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martedì 27 agosto 2013

Giornale cartaceo, piacere perduto

Ho perso il piacere di leggere i quotidiani cartacei. E credo di aver capito perché.
Ho sempre amato leggere il giornale, soprattutto in vacanza quando ho il tempo di sfogliarlo con calma e di leggere anche gli editoriali e gli approfondimenti culturali.
In montagna, poi, sempre stato un must. Finalmente ho il tempo di seguire con calma tutte le sfaccettature della politica interna ed internazionale e perdermi in mille riflessioni e ragionamenti.
Un puro piacere per le meningi.

Durante l'anno faccio fatica. I quotidiani locali non mi dicono più niente da un pezzo ( e mi dispiace per tutti gli amici che ci scrivono, so che non è colpa loro). Li sfoglio velocemente senza trovare mai più di un articoletto interessante per volta. E quindi mi secca spendere 1,20 euro al giorno per non leggere nulla. Dovrei leggere almeno un paio di quotidiani nazionali al giorno, anche per il lavoro che faccio ma, lo ammetto, non lo faccio quasi mai. E non perché non mi interessino le notizie, anzi. Ma non mi interessa più il modo in cui sono raccontate.
Trovo piuttosto altri canali, altri strumenti che mi consentono di scegliere, di andare a fondo, di cercare collegamenti, di verificare, di condividere.

Me ne sono resa conto definitivamente proprio durante questo mese trascorso in montagna, in vacanza. Mi sono concessa di leggere i quotidiani ogni giorno, spinta più che altro dall'immancabile reportage estivo di Rumiz su Repubblica. Ma nonostante in questo mese le pagine fossero zeppe di notizie sulla sentenza Mediaset ( e quindi di mio grande interesse) oltre che di crisi in medioriente ( altro argomento che seguo da tempo), niente. Nessuno stimolo.
Una linea piatta.

Mancavano molti argomenti che solitamente seguo in vari siti e blog in rete, come ad esempio le questioni ambientali, le nuove tecnologie, il lavoro, il terzo mondo, il sociale... Sostanzialmente non c'era nulla di più di quanto solitamente leggo in rete, su Twitter, o sulle pagine di informazione che seguo su Facebook o di quanto i miei amici di Rainews24 mi ripetano tutto il giorno.
Tenendo la tv, quando è accesa, costantemente sul canale 48 a colazione, pranzo e cena qualsiasi cosa ci sia scritta sul giornale del giorno dopo risulta per forza di cose fondamentalmente vecchia, superata.

Sul giornale cartaceo mi è mancata soprattutto una cosa, quella che credo sia determinante se non altro per il mio personale abbandono definitivo della carta stampata: mancava la possibilità di condividere le informazioni, cioè quel pulsante "condividi" che si trova in fondo ad ogni notizia sul web e che mi permette di girare alcune notizie a determinate persone che so poter essere interessate o di condividerle, appunto, sui social.
La carta stampata non è social, non è informazione in tempo reale, ma al contempo non è nemmeno abbastanza "approfondimento" come invece forse dovrebbe essere per distinguersi dall'informazione digitale. Ecco perché è destinata all'estinzione.

Ho invano cercato sul giornale degli approfondimenti, delle sintesi e degli schemi che mi permettessero di capire meglio quanto sta accadendo in Egitto o in Siria. Mi sono ritrovata su wikipedia per rispondere alle domande che scaturivano dalla mia lettura.
E purtroppo non c'è piacere nell'odore della carta da giornale o nello stringere in mano tutti quei fogli svolazzanti che giustifichi la scelta per il cartaceo.

Lo so, sono cose che gli esperti di comunicazione dicono da anni, e io stessa l'ho sempre detto, anche se in parte ho sempre conservato il fascino per la lettura del quotidiano cartaceo, almeno in vacanza, almeno in montagna, almeno ad Agosto.

Ahimè un piacere perduto, credo per sempre.


martedì 19 marzo 2013

Il buon consulente di comunicazione di Papa Francesco

Quanto pesi la forma rispetto alla sostanza ce ne accorgiamo in questi giorni che salutiamo la nomina di Papa Francesco come un segno di grande cambiamento. E lo è. E ne sono felice.
Ma penso anche a come sia bastato poco per trasmettere universalmente un'immagine di rinnovamento, di semplicità, di umiltà. Poche parole, pochi gesti e già eravamo persuasi del fatto che questo è il volto della Chiesa che ci piace. Ma ci voleva così tanto?

L'importanza della comunicazione del bene. Sempre così sottovalutata.

Non credo affatto che Ratzinger fosse meno vicino al Vangelo di quanto non sembri esserlo Bergoglio, forse solo non lo comunicava in modo efficace.
Quel bel volto della Chiesa di vicinanza agli ultimi non é una novità: io l'ho sempre visto nel mio piccolo incarnato da tanti, tantissimi cristiani, persone che vivono la loro fede nel quotidiano, nei loro gesti e nelle loro parole ogni giorno e che testimoniano, laici e religiosi, una fede vissuta, bella, limpida, gioiosa, serena.
Forse troppo nascosta. Già, troppo poco comunicata.
Non dovrebbe essere una cosa strana di cui stupirci eccessivamente, dopotutto, che il Papa dica che il potere è servizio o che dobbiamo avere cura del prossimo e del creato. Però vedere la sua foto quand'era vescovo e girava in metropolitana, o in pulmino con gli altri cardinali oppure ancora alla hall dell'albergo a pagare il conto non può che stupire. E far sorridere.

Gran bella tattica di comunicazione, mi verrebbe da dire da addetta ai lavori. Già perchè a volte bastano pochi semplici gesti per trasmettere un'immagine positiva ma ne bastano allo stesso tempo altri pochi per crollare rovinosamente nella classifica dell'appeal superficiale popolare, che è cosa diversa dalla fede, ma serve sempre.

La Chiesa è per sua natura composta da diverse anime e proprio perchè umana è imperfetta, santa e peccatrice al contempo. Perchè non usare quindi un po' di quella sana furbizia che ci suggerisce anche il Vangelo ("puri come colombe e astuti come serpenti" Mt 10,16) e fare del nostro meglio per mettere in luce il volto migliore della Chiesa? Un volto che già c'è in abbondanza nel mondo e che si tratta solo di
far emergere come volto ufficiale?

Perché non puntare, si, su un po' di segni forti, popolari, forse populistici, ma che permetterebbero ( come sta già accadendo) a tanti di limare un po' di pregiudizi?
In fondo è un po' quello che serve anche alla politica: segni. Siamo umani, abbiamo bisogno di simboli, segni, messaggi chiari e semplici.

In questo caso direi che solo parzialmente la forma è sostanza. Ma intanto cominciamo con la forma, che è più urgente, poi andiamo a fondo anche nella concretezza della realtà ecclesiale a renderla, dove non lo sia già, il più possibile coerente con la semplicità e la bellezza del Vangelo.

Papa Francesco sembra sulla buona strada.

Tutto merito dello Spirito Santo, il miglior consulente, ma anche un
po' merito suo per averlo ascoltato ...