Il mio esperimento di digiuno da Facebook sta proseguendo a gonfie vele, ma non senza strappi alla regola.
Lascio le mie considerazioni complessive alla fine della quaresima, in un post che sto preparando.
Ma nel frattempo un'anticipazione.
Ho deciso di digiunare da Facebook simbolicamente per il periodo della Quaresima, per poter dedicare più tempo alla preghiera e all'introspezione.
È proprio questa introspezione che mi sta portando ad una considerazione: Facebook è solo uno strumento, ma uno strumento privilegiato di condivisione, dialogo e testimonianza dal quale non posso prescindere.
Proprio come cristiana la mia testimonianza è un dovere.
Una testimonianza di fede che si esprime nelle scelte di vita, nei piccoli gesti quotidiani, nei pensieri, nelle idee e nelle proposte. Quale strumento migliore dei social network e dei blog per la testimonianza oggi?
Le esperienze meravigliose che ho potuto vivere fino ad oggi, dalla parrocchia al volontariato ai viaggi umanitari hanno rafforzato in me una fede sincera, che voglio difendere a tutti i costi. Una piccola fiammella da tenere accesa proprio attraverso la condivisione, come diceva quella vecchia canzone in francese "ma petite lumière je veux que brille..."
Le persone che sono state per me e che sono tutt'ora testimoni di fede vissuta sono persone vere, normali, che hanno testimoniato il loro credo con dei gesti concreti di coerenza al Vangelo e insieme con la professione che la fonte delle loro azioni risiede proprio in quel Vangelo, in Gesù.
Parole e opere, insomma, non possono essere distinte.
E se per le opere cerco di fare del mio meglio, ogni giorno, con tutti i miei limiti e le mie debolezze, per le parole non posso proprio sottrarmi, dato che sono il mio pane quotidiano, il mio lavoro, la mia passione.
Non ho la pretesa di essere una voce autorevole, figuriamoci. Ne tantomeno di saper sempre dire la cosa giusta. Ma ai testimoni non è richiesto questo. Questo è quello che pensano di essere e di dover fare le persone famose o potenti.
Io non ho questa ambizione, ma riconosco di avere la responsabilità della testimonianza. Qualcuno me l'ha detto, e anche se non vorrei so che vengo osservata proprio come un esempio, come un punto di riferimento.
Non vorrei avere la responsabilità di essere un modello, mi sentirei molto piú libera di sbagliare e di essere me stessa senza sapere di avere in qualche modo gli occhi puntati su di me nell'attesa del mio passo falso. Ma essere cristiani significa anche questo, la fede è un dono grande che implica questa responsabilità di fronte al prossimo. Non per affermare quanto si è bravi e quanto si è buoni ma per dimostrare semplicemente che la fonte di ogni nostro talento, di ogni nostro merito e di ogni nostro successo è in Dio, che la fede è una forza in più, che è motivo di grande gioia e pace.
Quindi ecco che per me questa sosta, questo deserto, non é la rincorsa prima di un salto di qualità nella mia comunicazione, che voglio e devo fare con un'ottica di condivisione sincera e mai presuntuosa, di testimonianza e di semplice apertura al mondo.
Che poi, lo devo ammettere, comunicare, condividere, testimoniare è una gioia grande, sprona ad avere uno sguardo sul mondo e sul prossimo, anche se spesso può essere frainteso come puro esibizionismo.
Cercherò di fare del mio meglio e di fuggire il più possibile la tentazione di parlare di me per spendere il mio tempo a condividere con gli altri.
Sono un'anima in pena, non riesco a tacere, non riesco ad isolarmi, non riesco a non condividere, non riesco a non testimoniare che tutto quello che ho é un dono grande, ogni istante, ogni post, ogni status, ogni tweet.
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mercoledì 20 marzo 2013
Ma petite lumière
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martedì 19 marzo 2013
Il buon consulente di comunicazione di Papa Francesco
Quanto pesi la forma rispetto alla sostanza ce ne accorgiamo in questi giorni che salutiamo la nomina di Papa Francesco come un segno di grande cambiamento. E lo è. E ne sono felice.
Ma penso anche a come sia bastato poco per trasmettere universalmente un'immagine di rinnovamento, di semplicità, di umiltà. Poche parole, pochi gesti e già eravamo persuasi del fatto che questo è il volto della Chiesa che ci piace. Ma ci voleva così tanto?
L'importanza della comunicazione del bene. Sempre così sottovalutata.
Non credo affatto che Ratzinger fosse meno vicino al Vangelo di quanto non sembri esserlo Bergoglio, forse solo non lo comunicava in modo efficace.
Quel bel volto della Chiesa di vicinanza agli ultimi non é una novità: io l'ho sempre visto nel mio piccolo incarnato da tanti, tantissimi cristiani, persone che vivono la loro fede nel quotidiano, nei loro gesti e nelle loro parole ogni giorno e che testimoniano, laici e religiosi, una fede vissuta, bella, limpida, gioiosa, serena.
Forse troppo nascosta. Già, troppo poco comunicata.
Non dovrebbe essere una cosa strana di cui stupirci eccessivamente, dopotutto, che il Papa dica che il potere è servizio o che dobbiamo avere cura del prossimo e del creato. Però vedere la sua foto quand'era vescovo e girava in metropolitana, o in pulmino con gli altri cardinali oppure ancora alla hall dell'albergo a pagare il conto non può che stupire. E far sorridere.
Gran bella tattica di comunicazione, mi verrebbe da dire da addetta ai lavori. Già perchè a volte bastano pochi semplici gesti per trasmettere un'immagine positiva ma ne bastano allo stesso tempo altri pochi per crollare rovinosamente nella classifica dell'appeal superficiale popolare, che è cosa diversa dalla fede, ma serve sempre.
La Chiesa è per sua natura composta da diverse anime e proprio perchè umana è imperfetta, santa e peccatrice al contempo. Perchè non usare quindi un po' di quella sana furbizia che ci suggerisce anche il Vangelo ("puri come colombe e astuti come serpenti" Mt 10,16) e fare del nostro meglio per mettere in luce il volto migliore della Chiesa? Un volto che già c'è in abbondanza nel mondo e che si tratta solo di
far emergere come volto ufficiale?
Perché non puntare, si, su un po' di segni forti, popolari, forse populistici, ma che permetterebbero ( come sta già accadendo) a tanti di limare un po' di pregiudizi?
In fondo è un po' quello che serve anche alla politica: segni. Siamo umani, abbiamo bisogno di simboli, segni, messaggi chiari e semplici.
In questo caso direi che solo parzialmente la forma è sostanza. Ma intanto cominciamo con la forma, che è più urgente, poi andiamo a fondo anche nella concretezza della realtà ecclesiale a renderla, dove non lo sia già, il più possibile coerente con la semplicità e la bellezza del Vangelo.
Papa Francesco sembra sulla buona strada.
Tutto merito dello Spirito Santo, il miglior consulente, ma anche un
po' merito suo per averlo ascoltato ...
Ma penso anche a come sia bastato poco per trasmettere universalmente un'immagine di rinnovamento, di semplicità, di umiltà. Poche parole, pochi gesti e già eravamo persuasi del fatto che questo è il volto della Chiesa che ci piace. Ma ci voleva così tanto?
L'importanza della comunicazione del bene. Sempre così sottovalutata.
Non credo affatto che Ratzinger fosse meno vicino al Vangelo di quanto non sembri esserlo Bergoglio, forse solo non lo comunicava in modo efficace.
Quel bel volto della Chiesa di vicinanza agli ultimi non é una novità: io l'ho sempre visto nel mio piccolo incarnato da tanti, tantissimi cristiani, persone che vivono la loro fede nel quotidiano, nei loro gesti e nelle loro parole ogni giorno e che testimoniano, laici e religiosi, una fede vissuta, bella, limpida, gioiosa, serena.
Forse troppo nascosta. Già, troppo poco comunicata.
Non dovrebbe essere una cosa strana di cui stupirci eccessivamente, dopotutto, che il Papa dica che il potere è servizio o che dobbiamo avere cura del prossimo e del creato. Però vedere la sua foto quand'era vescovo e girava in metropolitana, o in pulmino con gli altri cardinali oppure ancora alla hall dell'albergo a pagare il conto non può che stupire. E far sorridere.
Gran bella tattica di comunicazione, mi verrebbe da dire da addetta ai lavori. Già perchè a volte bastano pochi semplici gesti per trasmettere un'immagine positiva ma ne bastano allo stesso tempo altri pochi per crollare rovinosamente nella classifica dell'appeal superficiale popolare, che è cosa diversa dalla fede, ma serve sempre.
La Chiesa è per sua natura composta da diverse anime e proprio perchè umana è imperfetta, santa e peccatrice al contempo. Perchè non usare quindi un po' di quella sana furbizia che ci suggerisce anche il Vangelo ("puri come colombe e astuti come serpenti" Mt 10,16) e fare del nostro meglio per mettere in luce il volto migliore della Chiesa? Un volto che già c'è in abbondanza nel mondo e che si tratta solo di
far emergere come volto ufficiale?
Perché non puntare, si, su un po' di segni forti, popolari, forse populistici, ma che permetterebbero ( come sta già accadendo) a tanti di limare un po' di pregiudizi?
In fondo è un po' quello che serve anche alla politica: segni. Siamo umani, abbiamo bisogno di simboli, segni, messaggi chiari e semplici.
In questo caso direi che solo parzialmente la forma è sostanza. Ma intanto cominciamo con la forma, che è più urgente, poi andiamo a fondo anche nella concretezza della realtà ecclesiale a renderla, dove non lo sia già, il più possibile coerente con la semplicità e la bellezza del Vangelo.
Papa Francesco sembra sulla buona strada.
Tutto merito dello Spirito Santo, il miglior consulente, ma anche un
po' merito suo per averlo ascoltato ...
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giovedì 14 marzo 2013
Papa Francesco e il "bandwagoning"
Prima tutti a dire come doveva essere il nuovo Papa. Ora tutti a dire come sarà il nuovo Papa.
E ovviamente ciascuno lo dipinge come vorrebbe che fosse: rivoluzionario, povero, buon comunicatore, umile, coraggioso contro il potere, legato alla dittatura argentina, dalla parte degli ultimi, contro il capitalismo, non europeo, diverso da Ratzinger.
La stampa sottolinea ora degli aspetti ora degli altri. La gente ne parla così, a pelle, per impressione.
Ognuno di noi ha delle aspettative nei confronti del nuovo Papa e lo vorrebbe su misura, a propria immagine.
Che è un po' quello che ciascuno di noi fa con Dio. Anche Dio lo vorremmo un po' a nostra immagine e somiglianza, ci piace citare dalla Bibbia i passi che ci sembrano più vicini al nostro pensiero ma prendiamo le distanze da quelli più "scomodi". Ci identifichiamo con la Chiesa quando il sentimento popolare è quello di grande euforia, come ieri sera in Piazza San Pietro, ma siamo pronti a rinnegare il nostro battesimo quando la Chiesa è protagonista di scandali e crisi, un po' come fece Pietro nei confronti di Gesù.
Accade così che finchè Papa Francesco è umile e fin dove sembra segnare una rottura con un passato che non ci piaceva, allora siamo tutti improvvisamente cattolici, tutti fedelissimi, tutti a pendere dalle sue labbra. Non appena scopriremo che Papa Francesco la pensa esattamente come Papa Benedetto (che la pensava esattamente come Papa Giovanni Paolo II) su temi come l'aborto, l'eutanasia, il matrimonio gay e altre questioni tipiche da dibattito tra credenti e non credenti, saremo allora pronti a rinnegare la nostra vicinanza, evidenziando la nostra assoluta anticlericalità. Si chiama tecnicamente, nel gergo della politica internazionale, "bandwagoning", cioè saltare nel carro del vincitore.
E la storia dell'umanità è piena di vili esempi.
Siamo terribilmente umani, esattamente come lo è la Chiesa e come, lo ha dimostrato Ratzinger, lo è anche il Papa. Umani, fragili, coraggiosi, imperfetti, grandi.
Ci piace saltare nel carro del vincitore finchè moltiplica il pane e i pesci, poi neghiamo di averlo mai conosciuto al momento della Passione, quando tocca anche a noi la nostra croce.
Ora c'è Papa Francesco. Ci ha chiesto di pregare prima di ogni altra cosa. Poi tutto il resto.
Penso che il Papa, come ogni creatura umana (coniuge, genitori, parenti, colleghi, amici e nemici compresi), vadano amati così come sono, accolti per la loro realtà e non per quello che noi vorremmo che fossero. Il Papa ci ha chiesto di pregare per lui prima di tutto, come forse dovremmo fare per qualsiasi persona, prima di tutto.
Forse avere fede richiede proprio questo coraggioso gesto di saper amare incondizionatamente Dio e il prossimo.
Non è forse questo il più grande insegnamento di Gesù?
Benvenuto Francesco, comunque vada hai il nome più bello di tutti.
E ovviamente ciascuno lo dipinge come vorrebbe che fosse: rivoluzionario, povero, buon comunicatore, umile, coraggioso contro il potere, legato alla dittatura argentina, dalla parte degli ultimi, contro il capitalismo, non europeo, diverso da Ratzinger.
La stampa sottolinea ora degli aspetti ora degli altri. La gente ne parla così, a pelle, per impressione.
Ognuno di noi ha delle aspettative nei confronti del nuovo Papa e lo vorrebbe su misura, a propria immagine.
Che è un po' quello che ciascuno di noi fa con Dio. Anche Dio lo vorremmo un po' a nostra immagine e somiglianza, ci piace citare dalla Bibbia i passi che ci sembrano più vicini al nostro pensiero ma prendiamo le distanze da quelli più "scomodi". Ci identifichiamo con la Chiesa quando il sentimento popolare è quello di grande euforia, come ieri sera in Piazza San Pietro, ma siamo pronti a rinnegare il nostro battesimo quando la Chiesa è protagonista di scandali e crisi, un po' come fece Pietro nei confronti di Gesù.
Accade così che finchè Papa Francesco è umile e fin dove sembra segnare una rottura con un passato che non ci piaceva, allora siamo tutti improvvisamente cattolici, tutti fedelissimi, tutti a pendere dalle sue labbra. Non appena scopriremo che Papa Francesco la pensa esattamente come Papa Benedetto (che la pensava esattamente come Papa Giovanni Paolo II) su temi come l'aborto, l'eutanasia, il matrimonio gay e altre questioni tipiche da dibattito tra credenti e non credenti, saremo allora pronti a rinnegare la nostra vicinanza, evidenziando la nostra assoluta anticlericalità. Si chiama tecnicamente, nel gergo della politica internazionale, "bandwagoning", cioè saltare nel carro del vincitore.
E la storia dell'umanità è piena di vili esempi.
Siamo terribilmente umani, esattamente come lo è la Chiesa e come, lo ha dimostrato Ratzinger, lo è anche il Papa. Umani, fragili, coraggiosi, imperfetti, grandi.
Ci piace saltare nel carro del vincitore finchè moltiplica il pane e i pesci, poi neghiamo di averlo mai conosciuto al momento della Passione, quando tocca anche a noi la nostra croce.
Ora c'è Papa Francesco. Ci ha chiesto di pregare prima di ogni altra cosa. Poi tutto il resto.
Penso che il Papa, come ogni creatura umana (coniuge, genitori, parenti, colleghi, amici e nemici compresi), vadano amati così come sono, accolti per la loro realtà e non per quello che noi vorremmo che fossero. Il Papa ci ha chiesto di pregare per lui prima di tutto, come forse dovremmo fare per qualsiasi persona, prima di tutto.
Forse avere fede richiede proprio questo coraggioso gesto di saper amare incondizionatamente Dio e il prossimo.
Non è forse questo il più grande insegnamento di Gesù?
Benvenuto Francesco, comunque vada hai il nome più bello di tutti.
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mercoledì 13 marzo 2013
Habemus papam
Grande emozione davanti alla tv. E molto più dell'altra volta.
In fondo ci aspettiamo tutti un cambiamento dopo il gesto coraggioso di Papa Ratzinger.
La Chiesa ne ha tanto bisogno.
Il mio Papa.
L'appartenenza alla chiesa cattolica è la mia unica vera appartenenza.
Ovunque nel mondo ho trovato nella Chiesa una madre, forte e debole, da amare, da perdonare, da rispettare, da correggere dal di dentro.
Un pensiero a Scola, il mio ex Patriarca, ora, qualsiasi sia il suo destino.
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lunedì 25 aprile 2011
acqua viva
Ho percorso chilometri eppure mi sembra di ritornare sempre allo stesso punto, allo stesso posto, su quell'angolo di altare che è da più di 20 anni la mia casa, confortevole e profumata.
Seduta da 20 anni su quella stessa panca di legno, a sfogliare il libretto dei canti, mi sento che sono compiuta, nonostante i miei sogni mi abbiano fatto vagare più lontano. A volte troppo.
Ma dove voglio andare?
Non desidero veramente nient'altro che restare su quella panca a scrutare l'assemblea, ad assimilare insegnamenti, a sorridere sguardi sinceri e spontaneamente buoni. Qui sopra gli unici problemi sono gli attacchi di un canto, un accordo stonato, il non sapere se il Padre Nostro lo farà cantato o no.
Più viaggio distante, con gli aerei e la fantasia, più torno volentieri a casa. Più cerco una realizzazione nel mio lavoro, nei miei hobby, nei miei mille impegni, più scopro che lontano da questo altare non trovo nulla che sappia estinguere la mia sete.
In fondo non sono affatto ambiziosa. La mia massima ambizione è la serenità. La pace.
La mia più grande rivoluzione partirà proprio da questo altare. Perchè qui ho trovato l'acqua viva, quella capace di estinguere la mia sete.
Seduta da 20 anni su quella stessa panca di legno, a sfogliare il libretto dei canti, mi sento che sono compiuta, nonostante i miei sogni mi abbiano fatto vagare più lontano. A volte troppo.
Ma dove voglio andare?
Non desidero veramente nient'altro che restare su quella panca a scrutare l'assemblea, ad assimilare insegnamenti, a sorridere sguardi sinceri e spontaneamente buoni. Qui sopra gli unici problemi sono gli attacchi di un canto, un accordo stonato, il non sapere se il Padre Nostro lo farà cantato o no.
Più viaggio distante, con gli aerei e la fantasia, più torno volentieri a casa. Più cerco una realizzazione nel mio lavoro, nei miei hobby, nei miei mille impegni, più scopro che lontano da questo altare non trovo nulla che sappia estinguere la mia sete.
In fondo non sono affatto ambiziosa. La mia massima ambizione è la serenità. La pace.
La mia più grande rivoluzione partirà proprio da questo altare. Perchè qui ho trovato l'acqua viva, quella capace di estinguere la mia sete.
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