
Su un'etichetta tutti i suoi contatti, compreso l'indirizzo e-mail.

Sembrava troppo bello, meno male che le ho lasciato giù quei 200 euro che almeno mi sono ridestata ricordandomi che era una visita privata...
Si, da ET...

giovedì 17 novembre 2011

Il dovere di voto brasiliano

Sono cascata come un pero quando la mia amica Patricia – che è brasiliana – mi ha raccontato che in Brasile il voto non è un diritto ma un obbligo tra i 18 e i 70 anni, mentre è facoltativo tra i 16 e i 18 anni e oltre i 70 anni.

Chi non si presenta alle urne il giorno delle elezioni e non giustifica successivamente la sua assenza all'ufficio anagrafe perde i diritti basilari di cittadino come ottenere la carta d'identità e il passaporto, deve pagare una multa e regolarizzare la sua posizione con la giustizia elettorale.

Lei si stupisce del mio sguardo sbalordito di fronte alla parole "giustizia elettorale".

Per me è un'illuminazione.
Forzato, ma interessante.

Patricia casca dal pero lei invece quando le racconto che in Italia più della metà degli aventi diritto si astiene dall'esercitare il diritto di voto e che quindi la "maggioranza" di governo non è che una maggioranza per modo di dire.

Confronti internazionali di politologia e fini scambi culturali sul treno dei pendolari diretto a Conegliano.
Sull'orizzonte le colline roseggianti.
Il Piave si lascia attraversare senza mai passare inosservato. Risveglia un senso di patria e di dovere civile da troppi anni sopito.


 

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mercoledì 16 novembre 2011

In & out

Anni fa, ma tanti anni fa, ho letto "L'era dell'accesso" di Jeremy Rifkin. Un saggio di sociologia spaventosamente profetico. Parlava di una società divisa non sulla proprietà, ma piuttosto sull'accessibilità. Tecnologia e internet hanno alla fine creato davvero questa divisione. O sei dentro o sei fuori. E se sei fuori sei lontano da ogni accesso al potere e alle decisioni.

Per la mia generazione è tutto scontato: leggere le news in tempo reale sullo smart phone, chattare con gente dall'altra parte del pianeta, scambiarsi file e foto via mail, frequentare gli amici sui social network. È anacronistico fare i nostalgici del profumo della carta da giornale e delle amicizie a tu per tu davanti a un caffè. Giusto o sbagliato che sia dobbiamo essere nel mondo, conoscere le sue leggi e i suoi meccanismi per poterlo cambiare dal di dentro. O anche solo per viverci non da extraterrestri.

La tecnologia sta creando uno spartiacque spettacolare, preoccupante e affascinante allo stesso tempo, tra coloro che la frequentano e la posseggono, almeno in parte, e coloro che non possono accedervi o -peggio- non vogliono averci a che fare. Una spaccatura tra generazioni fortissima, una spaccatura tra nord e sud del mondo amplificata.

In Italia siamo all'età della pietra sugli strumenti tecnologici applicati alla vita sociale, e questo perché siamo governati a tutti i livelli da persone troppo vecchie e antitecnologiche, dalla politica all'imprenditoria. Ma presto o tardi dovremmo arrivarci. Meglio presto, se non vogliamo essere tagliati fuori davvero dallo sviluppo.

Alfabetizzazione informatica obbligatoria e accesso alla rete gratuito per tutti, potrebbero essere le prime azioni.
Sono sicura che la tecnologia possa rendere la nostra vita migliore. Basterebbe usarla...e usarla tutti...istituzioni e politica per primi!!!!!




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lunedì 14 novembre 2011

Post Silvio

Certo che ho festeggiato sabato sera. Vorrei anche vedere. Dicono che non c'è niente da festeggiare, che tanto la crisi c'è lo stesso, che tanto Monti non é un santo, che non si sa se domani sarà meglio di ieri. Ma lasciatemi festeggiare, con quella soddisfazione amara di chi può orgogliosamente dire di essere sempre stata un'antiberlusconiana, e con cognizione di causa. Lasciatemi sfogliare le ultime pagine di questo libro, che ho letto con passione e disincanto in ogni suo paragrafo, convinta di aver scelto la parte giusta, quella della storia.
Ora é tutto da ri-costruire, si intende. E mi secca che a farlo sia un uomo, un vecchio, che sicuramente si circonderà di altrettanti uomini, e vecchi. Lo intendo come una cura necessaria.
Poi però vorrei il cambiamento vero, vorrei vedere governare delle forze giovani, lontane dalle vecchie categorie della politica del 900, vorrei una politica 2.0, capace di mettere al primo posto l'interesse comune, la giustizia sociale, la tutela dell'ambiente, il rispetto delle regole...Vorrei una politica più al femminile. A sprazzi immagino come sarebbe. E quello che immagino sembra funzionare...




venerdì 11 novembre 2011

Danza interiore

Ho ripreso da poco le lezioni di danza. A quasi 30 anni, si, dopo che avevo smesso da 3. Un trauma catartico.

Alla prima lezione ho cominciato subito a sentirmi vecchia e arruginita. Come un macigno dentro i muscoli delle gambe e nel petto. Nella mia testa riaffioravano, come gli gnocchi nella pentola dell'acqua calda, le posizioni imparate dal paziente insegnamento della maestra. Il mio cervello era fresco e pieno di entusiasmo, ma il mio corpo non rispondeva ai comandi.

Piano piano però la magia dei plié mi ha ringiovanito. Se non altro nello spirito. Mi sono ritrovata in poche settimane più fluida e più forte, quasi come ai vecchi tempi.
E come ai vecchi tempi, nella testa solo il movimento liquido, la concentrazione, la forza e l'abbandono. Sono pesce, gabbiano, libellula. Porto addosso una corazza da tartaruga che mi regala di giorno in giorno il tempo che passa, resa più solida dalle delusioni e dal disincanto, resa più leggera da portare dalle lezioni di vita amaramente imparate.

La mia danza avviene li dentro, al sicuro. Dove sono libera di essere nuda dai pensieri, dove resterò sempre quella ventenne idealista e sognatrice che ero.
Almeno finché mi reggeranno le caviglie e il fiato...

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martedì 8 novembre 2011

Sempre di corsa

Sarebbero passati in realtà solo tre mesi dal matrimonio e il trasferimento a Mogliano. Volati. Il ritmo frenetico della nostra vita accelera sempre più. Quasi non me ne accorgo e arriva un altro week end.
L'elenco delle persone che aspettano una mia telefonata si allunga di settimana in settimana. Con precisione annoto sulla moleskine lo schemino delle cose da fare, delle persone da chiamare, delle cene da organizzare, delle cose da scrivere...
Di settimana in settimana. In accumulo. Vorrei riuscire a fare tutto, come ho sempre fatto, ed esaurire la lista. Vorrei mettere quelle maledette crocette sui quadratini. Accontentare tutti.

Vorrei essere una wonderwoman, dare il massimo nel mio lavoro come professionista e contemporaneamente essere una moglie perfetta prendendomi cura della mia casa e della mia famiglia, dedicando il mio tempo libero alle mie passioni e ai miei amici. Essere brava in tutto, non sono sempre stata cosi? La mia virtù e la mia croce...

E mi chiedo, se in qualche momento non dovessi riuscire a dare il massimo a tutti, se ora volessi concentrarmi sulla mia nuova vita, trascurando qualcuno o qualcosa, ci sarà chi disposto a capirmi e ad accettarmi lo stesso?
O devo sempre indossare il costumino da supereroe e sorridere al pubblico?

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giovedì 29 settembre 2011

HoneyUSA. New York. Against american coffee

Caffè americano. Parliamone.
Non ci siamo, decisamente non ci siamo. Lo chiamano caffè ma é un liquame dal gusto indefinito che viene servito ustionante in dei grandi bicchieroni di plastica con il tappo e un buco a mo' di beccuccio.
In giro per Manhattan è pieno di gente con sto biberon in mano mentre guida, mentre cammina, mentre telefona al cellulare rigorosamente IPhone).
"Se è tanto gettonato deve essere anche buono sto caffè americano" ci siam detti noi il primo giorno.
Fiondati da Starbucks ordiniamo due caffè americani. E a fatica perché sti americani si mangiano le parole che é un piacere.
2 american coffees and 2 muffins.
Ci consegnano due bicchieroni incandescenti che nemmeno l'apposito cartoncino aiuta a tenere in mano da quanto scottano. Dentro ci si può mettere zucchero, latte, cannella a volontà. Ma io, stoica, no. Il caffè va bevuto amaro.
Aspettiamo che si raffreddi un po' e nel frattempo sempre con sto biberon in mano andiamo in giro per New York proprio come fanno i newyorkesi, facendo tutto con una mano sola. Praticamente due handicappati.
Passano i minuti. Dopo una quindicina di minuti di attesa il contenitore sembra essersi un po' raffreddato.
Tentiamo un piccolo approccio, appoggiamo le labbra al beccuccio ma non arriviamo alla prima sorsata. Se il contenitore era appena più tiepido il caffè dentro era sempre incandescente.
Piovono maledizioni rivolte a tutte le generazioni di immigrati americani e in particolare a quelli che hanno avuto la fantastica idea di inventare il caffè americano, che -tra l'altro- dopo mezz'ora non siamo neanche riusciti ad assaggiare.
Continuiamo a girare col biberon in mano. Sento che il mio dipendente bisogno di caffè deve essere soddisfatto a breve, ma il coso brucia e sembra non accennare a raffreddarsi.
Penso alle tazzine dal bordo rotondo e spesso dei bar italiani, a quel mezzo dito di nettare marrone scuro, denso e profumato, alla cremina in superficie, soffice e intensa, al caffè espresso amaro da far i brividi che lascia in bocca un aroma persistente e dolciastro... Ah il caffè italiano...
Passa un'altra mezz'ora prima che riusciamo a sorseggiare il liquame. Il gusto, amaro, non ha nulla a che vedere con il caffè. É acido, sa da acqua sporca. Ha un odore lontanissimo ma quello che emerge è la plastica.
Che schifo.
Mi son portata dietro l'intrigo per un'ora e adesso non riesco neanche a berlo. Proviamo a metterci dello zucchero. Prima una, poi due, tre bustine. Ma continua a fare schifo.
Ne bevo mezzo solo perché mi secca aver speso i soldi.
Poi finisce nella spazzatura.
Ho bisogno del caffè, proviamo a berlo anche i giorni successivi in altri posti, ma la situazione non cambia.
Mi chiedo se anche i newyorkesi non tengano in mano il biberon solo per moda e poi non lo buttino via. O se non lo usino principalmente in inverno solo per scaldarsi le mani.
Ci credo che poi alla fine devi rifarti la bocca con i muffin... Soffici, unti di burro fino a far schifo...lasciano addosso la sensazione di aver mangiato una mastella di grasso e un principio di dipendenza dopo il primo morso. Un mattone. Almeno 2000 calorie per panetto.
Non ci siamo proprio.
Francesca vs American food: è guerra aperta.


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giovedì 22 settembre 2011

HoneyUSA. New York. Immigrants

Sul battello diretto a Ellis Island ho provato a immedesimarmi in uno di quei milioni di migranti che raggiunsero New York fermandosi obbligatoriamente per i controlli su quell'isola.
Laggiù lo skyline della grande metropoli ricca di progetti, prospettive e pericoli. Nuovi orizzonti. Una nuova vita lontano da casa. Alle spalle l'oceano e il passato, la vecchia Europa.
Considerando che nel giro di un anno la mia vita è cambiata radicalmente, tutto sommato non mi spaventa l'idea del cambiamento in se', e nemmeno quella del viaggio lontano.
Eppure mentre girovagavamo per il museo dell'immigrazione non facevo che pensare se davvero sarei stata all'epoca una di quelli, immigrati qui in America in cerca di fortuna, oppure se non sarei piuttosto rimasta a casa, nella mia terra a cercare di sopravvivere qui.
Me lo chiedo anche adesso, me lo chiedo da anni perché non partire...
Molti dei miei amici e compagni di studi vivono fuori dall'Italia, in Europa o anche in America. Qualcuno finirà per restarci per sempre. Qualcuno concluderà alla fine di aver fatto bene, qualcuno magari invece no.
Mi piace l'avventura, ma a tempo determinato. Forse é per questo che non ho mai preso in considerazione l'idea di trasferirmi all'estero, nonostante in Italia la situazione non sia delle più rosee. O forse è perché in fondo a me le cose non vanno poi tanto male. Forse sono io che non sono ambiziosa, qualcuno potrebbe dire che mi accontento.
Invece secondo me è una questione di indole. C'è chi preferisce ricomiciare da zero e chi resta e restaura.
Non mi sento meno coraggiosa a restare in Italia rispetto a chi ha cercato di meglio altrove. E non trovo meno coraggiosi quegli europei rimasti nella loro terra di quelli salpati in cerca di fortuna. Sono diverse forme di coraggio. E penso che questo valga anche per tutti gli altri migranti. Chi può dire se ci vuole più coraggio a montare su un gommone per attraversare il Mediterraneo o a restare affamati nelle guerre africane?
Probabilmente fossi nata nell'800 non sarei mai partita. Mi rendo conto che sono molto più attaccata alle mie radici veneziane, italiane ed europee di quanto pensassi.
Non che mi avrebbe spaventato l'incertezza o la lontananza da casa e affetti.
Semplicemente all'estero si mangia da schifo.


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venerdì 16 settembre 2011

HoneyUSA. NEW YORK

New York.
Non potevamo non fermarci qualche giorno a New York.
Piccolo appartamento in Upper East Side, a Manhattan. Scale antincendio arrampicate sulla facciata esterna del palazzo, aria condizionata ululante, nessuna tapparella, vista su altro palazzone.
Sulla cartina sembra tutto vicino, Central Park, Downtown, the 5th avenue.. Ma non é affatto così.
Certo, la dirò anche io la banalità che dicono tutti gli italiani in America: "qui è tutto grande". Vero. Ecco l'ho detta.
Strade, grattacieli, reparti del supermarket dedicati alle patatine, bibite e panini, girivita dei passanti...
Il nostro primo impatto con la grande mela, come la chiamano, é un po' controverso. Perché a New York ti sembra di abitarci da sempre, tutto sembra già visto e quindi in un certo senso non ti colpisce niente. Almeno questo è l'effetto che ha fatto a noi.
La parola ridondante é "grande". Grande si, ma io aggiungerei anche "vecchio". New York mi è parsa una città vecchia, non antica, certo non storica, ma nemmeno così futuristica. Sarà che siamo talmente abituati a vederla come scenario in film e telefilm, ma a me (e anche a Marco) non ha suscitato alcuna eccessiva emozione.
Tutte le grandi città assomigliano a New York e New York assomiglia a tutte le grandi città del mondo. Una gigantesca distesa di periferie e un centro commerciale nel mezzo. I negozi delle grandi marche, qui come a Milano o a Londra. Mc Donald's puzzolenti qui come ovunque nel mondo, negozietti minuscoli con scritte in cinese, qui come in via Piave a Mestre. Questa -hanno ragione- è proprio la capitale del mondo globalizzato. C'è tutto di tutto.
Abbiamo cercato invano qualcosa che ci lasciasse senza fiato, ma per quanto la Statua della Libertà sia carica di simbolismo, per quanto Ellis Island trasudi memoria, ground zero attualità internazionale e il Ponte di Brooklyn illustri un bel panorama... in fondo niente ci ha trapassato in profondità. I villages, little Italy e Chinatown sono colorati e strapieni di gente, ma tutte le strade sembrano uguali. incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Starbucks. Prossimo isolato: incrocio, semaforo, strisce pedonali, marciapiede affollato, taxi, Burger King...e via così...
Cosa rende unica questa città? Dov'è l'identità di questo paese? Dov'è la sua storia? Non abbiamo trovato tracce profonde, solo passi freschi.
Dov'è la sua anima, dove il suo cuore? Abbiamo trovato templi innalzati al dio progresso, al dio denaro (perché questo sono i grattacieli), abbiamo vissuto l'esperienza unica e tremenda di sentirci invisibili nella metropolitana.
Abbiamo toccato con mano i sogni di gente proveniente da tutti gli angoli del mondo, esuli, immigrati in cerca di nuova vita, di opportunità, di casa.
Ciascuno ha portato qui il suo sogno di progresso. Poi c'è chi ce l'ha fatta e chi no.
Il tempio del consumismo si arresta alle porte di Central Park, uno splendido polmone verde nel cuore di Manhattan. Ci si perde nei vialetti, colline, rocce, laghetti, prati verdi. Gente che corre, che passeggia, che riposa su un prato. Una grande pace.
A differenza di tanta gente, estasiata dopo aver visto questa città, non vivrei mai a New York.
Ma dentro Central Park si.


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giovedì 15 settembre 2011

HoneyUSA. Le premesse

Premessa: per me hanno sempre avuto ragione gli indiani.
E già partiamo male. Perché andare in America tifando per gli indiani ti indispone di default nei confronti di tutto ciò che c'è di costruito sul continente.

Al posto di sbarcare in un festoso clima disneyano con la bandierina e l'hot dog in mano, finisce che osservi ogni cosa con disincanto e un pelo di cinismo.
"Fantastico, sono la persona giusta nel posto giusto. Non mi fregate con la menata del sogno americano" mi dico mentre come uno zombie dopo 9 ore di volo attendo in coda al JFK di essere schedata con tanto di impronte digitali di tutte e 10 le dita.

"Sono in vacanza. Sono qui per divertirmi e il mio divertimento massimo é il reportage". Ma siccome sono anche in viaggio di nozze se il mio fresco maritino mi sgamma a lavorare anche stavolta potrebbe essere un problema...

Già l'anno scorso abbiamo trascorso le ferie in Bielorussia per il progetto Help for Children, stavolta non posso, dai.

Niente interviste e niente block notes, solo impatti, impressioni e chilometri. Tanti chilometri.



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mercoledì 14 settembre 2011

La mia prima vendemmia

Si può dire di aver vissuto senza aver mai provato l'ebbrezza di una vera vendemmia?
Cittadina da sempre, non ho mai visto da vicino questo rituale contadino antico. Me ne vergogno, perché si tratta di una carenza culturale imperdonabile.
Curiosa per deformazione professionale, ho trascinato marito ed amici alla vendemmia del Valdobbiadene DOCG, tra le spettacolari colline trevigiane di Guia.
Giornata stranamente calda per la vendemmia, quest'anno anticipata a fine agosto. Pantaloni lunghi e scarponi da montagna. L'appuntamento è direttamente in vigna, dove ci accompagna personalmente Desiderio, il titolare della Cantina Bortolin Angelo Spumanti, produttore di un Valdobbiadene DOCG da Gran Medaglia d'oro. Se dobbiamo vendemmiare allora andiamo a farlo dove si produce il miglior spumante del mondo no?
Il posto è spettacolare. Il vigneto si distende sulla riva di una collina, del tutto nascosta dalla strada, a cui si accede solo tramite uno stretto sentiero asfaltato. Franco, il proprietario del vigneto e cognato di Desiderio, ci aspettava li insieme a moglie e tre figli e alle sue due sorelle anch'esse con marito e figli. É domenica e questa non é gente che vendemmia di professione. Ci siamo infiltrati nel bel mezzo di un rituale familiare.

Il vigneto apparteneva al padre di Franco insieme a un altro pezzo della collina e a quella casa laggiù, oggi venduta e restaurata, ma ancora disabitata.
Mentre iniziamo a recidere i grappoli succosi con delle apposite forbici le sorelle di Franco e la moglie Giovanna ci raccontano episodi della loro infanzia in vigna, il tempo in cui abitavano in quella casa senza elettricità e acqua corrente, quando la nonna allevava bachi da seta sull'enorme gelso che sorge ancora nel cortile. Giovanna ricorda i consigli di suo padre Angelo, il fondatore della Cantina che porta il suo nome, su come procedere in modo ordinato la vendemmia lungo i filari, e descrive i giochi dei bambini che avevano il compito di raccogliere tutti gli acini caduti a terra...
Il tempo si ferma. Rimane solo il profumo dell'uva matura. I cani corrono liberamente per il vigneto insieme ai bambini.
Man mano che si procede si osserva come cambiano i grappoli a seconda della posizione del tralcio: più vicino al bosco e al lato ombroso della collina sono meno maturi, gli acini verdi e meno polposi. Mentre lassù dove il sole illumina i filari fino a sera sono più belli, ricchi e succosi. Si capisce così la profonda differenza che c'è tra il Prosecco doc (coltivato in pianura) e il docg (in collina). La fatica del lavoro in questi vigneti eroici é tutta descritta nei profumi inconfondibili del Valdobbiadene docg. Un succo di storia e di sacrifici. Quelli di una famiglia come questa di Angelo, ad esempio, oggi premiata dal riconoscimento internazionale per l'alta qualità dei suoi spumanti.
Grazie al nostro inesperto contributo la vendemmia finisce presto. Quattro persone in più, per quanto digiune di esperienza e tecnica, possono fare la differenza. E cosi c'è tutto il tempo di allestire una tavolata sotto un vecchio noce. Quel noce da cui spunta, quasi spettrale, una falce, dimenticata lassù appesa chissà quanto tempo fa dal padre di Franco. Il noce ora l'ha inglobata al suo tronco, come a voler conservare anch'esso un ricordo della famiglia che per tanti anni ha coltivato con amore quella terra.
Già, perché sembra proprio che la terra riesca a cogliere le emozioni delle mani che la lavorano. Ed è proprio quella stessa passione per la vite e i suoi frutti che contraddistingue ogni membro della famiglia Bortolin. Una passione estremamente contagiosa e travolgente, che abbraccia con generosità e sincero affetto ogni persona che ne entri in contatto.
Come noi, per un giorno adottati nella vigna dalla famiglia Bortolin. Bere un bicchiere di vino d'ora in poi non sarà più la stessa cosa.

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venerdì 9 settembre 2011

HoneyUSA. In viaggio di nozze con la giornalista

Mi chiedono in tanti come è andata in America. Forse perché chi mi conosce conosce anche la mia spiccata natura anticonsumistica e forse vede con curiosità la scelta di andare negli states in viaggio di nozze.
E per rassicurare gli amici sul fatto che non ho abbandonato la mia linea racconterò alcuni aneddoti e riflessioni su ciò che abbiamo visto e vissuto durante la nostra avventura americana.

Dovevo andarci in America prima o poi. Non si può essere dei veri anticonsumisti, anticapitalisti e anticolonialisti senza aver visto con i propri occhi almeno un pezzo d'America.
Lo dovevo ai miei sogni e ai miei libri. Lo dovevo alle mie idee e ai miei valori.
Lo dovevo alla giornalista che non riesco a smettere di essere nemmeno in viaggio di nozze.
See U soon


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mercoledì 7 settembre 2011

Friendship

Dicono che gli amici si riconoscono nel momento del bisogno. Vero. Ma secondo me si tratta delle stesse persone che ti sono vicine nel momento della gioia. Non sono quelli che ti fanno il regalo più prezioso, ma quelli che arrivano per primi alla tua festa, gli ultimi ad andar via.
Ci sono molti modi diversi di partecipare alla gioia e al dolore altrui, ma non ci sono tante giustificazioni: nei momenti più tristi della vita come in quelli più felici basta guardarsi intorno per quantificare in modo matematico il valore dell'amicizia.
Io non sono brava con i numeri, prendo le misure a spanne. E finisce spesso che i conti non tornino...


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lunedì 5 settembre 2011

Tiramisù vs Francesca 1-1

Ho sempre fatto sapere in giro di non essere brava a cucinare. Non che sia vero. Semplicemente non ho avuto molte occasioni di cimentarmi. Ora é una questione di principio.
Ho cominciato a battermi con il tiramisù: avversario freddo, tradizionale, coinvolto emotivamente perché è il dolce preferito di mio marito. 3 uova, 250gr mascarpone, 55gr zucchero, cacao amaro in polvere, caffè, savoiardi.
Messo giù così sembrava facile.
E invece al primo match ho perso rovinosamente.

I tuorli montati al minipimer con il mascarpone sono impazziti e mi sono accorta troppo tardi che erano da aggiungere anche gli albumi montati a neve: li avevo già buttati nella spazzatura...
Risultato umiliante. Il gusto era quello del tiramisù ma mancava del tutto la consistenza. Me ne sono mangiata una porzione per punizione prima di mandare la sbobba a raggiungere gli albumi...

Ieri si è svolto il secondo match. Impresa compiuta completamente a mano. La crema montata con la frusta e con l'aggiunta degli albumi é venuta una meraviglia: morbida, spumosa. Al posto della squanfida vaschetta di alluminio ho optato per colmare dei bicchieri di cristallo. Una spolverata di cacao amaro. Forse i savoiardi erano un po' troppo imbevuti di caffè ma la vittoria é stata conquistata con generali ovazioni.
1-1
A breve lo spareggio.


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lunedì 29 agosto 2011

I bisbigli del controllore FS

Un uomo sta discutendo con il controllore sul treno per Conegliano. Deve aver appena scoperto che ha diritto ad uno sconto sull'abbonamento del mese prossimo se presenta l'abbonamento dei mesi precedenti. E dal tono della sua voce mi sa che lui, come praticamente tutti, l'abbonamento del mese di agosto non l'ha fatto perché è andato in ferie e quello dei mesi prima deve averlo buttato via.
Dello sconto di circa il 40% a me ne ha parlato l'altro giorno un altro controllore sussurrandomelo quasi di nascosto dagli altri passeggeri. Non ho visto alcun cartello in stazione, nessun annuncio dagli altoparlanti.

Forse le Ferrovie dello Stato sperano che siano in pochi ad aver saputo del diritto allo sconto a causa della multa presa dalla Regione. E soprattutto lo dicono oggi nella speranza che in tanti non abbiano conservato il vecchio abbonamento...
Ma io sta volta sono stata più furba di loro e quindi mi becco il mio 40% di sconto. Lo prendo per una richiesta di scuse per tutti i ritardi che mi sono subita....


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